Recensioni

Immagine della recensione.
AA.VV. - Recensioni in pillole, Novembre 2016 - Varie

Tanti dischi e così poco tempo, e spazio, a dire il vero. Ecco allora le nostre recensioni in breve. Più corte, certo, ma non per questo parliamo di album meno importanti...

Elk “Ultrafun Sword” (Niegazowana Records)
Gli Elk sono un gruppo di ragazzi, il cui nucleo suona insieme da tanti anni. Interessati e influenzati da tutto, propongono il loro sound suonato sempre con due chitarre, basso, piano e batteria, e, che da poco, lascia spazio anche all’elettronica. ll pretesto da cui prende spunto il disco è una grande invasione aliena. Le persone dunque muoiono, si amano, riflettono, si abbracciano o mandano tutto al diavolo. Paura ed euforia. In pratica quello che succede tutti i giorni, da sempre. Però condensato e filtrato da un evento più grande del mondo intero. Partendo da questo concetto che si riesce ad ascoltare il nuovo album degli Elk, dove a tratti si fa oscuro (Ultrafun Sword), oppure sembra una corsa a perdifiato (Boulder, un brano strumentale da un minuto scarso) o un grido di denuncia (in The Speech con le parole del testo “You know how people die / In the countryside, in the city lights”). (Martina Zorat)

Abbracci Nucleari “Abbracci Nucleari” (Autoproduzione)
Primo EP dal titolo eponimo per questo duo dal sapore internazionale (di origine libanese lei, nato in Lussemburgo lui) uscito lo scorso 21 ottobre. Un debutto davvero interessante, sulla scia di un dream pop che in questi anni ci ha conquistato con le con le sue ambientazioni sognanti e un’atmosfera liquida.La voce calda e modulata di Rahma si appoggia su una base di stampo elettronico che sorregge l’intera composizione, creando un effetto dilatatorio che apre la mente.
“Prenditi cura di me” è il singolo che ha anticipato l’uscita dell’EP, il cui ritmo disegnato aveva già catturato l’interesse di molti; “Notte Pluristellare” invece ci ha conquistato con la sua delicatezza, avvolgendoci in un’ambientazione magica difficile da togliersi dalla testa, mentre con “Il Giardino delle Emozioni” il duo ci rivela tutta l’attenzione dedicata alla stesura dei testi, oggi non così frequente da trovarsi in una band emergente. Possiamo decisamente dire che non vediamo l’ora di seguire gli sviluppi di questo giovane duo per scoprire cosa ci riserveranno per il futuro. (Elisabetta)

Red Sun “Triosophy” (Spin on black / Goodfellas)
Ottima idea quella della Spin on black, che ristampa in vinile (limited edition!) l’esordio dei Red Sun 'Triosophy' (uscito a settembre 2015), affidando la rimasterizzazione all’ingegnere del suono Marc Urselli. Il viaggio psichedelico dei ragazzi di Piacenza assorbe pulsioni e vapori malsani da una palude desertica in odore di stoner. La fusione è mirabile e per ogni viaggio lisergico che ci apprestiamo a fare c'è comunque una fredda mano che ci riporta sulla sabbia rovente. Un disco che in vinile fa la sua superba figura! (Disco Nation)

Moplen “Siamo Solo Animali” (La Fame Dischi/Notturnogiovani)
I Moplen, band padovana attiva dal 2014, attingono dalla musica pop, arricchito da synth e da un'anima rock. Una formula musicale che unita all'esuberanza delle loro performance li ha fatti diventare dei veri e propri local hero nella loro città natale. Il loro disco d’esordio, uscito il 28 Ottobre, è una istantanea di come sarebbe meglio utilizzare il nostro “istinto animale” nelle scelte della vita, raccontata attraverso uno stile pop non convenzionale e da un background rock che ha sempre influenzato i componenti della band. Una cosa da sottolineare è che questo album è stato realizzato grazie al supporto di Notturno Giovani progetto del Comune di Varese e della cooperativa Naturart. Bravi ragazzi! (Martina Zorat)

Xylouris White “Black Peak” (Bella Union)
Prendete un batterista australiano e un suonatore di liuto cretese. Esatto. Il batterista in questione è Jim White, che da oltre 20 anni assieme ai Dirty Three dispensa meraviglie post rock in tutto il mondo. Giorgos Xylorius è invece il principale e più conosciuto suonatore di liuto della Grecia, ed ha avuto il ruolo di "sdoganare" il liuto da semplice strumento d'accompagnamento nella tradizione ellenica a strumento solista.
Conosciutisi negli anni 90 in Australia, i due hanno atteso fino al 2014 per produrre "Goats" il loro debutto come Xylorous White. Da poco è uscito il loro secondo disco, "Black Peak", un disco sorprendente e spiazzante, a meno che non siate abituati a sentire melodie cretesi su drumming serratissimo, come nell'omonima prima traccia. Mondi così distanti si sposano in modo superbo, e i due riescono a tal punto ad amalgamarsi e a completarsi che te li puoi immaginare ad esibirsi tanto in un festival di musica contemporanea come in un contesto tradizionale/popolare. In un periodo di stanca e parziale appiattimento, musicalmente parlando, un'esperienza da fare. (Adu)

Nadar Solo “Semplice“ (Tirreno Dischi)
Il quinto disco dei Nadar Solo è uno schiaffo in faccia. Violento e delicato come un cucciolo di tigre, impastato di graffi e carezze. È un disco che parla d’amore, guerra, paura, desideri, ambizioni, frustrazioni, felicità. Il disco nasce da un isolamento, necessario alla band per concentrarsi esclusivamente sul lavoro di produzione. Il brano Diamanti proietta la mente ad un concerto al chiuso, con un caldo al limite dell’apocalisse, la chitarra di Federico Puttilli che ti urla in faccia e la gent che cerca di seguire il ritmo forsennato ma si finisce solo per smussarsi le ossa delle spalle. Come gli stessi componenti della band hanno dichiarato, “Semplice” non vuol dire facile. Anzi, aggiungeremo noi, a volte semplice è proprio l’esatto contrario di facile. (Martina Zorat)

Antonio Firmani “La Galleria Del Vento” (Libellula Music)
E' proprio bravo Antonio Firmani, perchè ha un tocco delicato e leggero, che però poi sa lasciare i giusti segni nel cuore e nella mente. Quello che canta (il disco scatta fotografie sulla vita di una coppia di ragazzi alla soglia dei trent'anni) non sono mai banalità (anzi, c'è uno splendido lavoro di ricerca letteraria e nell'uso di termini sempre appropiati) e il pop-folk che accompagna le sue parole non è solo curatissimo negli arrangiamenti tra archi, fiati e piano (e spesso ci viene in mente il talento cristallino del nordico Dylan Mondegreen nell'ascoltare questi suoni) ma anche ricco di melodie sempre magistralmente studiate. Crescendo emotivi, carezze leggere, malinconia che si trasformano in sorrisi: Antonio Firmani ha un talento che per ora non riusciamo nemmeno a misurare. (Disco Nation)

Bruno Belissimo, “Bruno Belissimo” (Locale Internazionale)
Lui è un Dj/Producer e polistrumentista italo-canadese, e in questa definizione ci sta tutto il ritmato minestrone che è questo disco. C’è l’anima italiana, del divertimento funk con tratti dance da spiaggia, e una cura tutta internazionale per i suoni. Lingue diverse, voci campionate “senza sapere che lingua fossero”. Tra le uscite più interessanti e sottovalutate del 2016. (Morgana Grancia)

Shinebox, “Traces EP” (Autoprodotto)
Tornano gli Shinebox, che nonostante una scarsa manciata di like su Facebook, sopravvivono all’ambiente indie e sfornano un altro EP. Cinque tracce incessanti, che non consentono propriamente un ascolto rilassato, ma regalano la bella sensazione dei locali affollati e sudati e delle cantine stracolme di caos organizzato. Speriamo di vederli presto in giro, per un po’ di sano “post hardcore” come scrivono sul loro sito. (Morgana Grancia)

Giuseppe Ricca “Luci e Ombre” (Autoprodotto)
Giuseppe Ricca ha una buonissima capacità di scrivere canzoni pop-rock dal gusto classico, eppure capaci di smarcarsi dai richiami fin troppo abusati della classifica che ormai i (presunti) big della musica italiana stanno intasando a dismisura. Il buon vecchio lavoro di basso, chitarra, batteria, senza arrangiamenti deliranti, senza testi finto frignoni e senza fare i duri quando si hanno muscoli sostenuti giusto dai biscotti Plasmon. Un lavoro sincero, senza tanti fronzoli ma ricco di ottime melodie. E questo ci basta, perchè finalmente abbiamo tra le mani un disco vero e non studiato a tavolino. Era ora. (Disco Nation)

Jester At Work, “A Beat Of A Sad Heart EP” (M.I.L.K.)
Voce calda, ipnotica, come suonerebbero gli Editors se fossero cantautori folk. Antonio Vitale, musicista italiano originario di Pescara, ma con quell’anima tutta itinerante dei cantautori inglesi, con la differenza che ciò che trasuda da questi brani è un panorama di quel mare, di quell’erba, di quell’oscurità tutta italiana. “Into The Wild" sarebbe stato un film addirittura più triste se Jester At Work avesse sostituito Eddie Vedder. (Morgana Grancia)

Hope You're Fine Blondie “Quasi” (Dischi Bervisti, Dischi Soviet Studio e Sisma)
Se avete voglia di tornare a sonorità primordiali e autentiche, chitarre ora taglienti ora rabbiose, ritmiche serrate e una sana urgenza di suonare rock, abbiamo il disco che fà per voi. I trevigiani Hope You're Fine Blondie sono forti di un sound sanguigno e diretto, pochi fronzoli, molta sostanza, canzoni che hanno l'urgenza di uscir fuori con la stessa urgenza con la quale sono state scritte, un disco da ascoltare con la mente sgombra tutto d'un fiato, tanto è solido e compatto.
E se volete un termine di paragone, per capire più precisamente di cosa parliamo, vi posso dire che il nome che più mi girava in testa, ascoltando "Quasi", era quello degli Interno 17, magari "Fino a dove si può arrivare". Provare per credere. (Adu)

Real Numbers “Wordless Wonder” Slumberland Records)
Già dal primo pezzo (“Frank Infatuation”), le dinamiche sono ben chiare, un disco con un fascino di altri tempo che può però ancora convincere alcuni oggi. Un salto indietro di 30 anni, in un jangle pop struggente ,scomodo ma anche convincente. I Real Numbers riescono ad intrecciare una trama indie-pop con le conseguenze del post-punk (“Just s far away”) , chitarre melodiche sopra batterie dai beat elevati e pur sempre pop. Un album che guarda al passato stringendo un occhiolino al presente, la psichedelia lo-fi di Public Domain.
Inutile non legare la band alla raccolta C-86 di NME che racchiude al meglio la scena indie anni ’80 alla quale la band si rifà; parliamo di gruppi come i McCharty, Primal scream o Jasmine Minks. Il disco in conclusione rimane però troppo legato al sound indie pop di altri tempi che seppur rielaborato nel complesso rimane troppo obsoleto. (Arturo Ciotti)

Simone Lo Porto “Un Viaggio Nel Magico” (VRec)
La parola viaggio nel titolo è decisamente indicativa di quello che andremo a sentire. Il suono del siciliano Simone Lo Porto è ricco di profumi sudamericani, terra che Simone ha visitato di persona e non solo con la mente. Brasile, caraibi, sole, mare e andamenti etnici che si fondono con un piacevole, ironico e spigliato gusto cantautorale. Bravo! (Disco Nation)

