Columns

Immagine della column.
"Tempi Moderni": Weekend - “La Varieté” (Rough Trade, 1983)

(A cura di Carlo Maramotti)

A chi sarebbe venuto in mente, nel 1983, di fare un disco senza basso funk e sintetizzatori, se non a dei gallesi? Ad Alison Statton nello specifico, che era stata la cantante degli Young Marble Giants, proprietari di un esordio che si rivelò nei decenni successivi seminale, la quale cambiò nome al gruppo, prese nuovi collaboratori e sfornò un paio di singoli e un album influenzati pesantemente da bossanova, calypso, jazz e canzone leggera.

Visto così sembra un suicidio commerciale, dato che erano gli anni in cui il punk era già dimenticato e il post-punk si trasformava in synthpop e dark. Gli Smiths uscivano con il primo singolo e dall’altra parte dell’Atlantico arrivava tutt’altro. Eppure anche stavolta questo “La Varieté” si rivelerà un piccolo capolavoro dell’indie-pop inglese, perché gettava i semi di un suono pop-jazz che si evolverà poi in acid-jazz, seppure ne sia molto lontano stilisticamente, ma allo stesso tempo si rivelerà seminale per la scena twee-pop inglese del nuovo secolo. Si potrebbe accostarli agli esordi di Everything But the Girl e Carmel, tutti album in anticipo sui tempi ma che giocavano con sonorità soft-jazz e atmosfere esotiche.

Sostanzialmente in buona parte del disco la fanno da padrone sonorità soffuse, ma che hanno spesso le stesse scansioni ritmiche degli Young Marble Giants, ma se là c’era un suono scarno caratterizzato da “vuoti”, ora questo è riempito da percussioni e fiati jazz in un’atmosfera festosa che forse strideva con l’Inghilterra di quegli anni. E magari era pure una reazione di positività, ma quando dopo tanta leggerezza la timida Alison intona con voce monotona, che la fa sembrare la sorellina di Nico, pezzi come Red Planes e Nostalgia, accompagnata solo da sparse note di chitarra, contrabasso e viola, emerge un tono malinconico che solo la consapevolezza dello scorrere del tempo e degli eventi che la circondavano, poteva giustificare.

Del resto già negli YMG non c’erano pose o atteggiamenti sopra le righe, la musica era fatta solo per il piacere di dire qualcosa di diverso in un momento in cui l’urgenza espressiva era stata sdoganata dal punk. E, dall’altro lato proprio questa libertà gli aveva consentito di limare le spigolosità post-punk e il minimalismo glaciale di Colossal Youth (esordio degli YMG), in favore di un suono caldo e meno robotico di quello in oggetto. Il disco quindi scorre piacevolmente, senza annoiare, in virtù anche di ottimi strumentisti provenienti dalla scena avant-jazz londinese, che non lesinano le loro abilità. Non va dimenticato infatti che il primo singolo venne prodotto da Simon Jeffes, leader della Penguin Cafè Orchestra. Purtroppo però anche quest’avventura ebbe vita breve come quella precedente, uscirà solo un live al mitico Ronnie Scott’s e poi negli anni 80 una raccolta di demo che mostrerà un forte legame con sonorità più post-punk. La vocalist si dedicò a vita privata mentre molti dei componenti, primo fra tutti Simon Booth, confluiranno nei Working Week (attenzione ai nomi dei due gruppi), i quali diventeranno iniziatori dell’acid jazz oltre a guadagnarsi l’attenzione di Robert Wyatt.

Embed



  • Contenuti multimediali

  • Galleria

Nessuna immagine disponibile.