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"Tempi Moderni": Big Boys - "Where's My Towel / Industry Standard" (Wasted Talent, 1981)

(A cura di Carlo Maramotti)


Il Texas ha dato i natali a musicisti con un’immagine decisamente alternativa, forse in una sorta di risposta al forte conservatorismo che caratterizza questo stato, se pensiamo a Roky Erikson o agli ZZ Top. I Big Boys non furono da meno, e mai nome non fu così “parlante” come il loro, perché due di essi erano proprio “big” nel vero senso della parola. Ciò, però, non gli impedì di diventare un autentico culto dell’epoca, grazie anche ad infuocate esibizioni in cui erano soliti incitare il pubblico a formare una band. Fondati ad Austin, furono tra i pionieri della scena punk texana insieme a Dicks e M.D.C., ma ben presto virarono verso un suono ben più articolato e meno violento.


Padroneggiavano la materia funk con un’attitudine sudista, se così si può dire, che li differenziava dalla precisione e compattezza dei Minutemen e al tempo stesso li poneva in una terra di mezzo tra la glacialità delle chitarre fratturate del post-punk inglese e l’avanguardia dei Mission Of Burma.


È infatti immediato accostarli ai nomi suddetti, un po’ per la voce di Randy “Biscuit” Turner e un po’ per il suono della chitarra di Tim Kerr che non raggiunge le asperità dei Gang Of Four, ma ci va molto vicina. E infine la sezione ritmica che è sempre preponderante in tutti i pezzi. Pezzi brevi, quasi delle schegge, retaggio probabilmente degli esordi più HC, alternati a brani più ragionati caratterizzati da frequenti cambi di ritmo a cui si accompagna una voce quasi dimessa, mentre scudisciate di chitarra tagliano la partitura. Questa miscela raggiunge il vertice in Self Contortion, Act/Reaction e Complete Control, le canzoni che più si fanno ricordare di questo album.

Non è da trascurare la componente lirica che caratterizza i pezzi: infatti il tema dominante è l’insoddisfazione verso la scena locale e in particolare per chi gestiva i locali in cui suonare. Le cronache dell’epoca narrano infatti di show entusiasmanti in cui erano accompagnati da una sezione di fiati, oltre all’istrionica presenza scenica del frontman che indossava stivali da cowboy rosa e un tutù da ballo. Allo stesso tempo furono uno dei primi gruppi a collegarsi alla nascente scena skate.


Non v’è dubbio che la personalità del gruppo emerge al termine dell’ascolto, così come la consapevolezza che senza di loro gruppi come Red Hot Chilli Peppers non sarebbero potuti esistere, ma la storia all’epoca non gli rese il successo che meritavano, troppo dispersiva la scena alternativa ancora lontana dall’esplosione degli anni ’90 e forse anche a causa dall’essere lontani dai baricentri rappresentati da New York e California.

Incisero altri album per poi sciogliersi entro la prima metà degli anni ottanta minati da dissidi interni. Randy morì nel 2005 a causa di un’epatite C, mentre il chitarrista Kerr è un artista molto stimato oltreché produttore e musicista.

Questo lavoro non è mai stato ristampato su digitale, ma lo trovate abbinato ai primi lavori del gruppo nella raccolta The Skinny Elvis, oppure in una lussuosissima edizione in vinile. Sapevatelo.

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