LANDLORD “Beside” (INRI)
“Beside” è il secondo lavoro di questa giovane band riminese, uscita solo pochi mesi fa con Aside - loro primo EP - e tornata da poco da un lungo tour che li ha visti calcare moltissimi palchi, tra cui quello dello Sziget Festival la scorsa estate.
Questo album svela il processo di evoluzione della band, che sta sempre più definendo la sua identità stilistica, spingendosi oltre i confini prettamente dream pop del primo EP. In “Hope and Flaws”, nel quale la matrice elettronica si impone all’orecchio, troviamo una sorta di trait d’union con “Get By” - singolo di punta del precedente EP - mentre “New Year’s Eve” evidenzia la sperimentazione con la quale ci si sposta verso un ambito più electro-pop degli altri brani; “Everything Troubled”invece si può invece considerare il vero “manifesto di intento” stilistico nel quale si afferma l’eleganza, la forza e l’armonia di questa band che non finisce di stupirci. Si dice che dopo un primo album di successo sia più difficile soddisfare le aspettative che si creano, ma siamo ben felici di vedere che non sempre questa è la regola. (Elisabetta)

Fabrizio Pocci E Il Laboratorio “Una Vita (Quasi) Normale”
Una copertina piena di polaroid gettate a terra: tante immagini per poi arrivare a una sensazione unica e completa. Perchè Fabrizio Pocci non si pone limiti e se nel disco c'è anche lo zampino di gente come Erriquez della Bandabardò, beh, allora ha pure la spalla giusta. Dal rock venato di blues, al reggae all'ottimo lavoro sulle ritmiche e ad andamenti da spiaggia pigra e soleggiata che si sveglia di colpo. Tanti frammenti quindi, proprio come nella copertina, che poi trovano una deliziosa unità in un sound ironico, accattivante e spigliato che sa farsi apprezzare in tutte le sue sfumature. Bel colpo! (Disco Nation)

The Lemon Twigs “Do Hollywod” (4AD)
Primo album per la giovane band newyorkese formata dai precoci polistrumentisti Brian e Michael D’addario(fratelli). Il gruppo si presenta sicuramente bene avendo avuto come produttore del loro debut Jonathan Rado dei Foxygen e mentirei se dicessi che non si sente.
Subito ad un primo ascolto l’orecchio cade ammaliato dalla grande tecnica dei due musicisti che seppur la giovane età dimostrano di cavarsela bene con arrangiamenti non scontati. Il sound è inconfondibile, la band è cresciuta a suon di Beatles, Beach Boys e Wings; sembra quasi che i due ragazzi siano venuti fuori da una macchina del tempo . Completamente cechi di ciò che li circonda e della moda d’oggi loro propongono un album di 10 tracce melodico e sofisticato con quel pizzico di psichedelia proprio dei ’60. As long As We’re Together presenta il miglior mix tra un pop rock delicato anni 60 e l’ irrazionalità dei Foxygen.
Ad un ascolto più profondo il disco risulta troppo barocco nel suo complesso, pieno di delicati passaggi di piano, synth alla Flamming Lips , crescenti di percussioni , arrangiamenti vocali elaborati a mo’ di Paul Mcchartney; un album di diciannovenni rivolto ai 60enni. La dimostrazione che grande tecnica non è tutto nel panorama musicale di oggi. (Arturo Ciotti)

Immagine della recensione.
AA.VV. - Recensioni in Pillole, Ottobre 2016 - Varie

Tanti dischi e così poco tempo, e spazio, a dire il vero. Ecco allora le nostre recensioni in breve. Più corte, certo, ma non per questo parliamo di album meno importanti...

Archive “The False Foundation” (Autoproduzione)
Decimo (avete letto bene, dieci!!) album in studio per la band inglese Archive, che continuano a cavalcare la scia del successo dopo “Restriction”. L’inizio è un vero e proprio colpo al cuore, un duetto pianoforte e voce che si trascina come una bestia ferita nel bosco che si aggrappa alla vita disperatamente. Poi l’elettronica lascia spazio a beat potenti, a quelle sonorità che richiamano i gli anni ’80 (ci sono pure degli sprazzi di Depeche Mode) che ti fanno correre fino a perdere il fiato. Non mancano gli intermezzi più chill-out (Bright Lights) e evocativi (A Thousand Thoughts). Per chi, fino ad adesso, non avesse mai sentito gli Archive (e magari avete già un debole per gente come gli Air) recuperate. Immediatamente. Per tutti coloro che già erano a conoscenza della grandezza di Darius Keeler e soci, sappiate che anche questa volta non hanno sbagliato il colpo. (Martina Zorat)

Tutti Frutti +1 "Full degno di un Re" (VREC)
Quartetto bresciano che potrebbe essere adatto a ravvivare il vostro party in piscina, quello in cui i genitori sono andati a farsi un giro e ci sono un sacco di signorine spigliate (il resto mettetecelo voi). Un EP di 4 brani che non brillano certo per chissà quali testi, ma che trasudano pimpantezza, energia e disimpegno: sotto con il sano e classico rock'n'roll vecchio stampo, anche se qualche assolo e qualche riff più robusto potrebbero venire da casa Angus Young. Inevitabile il tributo al Re Elvis con 'Little Less Conversation' in una veste carica ma non troppo. Simpatici. (Disco Nation)

Gli Sportivi “Fuzzy Days” (Autoproduzione)
So loud. So raw. Just 2 People. Sono Lorenzo e Nicola, che inseguono distorsioni ad imitare il muggito di una mucca elettrica. L’intero disco è registrato in presa diretta, e ci si sente già a proprio agio, come se si stesse ascoltando il disco in un centro sociale diroccato. Da non perdere se si ama il baccano genuino, i graffiti sui muri dei locali di periferia e un virtuosismo di sporco e ruggine da cui potreste farvi sorprendere. In uscita dal 12 ottobre, da non perdere. (Morgana Grancia)

Leon "Gli Eroi Muoiono" (Meat Beat)
Simone Perron mescola bene le carte, le nasconde, le incrocia e le butta sul tavolo con piacevole disinvoltura. L'arma dell'ironia e della rabbia sono decisamente due punti fermi, verrebbe da dire, al primo ascolto, che forse non c'è tanta attenzione ai particolari e invece ci sorprende spesso anche in questo caso, anche se è la semplicità di una chitarra che spesso piazza il colpo migliore. Piace l'aspetto più scanzonato, quasi alla Silvestri ('Ama un altro'), ma sopratutto ci convince la personalità di Simone. Un positivo secondo disco. (Disco Nation)

The Notwist “Superheroes, Ghostvillains & Stuff” (Alien Transistor)
Un album che non è d’impatto, a dirla tutta non è di facile ascolto se siamo i classici utenti che fanno “zapping” tra una traccia e l’altra. La indie band tedesca raccoglie tutti i loro successi in questo album live, registrato nel Dicembre 2015 presso UT Connewitz a Leipzig, Germania, dopo due show sold-out. Ciò che esce dalla mente dei The Notwist è un groviglio di interconnessioni sonore, dall’indie al pop, dal infusione-jazz all’elettronica più spicciola, dalla minimal e persino qualche traccia di house! “Superheroes, Ghostvillains & Stuff” non è un disco per tutti, men che meno per coloro che non sono adepti ai grandi calderoni di generi musicali uniti in uno stesso album. (Martina Zorat)

Hoops "Hoops" EP (Fat Possum)
Dopo aver realizzato tre EP, chiamati Tape 1, 2 e 3, attraverso il loro bandcamp, questa band dream-pop di Bloomington, Indiana, ha pubblicato a fine agosto il suo primo EP per la prestigiosa Fat Possum Records. Cinque pezzi per poco più di un quarto d'ora di pura delizia: paragonabili al compagno di etichetta Day Wave, gli Hoops ci iriportano in estate con le loro atmosfere solari e le splendide chitarre scintillanti. Il paragone con i Real Estate, letto da più parti, è dovuto alla loro ottima sensibilità pop ed è perfettamente calzante. In attesa di un debutto sulla lunga distanza, gli Hoops, con questo omonimo EP, ci regalano una preziosa perla che sarà capace di scaldare i nostri cuori nel prossimo freddo inverno. (Antonio Paolo Zucchelli)

Proclama "La Mia Migliore Utopia" (VREC)
L'inizio, con frasi del film di Full Metal Jacket, mi fa un po' illudere su quello che andrò a sentire: immaginavo qualcosa di più graffiante, in realtà siamo in zona ultimi U2 o Simple Minds, quindi un pop-rock senza particolari sussulti, con qualche accelerazione d'ordinanza e le ballate che scorrono su binari classicissimi. Pure i testi non si elevano dai soliti standard. Non un brutto disco, ma un lavoro che sarà dimenticato in fretta, ahimè. (Disco Nation)

The Computers “Birth/Death” (One Little Indian Records)
Il disco, terzo full-lenght, è stato registrato nel loro studio personale nel più profondo Devon (Cornovaglia, UK) e si compone di 11 tracce prodotte e mixate da David McEwan (Plan B, Nitin Sawhney). Alziamo le mani di fronte a questo mix di generi, apparentemente lontani tra loro: riuscite ad immaginare il chitarrone funk con il punk e il garage? Se vi suona strano, alzate il volume con il brano Want The News Here’s The Blues. Il segreto di tutto ciò è anche sul sottile filo di pop che rende le tracce orecchiabili e ballabili. Non a caso, i loro concerti sono spettacolari proprio perché esuberanti come la musica che i The Computers producono. Bravissimi! (Martina Zorat)

Lola Colt "Twist Through The Fire" (Black Tigress Records)
C'è un piglio quasi beat nel disco dei Lola Colt, che si scontra con sensazioni più oscure e psichedeliche, che addirittura trovano sfogo in passaggi spaghetti-western. Certo c'è un costante senso di tensione e inquietudine che incalza molto bene e per un ottimo lavoro sul ritmo (Moonlight Mixing) c'è anche una produzione attenta ai riverberi sonori (Bones). Un disco notturno, vivo e passionale. (Disco Nation)

Violacida “La migliore età” (Maciste Dischi)
Secondo disco per i Violacida. Liriche malinconiche, e atmosfere elettriche, con una buona dose di cori ipnotici da far risuonare nelle gole del pubblico alla Zen Circus. La migliore età, in uscita il 28 ottobre, è uno dei dischi italiani più interessanti che ha da regalarci quest’autunno, ed ha tutte le carte in regola per imporsi nella scena indie italiana, con tutti i meriti dei caso. Può piacere a chi va a ricercarsi l’amore estivo ai concerti gratuiti del Carroponte di Milano, a chi amava i primi Verdena e non li ha più ritrovati, a chi si è stufato de “L’Officina della Camomilla” e a chi non li aveva sentiti ancora nominare. (Morgana Grancia)

Tunguska “A Glorious Mess” (Autoproduzione)
Il duo dei Tunguska nasce dall’incontro tra Gennaro Spaccamonti (voci, chitarre) e Nicola Monti (batteria). Dopo aver passato un anno e mezzo in un bunker alla periferia di Forlì ad incollare una personale miscela fatta di muri di chitarre, inserti elettronici, ritmi incalzanti e claustrofobici, i Tunguska riemergono con il loro album di debutto prodotto da Paolo Mauri (Afterhours, Le Luci della Centrale Elettrica). L’impegno c’è e si sente, lo showgaze d’impatto e che si sprigiona sempre nella parte centrale di ogni canzone è ben fatto, il brano Anywhere But Here è tra i più belli dell’album. (Martina Zorat)

