Columns

Immagine della column.
"Tempi Moderni": Flesh Eaters - "A Minute To Pray A Second To Die" (Slash, 1981)

(A cura di Carlo Maramotti)

Come diversi gruppi della scena del primo punk Californiano, anche i Flesh Eaters si avvicinarono al suono delle radici, in un percorso a ritroso che sarà comune a gruppi come X, Blasters e Gun Club, per giungere a rivisitare il roots-rock americano. Guidati dall’estroso Chris Desajardins, un poliedrico artista, poeta, filmaker (il nome del gruppo fa riferimento ad un gore-movie del '64), avevano esordito nel ‘78 su singolo, a cui seguì un album in cui l’urgenza del punk si sposava con le liriche oscure del frontman, tutto condensato in schegge iperveloci. Ma, come già detto, il secondo passo discografico fu incentrato sulla contaminazione del punk degli esordi con un risultato a dir poco stupefacente, se paragonato all’esordio, perchè le atmosfere diventano malsane, se così si può dire. Una sorta di punk immerso in atmosfere gotiche (ma lontane dal dark britannico), che rimanda sia a riti voodoo nelle paludi del Missisipi - non a caso il pezzo che chiude l'album fa riferimento ad un film dedicato ai riti haitiani - che a certe sonorità mariachi, su cui si staglia la voce sgraziata ma efficace del leader. L’artwork stesso del disco gioca tra immagini che richiamano l’esoterico e il cattolico, quasi a rimarcare anche il contenuto musicale.
È difficile scegliere dei titoli, perchè l’album si presenta omogeno dal punto di vista qualitativo, grazie anche ad una formidabile band di supporto che pescava tra alcuni dei gruppi succitati prima, nella fattispecie Dave Alvin, John Doe, D.J. Bonebrake oltre a Steve Berlin proveniente dai Los Lobos. Proprio il sax di quest’ultimo, utilizzato in modo fantasioso e a tratti dissonante, è il tratto distintivo di tutti i pezzi. Si tratta comunque di canzoni sofferte e notturne che raccontano storie macabre di morte e disfacimento, dove l’irruenza punk sposa la “classicità” rock’n’roll in un incontro che non rimanda però ad alcun modello preciso. Spiccano il post-garage screziato dalla marimba di Digging My Grave e Satan’s Stom , molto vicina al free-jazz, River Of Fear con il suo sferragliante crescendo e la conclusiva Divine Horseman, sette minuti di ossesività beat che completano la discesa agli inferi, che in un ideale fil-rouge diventerà il nome del gruppo successivo di Chris D.
In definitiva un disco assolutamente da riscoprire, perchè Chris D. e i suoi tentarono uno spostamento atraverso il punk per giungere ad un possibile sbocco esaminandone le varie possibilità, tentativo che a molti anni di distanza non è stato molto seguito. Resta un suono organico ed ispirato come non mai.

Embed



  • Contenuti multimediali

  • Galleria

Nessuna immagine disponibile.