Columns

Immagine della column.
"Tempi Moderni": The Jim Carroll Band - "Catholic Boy" (ATCO, 1980)

(A cura di Carlo Maramotti)

Poeta e scrittore, ex-tossico ed ex-giocatore di basket, prima che musicista. Un’adolescenza difficile. Basterebbero queste coordinate per definire la vita di un artista? Probabilmente no, come per ogni essere umano. Sono certo, però, che a Emidio Clementi saranno sembrate sufficienti, per giungere a citarlo in un pezzo del primo disco dei Massimo Volume. E al sottoscritto per chiedersi chi era questo Jim Carroll, in un’epoca in cui le informazioni non erano così facili da reperire. Eppure bastò scoprire la presenza nella biblioteca locale di un suo libro: “The Basketball Diaries”, il più famoso, e rimanere affascinato dal personaggio che alla musica rock ci arrivò tardi rispetto agli esordi letterari, e il merito fu certo della vivace scena punk newyorchese.
È Patti Smith, che con lui condivideva non solo la passione poetica, ma anche un periodo di vita al Chelsea Hotel, ad essere introdotta nell’ambiente letterario grazie a Jim, che le organizza il primo reading davanti ad un pubblico che comprendeva gente come Lou Reed ed Andy Warhol. In una sorta di scambio artistico Patti lo convince a salire sul palco. Le comunanze con lei si estendono poi anche alla materia sonora per quanto il risultato finale ne sia lontano, nelle atmosfere anche se il contenuto di questo disco incrocia curiosamente anche certe atmosfere springsteeniane, come ad esempio in Day And Night, unico pezzo per così dire “rilassato”. Non c’è tregua nel disco, siamo dalle parti di un hard-rock filtrato attraverso la lente del garage-rock. Pezzi tesi, molto spesso autobiografici e in un crescendo sonoro che accompagna le storie di vite al margine, cantate con tono beffardo da Carroll. Un suono che assomiglia quindi a quello del Patti Smith Group pur non avendone le asperità punk, ma che deve qualcosa anche al Lou Reed più duro. La doppietta inziale Wicked Gravity e Three Sisters marca subito le coordinate sonore, ma è con People Who Died, sorta di Antologia di Spoon River degli amici morti di Jim, che si raggiunge il climax del disco. Non è caso è il pezzo più conosciuto tanto che lo si può ascoltare durante il film “E.T. L’Extraterrestre”. Allo stesso modo It’s Too Late, nella sua classicità rock, è una hit micidiale e trascinante. Non è neppure ignaro della lezione dei concittadini Television il buon Jim, quando cesella in City Drops In To The Night un tour de force dilatato che sostituisce agli assoli di chitarra quelli di un sax mai troppo sopra le righe, regalando forse il vertice artistico del disco.
La sintesi parla di un disco piacevole che suona ancora bene dopo quasi 40 anni, e se all’epoca fu inserito nel calderone new wave, oggi si può dire tranquillamente che non c’entra un bel niente. È un disco di onesto rock fatto da un personaggio altrettanto sincero che ha sempre trovato nella scrittura la sua vera dimensione, ed infatti i successivi due album non ebbero lo stesso mordente. E beffardamente ci ha lasciati nel 2011 mentre al tavolo di casa scriveva. Da riscoprire, come sempre.

Embed



  • Contenuti multimediali

  • Galleria

Nessuna immagine disponibile.