Gomma "Usciamo! Ora!" (Libellula)
Il duo bolognese nel primo brano dell'Ep pronuncia la frase "non mi da fastidio", ebbene si, nemmeno a noi ragazzi da fastidio il vostro pimpante pop: tutto molto semplice, col sorriso sulle labbra, con arrangiamenti per nulla complessi basati su questa chitarra acustica che viene sostenuta da ritmiche pimpanti e una tastiera da karaoke che da le melodie e i simil fiati. E francamente canzoni simili sono proprio adatte a un qualsiasi karaoke estivo, visto il ritornello appiccicoso e d'altra parte se ti chiami Gomma è quasi un dovere esserlo! Per ascolti assolutamente disimpegnati ma più che piacevoli, anche se il salto di qualità ora è richiesto, perché il karaoke è bello una sera, ma poi si deve passare oltre! (Disco Nation)

Prophets Of Rage “The Party’s Over” (Caroline Records)
Faccio una premessa. Ho visto i R.A.T.M. dal vivo nel 2000, nel tour di The Battle of L.A., quando per intenderci avevano consolidato, se per caso Evil Empire e RATM non fossero bastati, la loro posizioni di supremi sempiterni maestri del crossover e sue numerose declinazioni. Quando si scolsero accolsi la notizia con la tristezza che si confa ad ogni addio ma con la consapevolezza, in cuor mio, che difficilmente avrebbero potuto spostare l'asticella ancora più su. Gli Audioslave mi sono sempre sembrati un errore di percorso. Anche questa volta parto assolutamente diffidente, nonostante il mio amore mai sopito per il rock militante. E la voce unica di B-Real. L'EP si apre con un brano il cui titolo dà il nome al disco che coincide con quello del gruppo. E a dirla tutta è l'unico momento davvero convincente e fresco. "The Party's Over" è all'inizio una cover di Are you gonna go my way, che poi diventa Bombtrack, e con l'ingresso delle voci diventa una canzone dei Cypress Hill. Killing in the Name è Killing in the Name, e anche senza Zac resta un brano enorme. A chiudere altre due cover, una dei Cypress Hill, una dei Beastie Boys. Arrivo alla fine e mi vengono tre lettere. Bah. (Adu)

Storm The Sky "Sin Will Find You" (UNFD)
Pulsioni indie-rock alla Placebo che si fondono con l'anima metalcore: il risultato è l'intenso album degli Storm The Sky che cerca di smarcarsi dai pesanti limiti del genere abbracciando una cura certosina nel creare melodie intense, ma sopratutto si lavora molto sui suoni, che non cercano la potenza fine a sé stessa, ma anzi, cercando anche il lato più evocativo ed atmosferico, oltre a una fisicità che comunque non è mai dimenticata. Non è facile tenere in equilibrio il tutto ma i ragazzi ce la fanno bene. Applausi! (Disco Nation)

Gran Rivera "Pensavo Meglio / Pensavo Peggio" (This Is Core)
L'arte del pop conosciuta alla perfezione ('In fondo al Naviglio non c'è niente' ha un ritornello e quell'incedere synth-pop da fare scuola) ma mescolata in modo predominante con quel gusto anni '90, in cui le chitarre made in USA segnavano una via non solo per la mente e le orecchie ma anche per il cuore. Giuro che a volte mi sono venuti in mente i Delicious (i pre Albedo, tanto per capirsi), se ancora qualcuno li ricorda, e da qui capite che l'immediatezza è davvero il punto forte dei Gran Rivera, ma anche la maturità dei Fine Before You Came, perché non è che comunque stiamo parlando di ragazzini. Che i nostri sappiano piazzare accelerate d'alta scuola lo dimostra 'Luigi', ma anche frangenti per cui uno come Garrett Klahn non potrebbe che applaudire, tipo 'Uova Sode'. Ci sta la toccante e struggente nostalgia di 'Mai Stati Capaci' che se avete la lacrima facile, beh, preparate il fazzoletto, mentre la chiusura post-rock di 'Se Qualcuno Potesse Chiamarmi Un Taxi' merita ancora applausi. Non inventano nulla i ragazzi lombardi, ma accidenti, quanta passione e sincerità in questi brani. Fotografie che non possono non lasciare il segno (Disco Nation)

Trevisan "Questa sera non esco" (Fumaio, Wild Honey)
Un passato punk, alt-rock e folk e poi, nel 2011, la svolta: decide di mettersi in gioco da solo, in italiano, cantando della semplicità, dei singoli tasselli che compongono una giornata e che, in fondo, non sono nulla di speciale ma sono la nostra vita. La sua musica è come una chiaccherata tra amici, al bar o a casa, con una semplicità quasi disarmante, con una linea di chitarra semplice e lineare e con dei testi che toccano quel tipo di argomenti che parleresti con l'amico di sempre. Trevisan è il confidente che ognuno di noi vorrebbe avere, l'artista che parla attraverso la sua voce ruvida e la chitarra. (Martina Zorat)

KHOMPA “The Shape Of Drums To Come” (Monotreme Records)
Terreno e tribale, otto tracce ipnotiche. É un rave party prima della fine del mondo, è l’ipnosi dopo aver sostenuto l’ultimo esame prima della laurea. Oscuro e cattivo, questo album di esordio di KHOMPA, artista completo che si impone silenziosamente tra i migliori dischi di quest’ultimo periodo. Da non perdere se siete tra quelli che esplodono di emozioni contenute nelle cuffie usate durante viaggi in metropolitana, se vi scatenate facilmente, e se volete avere il titolo di un disco figo da tirar fuori con i vostri amici musicofili. (Morgana Grancia)

La Sera "Queens" EP (Polyvinyl Records)
Uscito proprio ieri, "Queens" arriva a distanza di pochi mesi da "Music For Listening To Music To", il recente album prodotto da Ryan Adams: la nuova prova sulla breve distanza, disponibile solo in formato digitale, è composta da due brani inediti, da altri due già presenti sulla fatica più recente, ma qui in una nuova versione, e dalla cover di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin, uno dei brani preferiti dai fan durante i loro concerti. Il primo estratto, Queens, che apre questo lavoro, come già accade nel loro album più recente, porta la voce della Goodman e del marito Todd Wisenbaker in primo piano: assolutamente catchy e brillante, la title-track è un episodio sicuramente ben riuscito. Magic In Your Eyes è più morbida, tranquilla e riflessiva e contiene quel bellissimo tocco pop che Katy ha sempre saputo dare alle sue canzoni, Shadow Of Your Love (Slight Return), invece, è cupa e tranquilla e ci sorprende con un incredibile e potente assolo di chitarra, non presente nella versione originale. Whole Lotta Love infine ci fa fare un salto nel rock anni '70, con una grande botta di vita. Per la Goodman un EP fresco e gradevole, dopo gli interessanti cambiamenti di "Music For Listening To Music To". (Antonio Paolo Zucchelli)

Hazan "Kaiserpanorama" (Habanero Factory)
Trovarsi in mezzo all'Oceano, con lo sguardo che guarda tanto alla sponda inglese quanto a quella americana: potrebbe non essere facile barcamenarsi in queste onde musicali, invece i lombardi Hazan sanno il fatto loro con un guitar-rock capace di essere spigliato e grintoso con la benedizione virtuale di Josh Homme, Dave Grohol e Alex Turner. Il ritmo è bello carico ('Visionario' lavora benissimo di basso e batteria, mentre i corettoni fanno il loro dovere) e le chitarre muscolose il giusto, senza mai perdere il filo melodico ('Qui Dove Sto' graffia a dovere, mentre 'Un Altro Vizio' ha una melodia dannatamente appiccicosa). Per ora la strada è di quelle già ben battute, ma i nostri sembrano avere spalle larghe per, in futuro, avventurarsi anche in sentieri meno visibili. Intanto promossi! (Disco Nation)

Canova “Avete Ragione Tutti” (Maciste Dischi)
Il pop che si insinua nella testa e ti ritrovi a canticchiarlo senza un perché. L’album di esordio della band milanese Canova è una piccola perla. Registrato a Milano da Giacomo Jack Garufi (Bantamu.com), missato da Matteo Cantaluppi (Thegiornalisti, Bugo, M+A) e masterizzato da Giovanni Versari (Baustelle, Verdena, Ghemon), non si può non dire che la scena indipendente ci va a nozze con questi bravi fanciulli. Sole in faccia, tastieroni (immediato il collegamento con lo stile dei TheGiornalisti) e sigarette. Testi giovani (felicità, ossessione, amore, fallimenti, solitudine) e passaggi ritmati come in Expo o ballad da luci soffuse di La Felicità, 9 tracce ad ascoltare dall’inizio alla fine. (Martina Zorat)

Od Fulmine "Lingua Nera" (La Tempesta)
Quante anime per gli Od Fulmine, quante emozioni e quanto incastri preziosi nel loro pop-rock mutante e mutevole. Si, perché avremo le chitarre acustiche che cercano il contraltare elettrico ('Dove Sei è altissima scuola), avremo i ritornelli che t'inchiodano, ma anche un lavoro ritmico sapientissimo che a volte mi manda alla mente i Mau Mau, canzoni che ti crescono sotto gli occhi mentre le voci aumentano, si moltiplicano e gli strumenti sempre più riempiono il suono, folk che abbraccia il rock e lo manipola, rock che si fa oscuro, rumoroso ed evocativo ('I Cannibali' su tutte). D'altra parte stiamo parlando di una band che racchiude un cuore fatto di signori musicisti, gente che ha alle spalle nomi tutelari come Meganoidi, Numero 6 ed Esmen, non so se mi spiego. Discone! (Disco Nation)

Milo Scaglioni “Simple Presente” (Akoustik Anarkhy)
Era comparso silenziosamente nel 2012, e torna nel 2016 con il suo primo album e una manciata di like su Facebook. Sembra uscito dagli anni 60, con quella voce profonda e quelle basette, è italiano ma canta in inglese, riportandoci ai locali della Londra fumosa. Nostalgico, struggente, canta delle sensazioni del mese di ottobre, dell'amore con la semplicità e la rassegnazione del romantico ottocentesco che non ama farsi notare. Un ottimo ascolto da non lasciarsi sfuggire. (Morgana Grancia)

Floating In Space "The Edge Of The Light" (Deep Elm Records)
Ruben Caballero è mente, cuore e anima del progetto Floating In Space. Un nome che è già tutto un programma per questi 12 brani strumentali che si avvicinano molto alle suggestioni di Lights & Motion, forse con maggior delicatezza e lavoro sul piano e non climax così accentuati come per Christoffer Franzen. Colonne sonore di viaggi in assenza di gravità, di sospensioni delicate tra cielo e terra, in cui è la forza del sogno che ci avviluppa e ci spinge in aria. Ormai il connubio post-rock "cinematograrfico" e Deep Elm funziona alla perfezione. (Disco Nation)

Molotoy “The Most Intelligent Child” (Kibumi Records)
Ciao, siamo i Molotoy e veniamo da un altro pianeta. Scene apocalittiche si scontrano (e si incontrano) con suoni post-rock, brani dall’anima classica come la traccia di apertura Human Race vengono avvolti da un tappeto di elettronica e drum machine. Già i Calibro 35 avevano trattato l’argomento a modo loro e in maniera superlativa, i romani Molotoy provano a spiegarcelo: guardare il cielo è semplice come il suono pulito del pianoforte ma quanta complessità si cela dietro quel muro nero? Siete pronti a salire a bordo? (Martina Zorat)

