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"Tempi Moderni": Lee Scratch Perry - "Reggae Greats" (Mango, 1984)

(A cura di Carlo Maramotti)

Quest'uomo ha probabilmente fumato troppa erba, ma se i risultati che ha ottenuto sono quelli incisi qui e in decine di altri dischi, beh i proibizionisti qualche domanda dovrebbero farsela.

Il buon Lee è uno dei giganti del reggae, uno che ha lavorato con tutti, Bob Marley compreso, e rappresenta una figura poliedrica di musicista, cantante e soprattutto produttore. Dopo una gavetta fondamentale nei sound-system di Coxsone Dodd (per inciso lo scopritore di Marley oltre che fondatore dello Studio One), e il successo con gli Upsetters, praticamente la sua house band, fondo uno studio di registrazione entrato nella mitologia rock, il Black Ark, dove nel corso degli anni settanta registrò veri e propri capolavori del genere. Questa raccolta uscita negli anni 80 rappresenta un buon compendio per un neofita a differenza del monumentale box uscito all'alba del nuovo millennio, ma al tempo stesso è di un'omogeneità stupefacente, perché si concentra su un breve periodo compreso tra il '75 e il '76, anni in cui raggiunse l'apice creativo.

"Reggae Greats" mette infatti in fila una serie di singoli fondamentali come Party Time, Police & Thieves, Soul Fire e War inna Babylon a firma di Heptones, Junior Murvin, Lee Perry stesso e Max Romeo. La caratteristica principali di questi pezzi, che sono per la maggior parte scritti da Perry stesso e suonati dagli Upsetters, è la forte influenza soul nelle linee vocali sostenuta però da sonorità pesantemente dub. Questo permetteva di connotare sì la musica come reggae, ma al tempo stesso dava spazio alle abilità vocali degli interpreti che creavano melodie contagiose. Ma nel disco sono anche raccolte tracce più ostiche, dove la musica sembra essere sul punto di collassare e le parole sono declamate a mo’ di toasters. È questa la caratteristica dei pezzi accreditati a Scratch, in cui sperimentava le sue idee musicali utilizzando trucchi di studio come riverberi, camere d’eco e suoni casuali. La musica sembra provenire da un’altra dimensione, e del resto lui era solito dire che le piste di registrazione che gli mancavano erano fornite dagli alieni! La realtà è che dopo aver registrato separatamente gli strumenti, le registrazioni venivano mixate e trasferite su un'unica pista liberando le altre tre per le voci e ulteriori strumenti, facendo così sembrare le prime quasi ondivaghe. Fu un lavoro di fondamentale importanza e diede grande visibilità al dub, tant’è che negli anni ’80 era normale anche per gli artisti pop inglesi fare versioni dub dei singoli di successo. Al tempo stesso queste canzoni riscossero molto successo nella comunità punk inglese, lo testimonia la cover fatta dai Clash di Police & Thieves e la venerazione di Johnny Rotten per Lee Perry. E non è da trascurare anche la componente dei testi che testimoniavano un impegno politico per i diritti dei popoli del terzo mondo. Impegno che sarà molto apprezzato nell’Inghilterra del periodo e contribuirà al successo di queste canzoni, valga per tutte War Inna Babylon di Max Romeo. Purtroppo però questa prolifica stagione terminò di lì a poco, quando il produttore incendiò gli studi in preda ad allucinazioni e se ne andò dalla Giamaica, ma questa è chiaramente un’altra storia. Restano queste canzoni che una volta ascoltate non riuscirete più a togliervi dalla testa.

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