Ed Harcourt “Furnaces” (Polydor Records)
“Furnaces” è un signor disco. Le 12 tracce lungo le quali si articola il settimo lavoro di Ed Harcourt raccontano di un artista nel pieno dello splendore e della consapevolezza creativa e compositiva. Brani perfettamente compiuti e arrangiati con cura, tra i quali il cantautore londinese si destreggia, mettendo in mostra la sua enorme cifra stilistica. L'intro ci accoglie soffice, The World Is On Fire è meravigliosa, con il duetto synth e batteria, l'ipnotica You Give Me More Than Love metà dei cantautori possono solo sperare di immaginarla, Antarctica chiude nei territori electro tanto cari all'ultimo John Grant. In mezzo a tanto ben di Dio gli si perdona una Last Of Your Kind che pare già sentita in almeno una dozzina di dischi indie rock e affini. (Adu)

Mother Island "Wet Moon" (Go Down Records)
Che delizie sonore ci arrivano dal vicentino, con la sensuale e popedelica proposta dei Mother Island, che fanno centro anche con questo secondo album. Psichedelia non è solo perdersi in un mare o in uno spazio fluttuante, ma anche chiudere gli occhi e sentirsi come Vincent Vega nel film Pulp Fiction (e qui di atmosfere tarantiniane ne respiriamo non poche), quindi trovare un momento nostro in una quotidianità urbana e capace di pungolarci e darci anche stimoli incalzanti. Quindi non solo un approccio '60, con rimandi a Beatles lisergici, Syd Barret o tra i contemporanei Allah-Las, ma anche una piacevole "urbanizzazione pop", come se la via di fuga non fosse da cercare solo nell'allontanarsi da tutto e tutti, ma si potesse trovare anche in mezzo a una grande città, se solo si riesce a sentire il battito del cuore che sa che alzare i propri giri. Sensuali, ipnotici, caldi e melodici. I nostri vicentini non sbagliano un colpo! (Disco Nation)

Feeder “All Bright Electric” (Cooking Vinyl)
Anni 2000 o 2016? È la prima domanda che potreste farvi quando inizierete ad ascoltare il nuovo album dei Feeder, tra le band più influenti della scena rock inglese. Forse per la prima volta in assoluto, cosa confermata anche dallo stesso frontman Grant Nicholas, si riesce a percepire distintamente l’anima e il cuore dei Feeder. Universe Of Life è un tripudio (non a caso scelto come primo singolo ad anticipare l’album) che permane fino agli ultimi brani. Stiamo parlando di un gruppo che ha vinto 3 dischi di platino e 2 d’oro, con 5 milioni di vendite alle spalle. Mica gli ultimi arrivati. Si sente la solidità e l’esperienza di ben 20 anni di carriera. (Martina Zorat)

Taking Back Sunday "Tidal Wave" (Hopeless Records)
Settimo album della carriera e, probabilmente, uno dei loro punti più alti, grazie a un'alchimia musicale decisamente ben riuscita tra Adam Lazzara e John Nolan. Andiamo oltre alla solita definizione di emo-rock che porta fantasmi adolescenziali qui non presenti, perché sostituiti da una vera maturità: il disco è vario, incalzante e melodico tanto quanto palpitante, struggente e rabbioso. (Disco Nation)

Touché Amoré "Stage Four" (Epitaph Records)
È roba che fa tremare i polsi e le mani questo nuovo album della formazione post-hardcore americana. Jeremy Bolm realizza testi devastanti sulla madre morta di cancro e mentre i suoi dubbi e le sue paure urlate ci entrano nel cuore, l'anima è scossa da ritmiche potenti e pulsioni chitarritiche che lasciano brucianti lividi sotto pelle, ma senza dimenticare per questo limpide melodie. Un disco catartico. (Disco Nation)

Barro “Miocardio” (A Buzz Supreme)
Dici Brasile e pensi alle spiagge dorate, al calcio e alla musica che fa muovere i fianchi. Avete invece mai fatto caso al sottile velo malinconico che si cela dietro i brani di alcuni artisti? Vi presentiamo Barro, un artista originario di Recife nello stato del Pernambuco nel Nordest del Brasile. Un disco cantato in 5 lingue portoghese, inglese, spagnolo e italiano nel quale convivono diversi arrangiamenti e diversi ritmi. Anche nella musica di origine brasiliana si può trovare anche della deliziosa elettronica e perfino Onde Martenot, l’antenato delle tastiere moderne. A mio modesto avviso, se il disco di Barro si potesse ascoltare attraverso delle vecchie radio, con quelle leggere interferenze e rumore di sottofondo delle resistenze elettriche, sarebbe ancora più bello di quanto già non lo sia. (Martina Zorat)

Fabio Cinti “Forze Elastiche” (Marvis Labl)
Produzione di Paolo Benvegnù. Romanticismo tra i grattacieli neri di Milano. Torna Fabio Cinti con la sua trascinante voce da cantautore vissuto, con la rabbiosa malinconia di chi ama la propria città, e tutto quello che essa s’è mangiata. Da non perdere se si è milanesi e pieni di false speranze. (Morgana Grancia)

An Harbor “May” (This Is Core / Believe)
Federico Pagani ha messo in queste otto tracce le sue primavere e le speranze, ma anche le tristezze. C’è dentro tutto quello che gli è capitato, con la pienezza di chi si è scritto, suonato, arrangiato e prodotto un disco da solo. Gustoso pop radiofonico (quasi un singolo da finale di X-Factor) come per Minerva Youth Party e il tipico sound da rock grezzo con chitarra e voce che artisti come Jack Savoretti stanno esportando con successo. “May” è tutto questo, rabbia, leggerezza, sicurezza delle proprie capacità ma anche curiosità, tenuti insieme dall’innato gusto di Federico. Che come si diceva ha fatto la maggior parte del lavoro da solo, con qualche aiuto importante: Cristiano Sanzeri alla produzione e registrazione, Pietro Beltrami ai piani acustici, elettrici e synth e Federico Merli alle batterie. Applausoni. (Martina Zorat)

Immagine della recensione.
AA.VV. - Recensioni In Pillole, Luglio 2016 - Varie - Varie

Tanti dischi e così poco tempo, e spazio, a dire il vero. Ecco allora le nostre recensioni in breve. Più corte, certo, ma non per questo parliamo di album meno importanti...


Diecicento35 "Il Piano B" (Autoproduzione)

Pop-rock con voce femminile: un libro aperto in cui ogni pagina è già conosciuta dalla prima all'ultima parola, in una lettura che a tratti induce sonnolenza, da tanto la trama è conosciuta, ma poi tutto sommato si arriva alla fine, premiando una scrittura che, più o meno, sta in zona "3 Metri sopra il cielo", ma, per fortuna, qualche colpo interessante lo piazza. Carola Rovito modula la sua (bella) voce in modo egregio per scattare fotografie post-adolescenziali su rapporti personali classicamente complessi, mentre i suoi compagni di avventura musicale tendono a variare i ritmi della proposta che guarda assai a quel pop-rock acqua e sapone made in USA anni 2000, che quando tira fuori le unghie lascia segni talemnte leggeri che, ahimè, finiscono nel dimenticatoio fin troppo in fretta. Rivedibili. (Disco Nation)

Azoto Liquido “Metamorfosi” (Autoprodotto)

I triestini Azoto Liquido e il loro alt rock dagli echi Verdeniani sembrano venuti dal passato, dall'epoca in cui MTV passava grunge e a scuola si vedevano solo zaini Seven o Invicta Le doti compositive non mancano e si sente che i ragazzi ci mettono cuore e anima in quello che fanno, anche se la voce talvolta pare trovarsi fuori dall'insieme non arrivando a infondersi con gli altri strumenti che invece sono ben coesi tra loro. Alcune idee da affinare ancora ma l'intento è lodevole e il risultato più che accettabile. (Nicola Perina)

Molla "365" (Auand Records/Goodfellas)

Un colpo al cerchio e uno alla botte: Molla ci fa pensare a un sacco di cose, di stili, di generi,a Moltheni in una versione squisitamente pop tanto quanto a Un Riccardo Sinigallia che ci avvolge di malinconia o a una primissima Carmen Consoli che adora l'acustico, ma poi ci porta in pista con un battito incalzante (365) che ti pare impossibile saia lo stesso che traccia sentieri pastorali struggenti in Lì o Eppure Sento. Ottimi gli arrangiamenti, che danno vitalità e cambiano spesso le carte in tavola, confondendoci anche, ma forse è proprio quello che il nostro Molla cercava. Un disco pop-rock delizioso. (Disco Nation)


Brenda's Friend “House Down” (Winspear Records)

Le due ragazze dell'Indiana non mi lasciano il segno, eppure il crunchy sound con l'attitudine grunge e la melodia nel sangue dovrebbero farmi uscire di testa, ma il gioco non attacca. L'obiettivo pare essere quello di sparare canzoni super brevi dagli accordi sporchi e ignoranti, minutaggio medio per canzone due minuti, ma il risultato è l'opposto perché le Brenda's Friend sembrano perdersi in forme artificiosamente lo fi e trame poco intriganti. Terminata l'ultima delle sei tracce di “House Down” resto impassibile, quasi infastidito. Passiamo oltre. (Nicola Perina)

Math and Physics Club "In This Together" (Matinée Recordings)

Per placare la nostra sete di pop cristallino la Matinée pubblica una bella raccolta di materiale raro e inedito dei Math and Physics Club che abbraccia ben 10 anni di attività: mettetevi comodi e lasciatevi cullare da melodie senza tempo che rimandano tanto a Lucksmiths quanto a Belle And Sebastian. Alla ricerca del pezzo pop perfetto, quello che riporti il sole o che ci faccia mantenere un po' quella malinconia che a volte ci assale e tutto sommato non vogliamo perdere. Per i completisti certo, ma anche per chi non vuole perdersi nulla di ben fatto in ambito jangly pop: 16 brani uno più bello dell'altro! (Disco Nation)

School '94 “Bound EP” (Cascine/Luxury)

Al loro secondo EP gli svedesi School '94 si confermano come eccellenti autori di pop incisivo dalle sonorità sognanti… anni '80 senza compromessi, mischiano appunto il tipico sound evocativo di band inglesi come The Sundays e Cocteau Twins al pop rock americano da classifica alla Cindy Lauper e Pat Benatar. Attraente la voce dell'androgina Alice Botéus, le canzoni sono tutte ben ideate e la produzione non fa una piega. Resta il fatto che l'effetto “richiamo” è persistente e ascoltando gli School '94 il pericolo di ripetersi e assomigliare fin troppo agli artisti sopracitati pare in agguato… sono curioso di sentirli nella prova su full lenght. (Nicola Perina)

Silvereight "Left Hand" (Riff Records)

Silvereight è il progetto solista di Federico Silvi, che già abbiamo conosciuto nei Jakie-O’s Farm. Il suo viaggio negli anni '90 parte dal sicuro porto del grunge, ma poi si permette, con ottima disinvoltura, di percorrere rotte più visionarie e psichedeliche, con il timone sempre ben saldo anche in frangenti quasi hard-rock. Va a finire così che in questo percorso sonoro dagli anni '90 si riesce perfino ad arrivare ai settanta e la cosa non ci disturba affatto. Ottimo lavoro! (Disco Nation)

Colleen Green “Colleen Green” (Infinity Cat Recordings)

Quanta freschezza nel quinto ep della californiana Colleen Green. Ramones sì, ma con la pacatezza e la grazia di una ragazza toccata dal genio dell'indie pop. Poco da dire, le canzoni suonano magicamente persino dagli odiosi altoparlanti del pc portatile e ogni singola melodia si incastra alla perfezione nel sound lineare e incisivo a cui ci ha abituato Colleen. Magnetica. (Nicola Perina)

Neverwhere "Alonetogether" (Autoproduzione)

Michele Sarda si presenta davanti a noi con la sua chitarra, acustica, senza spina o con un cavetto che attende solo di essere inserito e ci parla di se, senza filtri, senza tanti giri di parole e con una spartanità musicale che vuole essere colmata dalla pelle d'oca che produce. Strade intimiste che a volte verrebbe da dire che le conosciamo a memoria, ma a cui non riesci a sottrarti, quando sono fatte con questo approccio così spontaneo. Gli anni '80/'90 americani indie power-pop a cui viene tolta la potenza e l'irruenza, ma non la voglia di colpirci dentro. Bravo Michele! (Disco Nation)

Day Wave "Hard To Read EP" (Grand Jury)

Uscito lo scorso marzo per Grand Jury, “Hard To Read” è il secondo EP per Day Wave ovvero il musicista di Oakland Jackson Phillips: le cinque canzoni qui contenute sono delle piccolo perle che ci fanno sognare sin dal primo momento. La voce di Phillips si muove perfettamente attraverso la precisa strumentazione, costruendo splendide melodie a cui non si puo’ dire di no: non ci resta che chiudere gli occhi, mettere le cuffie a volume basso e lasciarci trasportare all’interno di questi panorami sonori che sanno emanare un grandissimo senso di pace. In attesa di un album vero e proprio, che dovrebbe arrivare nel corso del 2016, questo EP di un quarto d’ora abbondante, ci affascina, ci conquista e ci delizia. (Antonio Paolo Zucchelli)

Gemma Ray "The Exodus Suite" (Bronze Rat Records)

Nuovo album per quella che è stata definita "la regina del noir londinese" e direi che come definizione calza a pennello. Disco oscuro e dal forte sapore blues, capace di avvolgere e farsi ammirare in tutta la sua intensità, perchè credo sia proprio questa la carta più importante giocata dalla nostra, che cattura la nostra completa attenzione con il suo magnetismo e le sue storie assolutamente mai banali, ma sempre devastanti. Un film a tinte oscure, una colonna sonora che unisce quell' eleganza e raffinatezza che potremmo trovare, ad esempio in una collaborazione tra PJ Harvey e Badalamenti, con i toni più noir e notturni che emergono in modo lampante. Gemma ci avvolge, nel suo mantello (nero, ovviamente) e ci cattura...(Disco Nation)

Il Sonno Delle Masse "Comare EP" (autoprodotto)

Il Sonno Delle Masse hanno pubblicato da pochissimi giorno il loro primo EP, “Comare”: registrato e prodotto dalla stessa band reggiana in puro stile DIY, questo lavoro arriva dopo anni di concerti. Cinque pezzi, poco più di un quarto d’ora di musica e cinque canzoni, di cui una, Franz, cantata in inglese. Il loro è un pop raffinato e piuttosto gradevole, con influenze jazzy, in cui le inserzioni della tromba di Giulio Colombini aggiungono senza dubbio un tocco di classe al loro sound. E’ proprio la già citata Franz quella che più si differenzia dalle altre: è il brano più lento e romantico e i vocals hanno la capacità di far sognare l’ascoltatore. “Comare” è un lavoro interessante, in cui la giovane band emiliana dimostra di saper costruire qualcosa di buono, partendo dalle sue numerose influenze, a cui si vanno ad aggiungere il proprio carisma e la propria personalità: il primo passo è stato fatto nella giusta direzione. (Antonio Paolo Zucchelli)

Dot Dash "Searchlights" (The Beautiful Music)

Iper produttivi i Dot Dash di Washington D.C, guidati dal buon Terry Banks che in questo album (il quinto), più che mai alzano il tiro della "sporcizia" chitarristica, che nei precedenti lavori invece non era così accentuata. Avanti tutta con il loro power-pop, che diventa bello sonico e rumoroso come non mai, ma le melodie ovviamente non se le dimenticano mai per strada: così tra veri e propri assalti vecchio stampo (The Infinite) e momenti più liquidi (Summer Lights) i nostri ci portano a scuola e la lezione è quella che magari avremo già sentito mille volte, solo che, anche stavolta, non riusciamo a non farcela piacere! (Disco Nation)

Boys "Love On Tour EP" (PNKSLM Recordings)

Boys è il progetto solista di Nora Karlsson, la chitarrista degli Holy. Pubblicato dalla PNKSLM a maggio, questo è il secondo EP per la giovanissima musicista svedese, che ha registrato e suonato da sola i quattro pezzi qui presenti, salvo ricevere un piccolo aiuto dal compagno di band Hannes Ferm, che ha suonato la batteria in un paio di brani. Indie-pop delizioso e dal sapore lo-fi, pieno della malinconia descritta nei brani, questo EP della ragazza di Umeå si lascia amare per la sua semplicità, la sua atmosfera rilassata e per la delizia delle melodie. (Antonio Paolo Zucchelli)

Evans The Death "Vanilla" (Fortuna Pop)

Album numero tre per questa ottima band britannica che ancora una volta gioca a spiazzare, cercando in ogni brano di uscire da canoni troppo scontati. Lo fanno con grande gusto e attenzione, non buttandosi i generi a caso, ma lavorando di fino sui dettami di gente come Pixies o Sleater Kinney, per poi metterci tanto del loro sia nell'intreccio delle voci, sia nell'uso degli arrangiamenti che sanno perfino spiazzare l'ascoltatore più smaliziato. Il mondo sonoro cambia, si gira, viene capovolto e ritorna all'inizio, mentre tempi, suoni e melodie ci cambiano sotto gli occhi, con l'intento vero e proprio di valorizzare e non banalizzare la parola indie-pop-rock! (Disco Nation)

Karen Meat "On The Couch EP" (Sump Pump Records)

Il nuovo EP dei Karen Meat, band di stanza a Des Moines, Iowa, è uscito il mese scorso per Sump Pump Records. Il gruppo capitanato da Arin Eaton conquista l’ascoltatore sin da subito con il suo indie-pop semplice e condito da un leggero e gradevole velo di elettronica. I duetti tra Arin e il chitarrista Brad Turk continuano per tutte le quattro canzoni che compongono questo lavoro, costruendo dei piccoli gioielli di grande valore, impregnati da un velo di malinconia. La sensibilità pop di questi ragazzi è un vero e proprio valore, che ci lascia con la voglia di altra musica, più di questa decina di minuti. (Antonio Paolo Zucchelli)

Immagine della recensione.
AA.VV. - Recensioni in pillole, Giugno 2016 - Varie

Tanti dischi e così poco tempo, e spazio, a dire il vero. Ecco allora le nostre recensioni in breve. Più corte, certo, ma non per questo parliamo di album meno importanti...

Lo Straniero "Lo Straniero” (Tempesta Dischi)
Un progetto tutto italiano, dalle sonorità elettro-pop-rock sporcate da una sfumatura psichedelica: un viaggio tra le età della vita, dell’amore, del viaggio, della distanza. Un album strutturato, con una sua identità e un suo carattere, che si spinge verso atmosfere noir e malinconiche, fino quasi al limite, alla perdita del controllo. Band che ha già incontrato interessanti riscontri, tra cui essere finalisti al RockContest di Controradio, “Artista della Settimana” per Mtv New Generation, finalisti dell’edizione “Sotto il clielo di di Fred” 2016 – Premio Buscaglione. Occhi, e orecchie, puntati su di loro allora. (Elisabetta)

Your Noisy Neighbors “The Golden Conspiracy” (Almendra Music/Qanat Records)
Il debutto del duo palermitano YNN fonde d&b ed elettronica con l'attitudine punk di Meddi, voce femminile che quando ringhia pare strizzare l'occhio ai The Distillers. Fondono i primi Pendulum con l'industrial-punk e Rob Zombie con l'elettronica ma non riescono a graffiare come dovrebbero. Le potenzialità ce le avrebbero anche, manca però, più per la produzione tecnica che per carenze artistiche, quella “botta” necessaria che non rende i YNN abbastanza incisivi; e sinceramente 29 minuti per un album in studio sono pochini. (NicolaPerina)

Husky “Ruskers Hill” (Surya Musica)
Un album che porta in viaggio nella meravigliosa Australia (dalla costa frastagliata dello stato della Victoria fino alle colline della Yarra Valley), i cui testi sono stati scritti su un’autentica macchina da scrivere degli anni ’70 ed è ispirato al romanzo di Leonard Cohen “Beautiful Losers”. Cosa chiedere di più? Un disco stupendo, nato dopo una considerevole gestazione (era in lavorazione dal 2013) e che spiazza per la sua semplicità e al contempo intensità. Husky sono cambiati. No, ma sono sempre quelli di “Forever So”? E allora perché suona così nuovo? I testi sono luminosi, pieni di gioia..in una parola, immediati. Quel sound che sfocia nel senso di classico songwriting dopo un’adolescenza piena di America, Crosby, Stills, Nash e Young, George Harrison, Simon & Garfunkel e dischi di Leonard Cohen. Lacrime di gioia. (Martina Zorat)

Endless Harmony "Hypersapce" (VREC)
Vorremmo essere gli Evanescence ma corriamo il rischio di trovarci Gazosa. In bilico tra banalità alt-rock e un sound che ammicca alle grandi rock band del passato, accenni di personalità che s'intravedono, riff chitarristici e lavoro ritmico fin troppo classici e melodie che non sempre colgono nel segno, la band veronese per ora si aggrappa con tutta la forza che ha al carisma di Pamela Perez che, dobbiamo dirlo, aggiunge sicuramente un punto in più ad ogni brano (non a caso la produzione la mette decisamente in evidenza, pure troppo verrebbe da dire). Si può dare di più, ma i ragazzi sono giovanissimi e, spero, sapranno osare di più in futuro. (Disco Nation)

Joep Beving "Solipsism" (iaregiantrecords)
Forse la cosa più vicina alla musica classica che mi sia capita d'ascoltare, oltre a RAI 3 quando sono in macchina. Credo che Chopin di fronte a questo disco si sarebbe emozionato pure lui. Le mani su un piano e la malinconia notturna che ne consegue. (Disco Nation)

The Rodriguez “Hong Kong Casino LP” (Nimiq Records)
Carini e coccolosi. Siamo sicuri che alla voce non ci sia Pete Doerthy? Eh già, c’è davvero tanto dei primi Libertines nelle vene e nelle note di questa band di ragazzi italiani. Rock n roll portato in giro per il mondo (il tour brasiliano partirà nel prossimo ottobre). Indie, garage, un piglio che si percepisce sia ancora un filino (poco poco poco poco) acerbo. Un EP di 8 canzoni che scorre piacevole, un tuffo negli anni ’90 e quell’odore di giacche di pelle e di chiuso dei club nei sobborghi di Londra. Tutto questo sono i The Rodriguez. Fossero nati in US o in Inghilterra probabilmente sarebbero già dei fenomeni da Serie A. (Martina Zorat)

A Dead Forest Index "In All That Drifts from Summit Down" (Sargent House)
Adam e Sam Sherry sono due fratelli neozelandesi che ora, trasferitisi a Londra, hanno pubblicato questo incantevole album d'esordio. Un lavoro oscuro e ombroso, caratterizzato da una voce androgina e una strumentazione spesso spartana (chitarra, piano e ritmica) eppure assolutamente evocativa. Le armonie sono ipnotiche e ricche di fascino inquietante, capace di crescere con assoluta moderazione, con lenti movimenti. Una specie di Fleet Foxes in una veste maggiormente tenebrosa e crepuscolare, come se le ombre della notte ci avvolgessero lentamente mentre siamo soli, in una natura aperta e sconosciuta. Gemma Thompson delle Savages arriva a rendere nervosa e più satura l'aria di Myth Retraced. L'atmosfera del disco è decisamente densa e intensa. (Disco Nation)

Brenneke “Vademecum del perfetto me” (Autoproduzione)
Disco d’esordio di Edoardo Frasso dopo l’ep omonimo del 2013 che ha segnato la sua carriera da solista che lo vede polistrumentista chitarra, basso, tastiere, drum machine, batteria e chiaramente. Le 8 tracce che compongono l’album sono dolci, fresche e riescono ad amalgamare parole e suoni in una piacevolissima sinfonia .Alcuni pezzi un po’ più malinconici come Se Io Fossi Di Gesso oppure più colorati come Aforismi o Zero. Insomma sembra essere la colonna sonora perfetta per una serata con gli amici ad osservare la luna bevendo birrete nella piazza in città. (Beatrice)

Audacity "Hyper Vessels" (Suicide Squeeze)
Veterani dell'underground che ci esaltano come sempre. Parliamo degli Audacity, che in un mondo perfetto sarebbero quotati tanto quanto gente come Fidlar o Ty Segall (che guarda caso qui produce). Ritmi carichi, anima selvaggia, irruenta e rumorosa, heavy quanto basta e piglio da garage band. Ci fosse un pezzo che non fila! Figurarsi, i nostri 4 pigiano sull'accelleratore e le loro chitarre sature una melodia deliziosa la tirano sempre fuori (Lock On The Door...in ginocchio signori!) e non crediate di avere a che fare con 4 cazzoni qualsiasi. Eroi della bassa fedeltà, che pare bassa solo in apparenza. (Disco Nation)

I Misteri del Sonno “Il nome dell’album è I Misteri del Sonno” (La Rivolta Records)
Primo lavoro full-lenght per I Misteri del Sonno. Il tema centrale del disco ruota intorno al gruppo stesso, nel senso che la band è partita dal proprio vissuto per raccontarsi, traccia dopo traccia. E non sono mica ragazzi di primo pelo: opening-act dei concerti di Skunk Anansie, Afterhours, Lo Stato Sociale e Fast Animals & Slow Kids. Difatti, se avete una certa inclinazione all’ascolto delle band precedentemente citate allora vi conviene saltare sull’auto in corsa de I Misteri del Sonno. Canzoni dal gusto tipicamente radiofonico come Tu Non Vuoi Morire vengono seguite da ballad Riff In Mi o la strumentale La Stanza D’Inverno. Interessanti. (Martina Zorat)

Richie Stephens and the Ska Nation Band “Internationally" (Pot Of Gold/Adriatic Sound/Zojak World Wide)
Galeotto fu… il Festival di Casalabate dell’anno scorso, durante il quale Richies Stephens - famoso cantante e producer jamaicano - incontra il duo Rankin Lele e Papa Leu, ex componenti dei Sud Sound System, con i quali decide di realizzare un “Internationally” project. Così nasce Richie Stephen and the Ska Nation Band, un’esplosione di carica reggae e ska che fonde la sensualità dei suoni della meravigliosa Jamaica al carattere caldo e deciso delle terre Salentine. Una fusion che potrà essere apprezzata sia da coloro che già apprezzano il genere che da coloro che vorranno lasciarsi travolgere da queste sonorità avvolgenti. (Elisabetta)

Modern Baseball "Holy Ghost" (Run for Cover)
I Modern Baseball arrivano al disco numero tre, quello più difficile viene da dire, dopo la depressione pesante di Brendan Lukens. È il disco in cui Jacob Ewald si occupa del lato A e Brendan va a musicare il lato B, con l'ironia e il cinismo che lasciano spazio a riflessioni sugli affetti e su quanto e come contino le presenze e le assenze. Lo avete già sentito in tanti altri dischi "emo"? Beh, sentitelo pure qui, perché le parole quando sono vere e sincere sono dannatamente terapeutiche, perché la verità non è mai patologica. Brendan è più ruvido e abrasivo, Jacob ha la melodia più immediata, ma i Modern Baseball non sbagliano e il loro pop-punk resta scorrevole, capace di emozionare e di colpire. Vogliamo usare la frase fatta che i ragazzi stanno crescendo? Ok, usiamola, ma non fermatevi a quest'etichetta, c'è un mondo di sentimenti, lacrime e mani che tremano qui dentro e credo che un po' di questa "terapia" musicale serva a tutti. Buon ascolto. (Disco Nation)

Quilt “Plaza” (Mexican Summer)
From Boston with love, i Quilt sono arrivati al loro terzo album e che album! Dalla prima all’ultima traccia si percepisce una gradevole sensazione di libertà e piacere. Eliot st. è la traccia che racchiude al meglio questo feeling. Diverse invece Roller dove la voce femminile porta in un fluttuare continuo per mari incontaminati oppure Own Ways dove si cavalcano le onde delle desertiche highways americane. Un disco da apprezzare nell'infinito universo musicale che ci circonda! (Beatrice)

Jambox “SPLEEN EP” (Autoprodotto)
L'ep che segna il debutto dei torinesi Jambox rivela una certa venerazione verso l'universo shoegaze: fuzz rudimentali, voce ipnotica, dosi massicce di eco e riverberi. Insomma gli ingredienti ci sono proprio tutti, anche se bisogna sottolineare che il loro è un suono che vira più verso il noise piuttosto che verso le atmosfere eteree alla Kevin Shields, ma quello che manca ai Jambox è un pizzico di personalità in più che con il tempo li potrà rendere sicuramente meno acerbi. (NicolaPerina)

Clowns From Other Space “Zeng” (BoleskineHouse Records)
“Zeng non è una porta che si fa aprire da molte chiavi, ma una chiave che apre molte porte” dicono i CFOS ed è questo forse il modo migliore per definire le tante le suggestioni di un lavoro che mescola brit-rock, sfumature garage, afflati new-wave, lividi bagliori psichedelici. Una versione più spinta dei Brothers In Law. “Zeng” si apre con l'ultimo brano scritto dai Clowns e si chiude con la prima traccia composta molti mesi fa. Le due estremità racchiudono il resto degli episodi che può essere suddiviso approssimativamente in due parti: la prima, più diretta e definita; la seconda, più oscura e criptica. Piacciono fin dal primo ascolto, fin dalla prima traccia Shifted. Cavoli, che grandiosa scoperta! Un lavoro davvero di ottima fattura. (Martina Zorat)

Malenky Slovos “Mood Swings” (Autoprodotto)
Dopo un ep autoprodotto gli spezzini Malenky Slovos danno alla luce il loro primo full lenght che ha richiesto ben 3 anni di gestazione, ma fanno l'errore di mettere troppa carne al fuoco disorientando e disturbando allo stesso tempo l'ascoltatore. Dentro a Mood Swings troviamo gettate di industrial, post punk, new wave, pop rock e disco-funk che rende il tutto troppo soporifero, ma è forse nei momenti più calmi e poetici come l'ambient di Whited Out o il post rock in puro stile Mogwai di By This River in cui trovo più coerenza e capacità espressive. Io consiglierei loro di scegliere una strada ben precisa e di approfondirla. (NicolaPerina)

Harmonic Pillow "Harmonic Pillow" (Dischi Bervisti)
Un ponte che pare sospeso nel vuoto, dei fiori probabilmente a ricordo di qualcuno, un camminatore lontano: sensazioni di qualcosa che si è perso ma di un viaggio che continua, ma non se ne percepisce l'arrivo, in bilico sulle emozioni, ma con protezioni laterali alte che forse possono bastare: la musica di Anna e Alex riesce a musicare tuto questo, portandoci esattamente su quel ponte, in balia di venti che lo agitano rabbiosamente, ma anche di brezze che paiono cullarci, abbiamo voglia di correre su quelle assi di legno, e lo facciamo, ancher a perdifiato a volte, ma poi ci ripensiamo e guardiamo quei fiori, con affetto, ma anche con storidimento, con la mente annebbiata e il ponte sembra non finire mai. Un disco vario, eterogeneo, con chitarre anni '90 che pare di senire le L7, salvo poi trovarci aggrappati a una melodia quesi psichedelica e all'arrangiamento d'archi di Mad World. Le facce di una medaglia, l'inzio e la fine di un percorso su quel punte infinito che è la vita, in cui si perde, ci si perde, ma si ritrova, ci si ritrova. Un disco molto bello. (Disco Nation)

Malcolm Middleton "Summer Of '13" (Nude)
Accidenti chi si rivede, il buon Malcolm "Arab Strap" Middleton e, diciamolo, è sempre un piacere. Un disco elettro-pop che scorre assolutamente solare e piacevole: melodie leggere, ritmiche che conquistano ma sopratutto brani che in un attimo sono già da mandare a memoria (Like John Lennon Said su tutte!). Deliziosamente a cavallo tra anni '80 e '90 l'album risulta vincente sotto tutti i punti di vista, dolce quando serve ma anche incalzante e ballabile. Bel colpo Malcolm! (Disco Nation)

Hollowtapes “Tall” (Autoprodotto)
Gli Hollowtapes, con base a Chicago, sono un progetto da tenere sott'occhio. La mente di questa musica trasognante ha il nome di Francis Shannon, fonde lo-fi dagli echi 60's con un certo gusto dream pop. Dopo un acerba raccolta di demo vari e un ep alla ricerca del suo io ecco arrivare un altro quattro tracce in cui pare voler scoprire qualche carta in più. Si aprono le danze con gli spring reverb luccicanti e affondi di noise melodico dell'affascinante Broken Car Radio, più psichedelia nella successiva Strange City, riff vincenti e chitarre acustiche grattuggiate alla Real Estate nell'armoniosa Tall e poi si chiude con il grunge dilatato di Nerve. Sottofondo malinconico perfetto per qualsiasi occasione. (NicolaPerina)

Wall Washington - "Bandita EP” (autoprodotto)
C’è il coraggio di voler fare le cose per bene nell’EP autoprodotto dei Wall Washington, “Bandita”. Sei brani che esaltano l’intraprendenza della cantante, Sonia Jane Babe, e l’entusiasmo di Andy (chitarra e seconda voce), Gerry (batteria) e Ivan (basso). Lo stile è un punk-rock pulito e melodico. “Zore-Zone” è a detta di chi scrive il brano più potente. Notevole anche l’artwork che accompagna il mini-cd, a cura del grafico torinese Marco Castagnetto. (Vincenzo Sori)

ERRI "Dentro La Stessa Tempesta" (The Prisoner Records / Viceversa Records)
Si pensa che dentro una tempesta non ci sia tempo per ragionare, per guardare gli altri e pensare e invece ERRI ci dimostra il contrario, perchè è proprio in questa realtà tempestosa che ci accomuna tutti che forse riusciamo veramente a coglierci per querllo che siamo veramente o, ahimè, stiamo diventando. Non c'è solo pioggia in una tempesta, ma anche pallidi soli che non riscaldano, ma senza dubbio ci mettono meglio in mostra, anche se non fa piacere. Un disco dai toni bassi, malinconie che non alzano i battiti del ritmo della batteria, ma cercano di scombinare quello del cuore. Chitarre che sanno attiraraci come le sirene di Odisseo, arpeggiate ma pronte a farsi più cariche: tuoni e lampi in una tempesta dai mille volti. Un bellissimo disco. (Disco Nation)

Giulia’s Mother “Truth” (INRI)
Nonostante la formazione sia composta da due soli elementi, Andrea Baileni (voce e chitarra) e Carlo Fasciano (Batteria), la loro musica è caratterizzata da un suono ricco e potente, grazie ad un forte utilizzo dell’ effettistica la voce è arricchita da cori e armonizzazioni, la chitarra acustica equipaggiata di un pick up particolare si trasforma, all’occorrenza anche in basso. “Truth si trasforma in un lungo e introspettivo viaggio alla scoperta di ciò che siamo, farfalle che vivono un solo giorno dentro una moltitudine di esistenze. Truth è amore, quell’amore romantico incondizionato che rifiuta i dogmi e i preconcetti. Truth è un viaggio che l’ascoltatore più attento, chiudendo gli occhi, riuscirà a percorrere.” E quegli arpeggi di chitarra classica, uniti alla voce delicata di Baileni (a tratti, soprattutto quando la tonalità si fa più bassa, mi ricorda il primissimo Perdue Genius) sono struggenti. Si potrebbero sprecare i paragoni con band di calibro internazionale e che hanno fatto del folk alternative rock il loro cavallo di battaglia, ma per una volta facciamo un plauso a questi due ragazzi che hanno reso pubblico un disco notevole e adatto ai cuori più sensibili. (Martina Zorat)

Giungla “Camo EP” (Factory Flows)
La bravissima Emanuela Drei, frontman degli Heike Has The Giggles, battezza il suo progetto solista con Camo, un cinque tracce di elettro-rock veramente delizioso. Le eccellenti qualità canore di Emanuela distanziano molti artisti simili che invece faticano con l'inglese, dimostrando inoltre un gusto sopraffino nel dosare intensità, come nella potente Cold, e gentilezza, e qui rimando alla XXiana Sand. Drum machine minuziose, fuzz ultra compatti, sintetizzatori da cameretta, voci filtrate senza eccedere nell'artificioso e una giusta dose di malinconia compongono un puzzle di delicata poesia elettronica. (NicolaPerina)

Late Night Condition "Back On Track" (Deep Elm Records)
Vengono da Buenos Aires questi 4 ragazzi che hanno convinto la Deep Elm a pubblicare il loro nuovo album, che esce una vita dopo il precedente lavoro. Indie punk-rock suonato in modo semplice e diretto, con quel tocco anni '90, a richiamare la Deep Elm che fu. C'è un piglio punk che abbraccia l'intero lavoro, rendendolo comunque piacevolmente ruvido e "stradaiolo", giusto per non far capire che si cerca la canzonetta da classifica. Un disco classico potremmo dire, e ci basta così. (Disco Nation)

Mary In June "Tuffo" (V4V Records)
I Mary in June sono la solita band italiana dal nome inglese. Si ritrovano a suonare insieme una sorta di post rock/punk dalle sfumature folk, gridando il loro sdegno contro questa società. Il fatto è che loro sono dei bravi ragazzi, il loro animo non è sufficentemente "dark", sono dei bonaccioni. Come fanno a far passare il messaggio? Ecco che subentrano i suoni graffianti, un po' ritmati un po' più placidi. Dietro tutto il loro lavoro c'è il tocco di Giorgio Canali e si sente parecchio. Il suo approccio musicale semplice e d'impatto ma molto forte emotivamente quasi del tutto viscerale, ha fatto emergere il lato più genuino della band. (Martina Zorat)

California Snow Story "Some Other Places" (Shelflife Records)
L'attesa è stata lunghissima, 9 anni, ma ora il sogno è realtà: sono tornati i California Snow Story di David Skirving, ex chitarrista di Camera Obscura. Volevate un disco per farvi cullare dall'indie pop più raffinato e incantevole? Bene, ecco ciò che fa per voi. Trame acustiche che si fanno carezzevole brezza, mentre lievi arrangiamenti curano e riempiono con sapienza il suono. Non è un disco adatto ai momenti più movimentati, ma è perfetto per quando si ricerca un momento di pace, di conforto, quando finalmente ci si vuole prendere cura di sè: la magia della musica può fare anche questo. Da brivido l'assolo di Our New Sun, così omke l'eleganza assoluta di Outliers e il tuffo negli anni '50 di Over The View. Bentornati eroi! (Disco Nation)

Boris Ramella "Non Riesco a Dormire" (La Giungla Dischi/Sony)
Si amano sempre di più questi dischi intimi, scritti nelle prime luci del mattino. Quello di Boris Ramella è una pennellata di acquarello, 7 tracce dai toni tenuti e delicati, le guance rosate di una giovane ragazza. Come lo stesso artista descrive il suo lavoro, "Un album sofferto, metabolizzato, di passaggio, che viene dalla Liguria e arriverà chissà dove". Sicuramente tocca con la punta delle dita l'animo dell'ascoltatore e gli fa ondulare piano la testa. (Martina Zorat)

No Frontiers "Moving Forward" (This Is Core)
Punk rock di quello melodico e sincero per i ragazzi milanesi, che in questo nuovo lavoro non vogliono inventare nulla e non si spingono mai in territori impervi, ma mirano diretti ai punti fermi del genere: batteria che sa picchiare, riff ben congegnati e veloci, coro che sa entrare al momento giusto, una voce non del tutto educata che non disturba e una melodia di fondo che non tradisce mai. Forse alla lunga il tutto risulta un po' monocorde, ma tutto sommato il minutaggio è ridotto, per cui non ci sentiamo di dover bocciare i ragazzi, che anzi, passano l'esame! (Disco Nation)

YAK “Alas Salvation” (Octopus, Kobalt Label Services)
Una vera e propria forza della natura. Pogo, sputi, distorsioni, acidi. “Alas Salvation” è l’urlo di adorazione agli esponenti degli anni Sessanta e Settanta del garage e del proto-punk. In chiave 2016. Suoni affilati come rasoi, bassi potenti e ruvidi, praticamente un disco che ti porta via i polmoni (ci sono solo un paio di brani che danno qualche attimo di tregua). Lasciate questi puledri purosangue senza briglie e vi tireranno fuori un disco della Madonna. L’EP “No” aveva già fatto gridare al miracolo, con questo primo album siamo tutti in ginocchio. (Martina Zorat)

Kelevra "Cronache Per Poveri Amanti" (VREC)
Niente male le fotografie pop dei Kelevra, che giungono al secondo lavoro con chiarezza di idee e di linee guida musicali. Synth-pop che però non disdegna affatto l'uso della strumentazione tradizionale per disegnare melodie e ritornelli assolutamente accattivanti (hai voglia tu a resistere al brio di Acrobata o al ritornellone appiccicoso di Fino A Qua Tutto Bene). Il prodotto è radiofonico con la R maiuscola, ma non certo fatto di canzonette usa e getta, in primis per dei testi che vanno a toccare con grazia non pochi nervi scoperti sul nostro essere e sul nostro mostrarci, e poi perchè comunque essere melodici non vuol sempre dire scendere ai compromessi della banalità, per fortuna. Un disco di pop preciso, asciutto, lineare, ottimamente costruito, che insegna che oltre a I Cani (il pezzo Cronache per Poveri Amanti, fosse firmato Contessa ne staremmo già parlando da mesi e mesi, poco ma sicuro) c'è vita nella musica italiana, basterebbe cercarla. Bella anche la comparsata di Davide Toffolo in Non hai gravità, che ci rimanda dritti agli anni'80. (Disco Nation)

Overdose "1991" (VREC)
Verrebbe quasi da dire "fuori tempo massimo" per il terzetto veronese degli Overdose, ma mi sa che tutto sommatto faremmo loro giusto un piacere, perchè tanta e tale è la devozione verso gli anni '90 americani, quelli plasmati da gente come Nirvana e Mudhoney, che a definirli così, beh, non credo sarebbe chissà quale delitto per loro. A testa bassa in un grunge che si sporca di chitarre rabbiose e anima garage. Battrista che picchia come un buon fabbro, riffoni, anima oscura e voce che tutto sommato non è sempre così sporca e sguiaiata come si potrebbe temere (anche se gli urli non mancano) sono gli ingredienti di un disco che non brilla certo per originalità, ma nel genere è dignitoso. Gli Overdose sono così, prendere o lasciare. Simpatica la loro versione di Brimful Of Asha dei Cornershop. (Disco Nation)

Immagine della recensione.
AA.VV. - AA.VV. Recensioni in pillole, Maggio 2016 - Varie

Tanti dischi e così poco tempo, e spazio, a dire il vero. Ecco allora le nostre recensioni in breve. Più corte, certo, ma non per questo parliamo di album meno importanti...

Il Pinguino Imperatore “Domeniche alla periferia dell’impero” (Stormy Weather)
Disco d’esordio per Il Pinguino Imperatore, band dal rock nudo e crudo. Ricordano tantissimo la scena underground italiana di una decina di anni fa, il riff del brano La Meccanotecnica è fratello gemello di un brano dei Ministri del 2013. Il singolo che anticipa l’uscita dell’album è La Barba, brano vincitore dell’ESS 2015, in cui Il Pinguino Imperatore riflette amaramente sul proprio essere metaforicamente ai margini di quel piccolo star system che è il mondo indie di questi anni. Approvati. (Martina Zorat)

Andrea Fardella "Le Derive Della Rai" (Controrecords)
Dobbiamo ammettere che il titolo della prima canzone e (quasi) title-track dell’album, La Deriva Della Rai, ci rende Andrea Fardella subito simpatico. Senza dubbio questo debutto sulla lunga distanza del musicista e attore piemontese, uscito da pochissimi giorni, è un lavoro interessante, perché non si basa solo su un unico genere, ma è anche capace di spaziare al di fuori dal cantautorato puro e semplice, passando, per esempio, su territori folk e rock, e anche i suoi testi sono diretti, sinceri e intelligenti. L’unico aspetto che, a nostro avviso, risulta meno convincente è la durata dei pezzi, che a volte pare un po’ troppo lunga, ma fondamentalmente “Le Derive Della Rai” è un album valido e che vale più di un ascolto. (ap1976parma)

Le chiavi del faro “Dentro” (Autoproduzione)
Secondo album per questo trio perugino dall’anima rock e di carattere. La loro nuova proposta è un blend indie rock con interessanti accostamenti electro e rimandi alla musica psichedelica. 
Plastiche l’inventario con protagonisti sax e synth è forse il manifesto di questo giovane progetto, che si evolve verso ritmi caldi quasi “alla Santana” in La quasi fine, scivolando verso atmosfere goth in Malattie al galoppo per poi ritornare su toni psico-electro in I cani sono macchine molto semplici. Testi talvolta slegati dal contesto sonoro si presentano con un interpretazione quasi criptica, che può migliorare a vantaggio di una maggiore fluidità all’ascolto. (Elisabetta)

V.Edo "V.Edo" (Ponderosa Music&Art - Believe Digital Italia)
Songwriter itinerante per indole e per scelta, Edoardo Vergara in arte V. Edo osserva e ascolta tutto ciò che lo circonda, traendone ispirazioni che diventano canzoni. Il suo stile evoca, in un certo senso, Manu Chao o Les Négresses Vertes e non si riesce a trovare un difetto nei 9 brani che compongono il suo nuovo album. (Martina Zorat)

Senatore “Bisogni Primari” (INRI)
Anche se, un po' più di frequente ormai, l’inglese si sta facendo strada nella discografia italiana mainstream, succede ancora che qualche gruppo indipendente faccia il salto in senso opposto e inizi a scrivere in italiano. È questo il caso dei piemontesi Senatore, che lasciate alle spalle le vesti anglofone dei Garden Of Alibis, ci presentano la loro nuova reincarnazione italiana con “Bisogni Primari” (INRI), un disco autoprodotto di rock indie sintetico condito da una buona dose di effetti, divertente anche se non particolarmente vario. Questo è un album che parte in quarta, sfoderando subito i pezzi forti, ma che non riesce a tenere la distanza dopo aver rallentato i ritmi a metà percorso, tanto che anche brani altrimenti solidi come La Casa Del Popolo e Tipi Classici perdono risalto con un ascolto lineare. Bisogna dire che il passaggio all’italiano non è indolore, i testi risentono molto dell’abitudine di scrivere in inglese, negli argomenti e nella struttura stessa dei versi più che nella ritmica. I Senatore fanno un ottimo lavoro in studio di registrazione, creando un sound pulito e cristallino, con la voce sempre bene in primo piano. Le sonorità rimangono nettamente esterofile (tranne qualche eccezione, come il primo singolo, L’Anticiclone Del Nord, che quasi ricorda i Prozac+) e strizzano l’occhio all’indie d’oltremanica con chitarre da giovani Franz Ferdinand (Shampoo) o alla Razorlight (Gli Avvocati). Sicuramente un lavoro che vuole conquistare al primo ascolto, ma che forse si comprende meglio al secondo. (lalleeh)

Phoenix Can Die "Amen" (Black Fading)
Battito elettronico pulsante per il duo electro-rock nato dalle ceneri della band bolognese Rock Destroy Legends. In realtà, la bandiera del rock in questi schemi sonori è sicuramente rappresentata dalle chitarre, che ogni tanto fanno capolino, ma non possiamo non dire che sia l'elettronica a farla da padrone. Poi certo il ritmo è sostenuto e i pugni sono decisi, ma se pensavate di trovare qualcosa tipo i primi Orgy, ad esempio, beh sbagliate di grosso e non solo per la quasi totale assenza del cantato. Alla fine forse la traccia che colpisce di più è quella più d'atmosfera, ovvero Artax. Non mi entusiasmano, lo ammetto. (Disco Nation)

Daushasha “Luna” (La Coperta Dischi)
Grazioso folk per i Daushasha, leggero e molto ascoltabile. L’alternanza di voci maschili e femminili è perfettamente incastrata con i suoni che provengono dal Sud Italia e dai Balcani. Grazie ai brani dei Daushasha si riescono ad immaginare i balli di gruppo con una orchestra improvvisata e donne che ballano a piedi nudi facendo le ruote con le gonne dei loro vestiti colorati. Così come Luna abbraccia troppe stelle, anche Il freno, primo singolo estratto, racconta una tormentata storia d’amore. In entrambi gli episodi, a fare da contrasto alla narrazione, si sviluppano melodie vivaci e festose, capaci di trascinare l’ascoltatore nel folle universo dei protagonisti dei melodrammi amorosi messi in scena. Disco consigliato per gli amanti del genere. (Martina Zorat)

Pinne "Avete Vinto Voi" (Costello's Records)
Pop. Cosa possiamo altro dire della musica sfornata da queste due fanciulle? Si, pop, nient'altro che pop, con questi testi disimpegnati e surreali ma non troppo (diciamo che non ci penserà su troppo e un sorrisetto, amaro a dire il vero, ce lo strappano), un po' come questo sound che conosce le chitarre, ma non dimentica l'elettronica e arriva sempre al ritornello più o meno azzeccato, quando ne hanno voglia però, perché certe canzoni paiono francamente buttate li senza troppa convinzione, come se fossero solo bozze e ci lasciano l'amaro in bocca. (Disco Nation)

Grandi Navi Ovali “All You Can Hit” (Maciste Dischi)
Era un po’ di tempo che non tornavo a scrivere su queste pagine di dischi in uscita, per quanto mi riguarda quasi tutti all italians, perché mi piace capire e seguire la scena di casa nostra. La stessa scena indie che da tante soddisfazioni, ma anche qualche incazzatura di troppo. Fatta questa premessa sono contento di fare la mia rientry con un disco freschissimo, parliamo di un trio milanese a moniker Grandi Navi Ovali che pubblica il debut “All you can hit” e che senza particolari hype si sta facendo notare sempre di più nel sottobosco per puntare in alto. Ecco i ragazzi, senza seguire un qualsiasi dogma prefissato, sfornano un gioiellino pop quanto scanzonato, divertente, profondo e impegnato allo stesso tempo. Quel disco che puoi ascoltare mentre fai il cambio degli armadi o grigli le verdure, quel disco che puoi ascoltare prima di addormentarti o quel disco che ascolti in vinile con attenzione, rigorosamente con le cuffie per capirne le sfumature sonore e le liriche. Mannaggialavita è già un riferimento indie di questo inizio anno, quel singolo che sa tanto di biglietto da visita, ma che ha tutte le caratteristiche della canzone apripista, per catturare anche i più scettici o i poco attenti, perché si sa il problema della musica alternativa e non solo è quello di creare un passaparola meglio conosciuto come hype, così allora diventi evergreen in un paio di giorni, altrimenti la strada è decisamente in salita. Per riassumere il tutto non so come spiegarvelo meglio, questi sanno il fatto loro e sono sicuramente tra le mie rivelazioni di questo 2016 e lo saranno anche alla fine dell’anno nelle tanto odiate classifiche riepilogative. Se poi ci aggiungo che pubblicano per Maciste dischi, etichetta che in poco più di un paio d’anni sta sfornando aritsti promettenti e già affermati di assoluto valore vedi tra gli altri Sara Loreni, Johnny Blitz, Miele o i Siberia, non può che rincarare la dose. Ragazzi non ci sono solo Calcutta o icani. (Paul Pridebeck)

Miss Mog "Federer" (Dischi Soviet Studio)
I Miss Mog nascono nel 2010 a Marghera: la band veneta ha da poche settimane pubblicato questo suo primo lavoro sulla lunga distanza. Il loro disco sa unire in maniera gradevole un’elettronica di stampo classico con un songwriting, invece, moderno e intelligente, senza mai scadere nel banale. Prodotto da Beppe Calvi, il disco di questi veneziani preferisce rimanere sempre con dei ritmi piuttosto bassi, regalando momenti raffinati come Faust o l’iniziale Un Pomeriggio. Il primo set è vinto. (ap1976parma)

Glen Hansard "A Season On The Line EP” (Anti- Records)
Dopo il grande successo di critica e pubblico del suo ultimo album, “Didn’t He Rumble”, uscito lo scorso anno, Glen Hansard è tornato a febbraio con un nuovo EP, comprendente due brani inediti registrati nelle sessioni di quel disco e altri due più conosciuti perché facevano spesso parte delle setlist del tour che lo ha visto incredibile protagonista anche qui in Italia qualche mese fa. Didn’t He Ramble, che dava sì anche il titolo all’album più recente, pur senza farne parte, apre questo EP, con una incredibile forza, creata da un’eccellente uso dei fiati: il pezzo parla dei rapporti con il padre durante la crescita, mentre l’atmosfera continua a crescere, regalando atmosfere indescrivibili. L’altro brano già noto, Way Back In The Way Back When, invece, è più duro e cupo e cammina su territori blues. Return è intima, semplice, forse scarna, ma ricca di sentimenti che ci fanno commuovere. Questo EP è un’altra conferma per Hansard, vincitore, non a caso, di un premio Oscar per la migliore canzone originale con Falling Slowly degli Swell Season. (ap1976parma)

Plague Vendor “Bloodsweet" (Epitaph Records)
Un disco da avere assolutamente, ve lo dico subito. Qui c’è dentro una commistione di tante di quelle cose che davvero risulta impossibile non esserne attratti, a partire dal sangue. Quello stesso liquido rosso e denso che perdeva Iggy Pop durante i concerti; lo stesso sangue che esce dalle dita che stuprano una Telecaster a sberle di manrovescio; lo stesso sangue evocato dai toni del rosso indossati dal Jack White più isterico. Jezebel mette d’accordo gli Stooges con i White Stripes, strizzando l’occhio a Siouxsie e ai Bauhaus. E dietro l’angolo c’è sempre l’atteggiamento casinaro che non ha nulla a che fare con questi anni di musica indie. I Plague Vendor vogliono fare casino, a loro non interessa né innovare, né guardarsi la punta delle scarpe e tantomeno inseguire il singolo ruffiano. Fanno rock ‘n’ roll senza essere nulla di tutte la band citate, ma prendendo da ognuna qualcosa e proprio per questo risultano originali e sanguigni. Bravi, bravi, bravi….10! (EmiLiano)

Castaways Roaming "The Middle End" (This Is Core)
Power-rock per questo terzetto italiano che sa mostrare i muscoli, oliati a dovere, ma senza farne sfoggio inutile e fine a sè stesso, ma nello stesso tempo mostra anche una vena più malinconica e toccante, che ogni tanto fa capolino (Illusory Freedom). Poi che sul loro Facebook abbiano i Get Up Kids come influenza, beh, fa giusto sorridere, meglio gli Incubus che troviamo pure loro nel listone. (Disco Nation)

Marco Bugatti “Romantico” (Autoprodotto)
“Romantico” è il disco d’esordio di Marco Bugatti, già autore, voce e chitarra della alternative band Grenouille, con cui tra il 2008 e il 2012 ha dato alla luce tre dischi. Sette tracce, in cui il cantautore milanese mostra il suo lato più intimo e personale, senza rinunciare alla poetica ironica, profonda e dissacrante che da sempre è stato il suo marchio di fabbrica. Tanti stili abbracciati da Bugatti, dallo scanzonato al country, dal rock alle ballad (come in Vero). Un bel ventaglio di proposte musicali. (Martina Zorat)

Persian Pelican "Sleeping Beauty" (La Famosa Etichetta Trovarobato, Malintenti Dischi, Bomba Dischi)
Talmente bello che ti vengono i brividi. Capace di rendere luminoso il buio, capace di farci venire la pelle d'oca quando siamo scazzati e non ci va bene nulla, capace di emozionarci con la semplicità quando ci siamo messi in mente che solo le cose più barocche potranno esaltarci. Andrea Polcini manipola il suo folk e lo rende dolce, irresistibile, pop, onirico, sincero, toccante, in punta di piedi ma capace anche di pizzicarci, ma con quei pizzicotti che ci fanno alle spalle e poi vedi che chi ce l'ha fatto ci sorride e ha vinto lui. Applausi Andrea, li meriti tutti, perchè hai conquistato la mia serata e i miei ascolti settimanali e, mi sa, pure quelli mensili. (Disco Nation)

McKenzie "McKenzie" (Autoproduzione)
Noise Rock cupo e rabbioso, che guarda agli anni '90 e alla lezione del post-hardcore: a tratti pare di sentire i Biohazard più claustrofobici, quelli di Urban Discipline, che poi però non cercano l'accellerazione catartica e il circle pit ma che fissano i chiodi alla nostra bara con cattiveria, incisività e costanza. Ottimo biglietto da visita! (Disco Nation)

American Hi-Fi "American Hi-Fi Acoustic" (Rude Records)
Una celebrazione, un tributo a un disco, a emozioni passate, a canzoni che si, in un certo senso, hanno fatto un pezzo di storia dell'indie-pop-rock americano. Stacy Jones e i suoi ci fanno venire i lacrimoni riprendendo il loro esordio e suonandolo tutto con l'acustica e se allora te lo sparavi a tutto volume in macchina con la signorina di turno, beh, ora te lo godi sul divano, con quella stessa fanciulla che ora magari è diventata pure tua moglie. I tempi passano, ma le melodie, beh, quelle rimangono sempre belle. Acustiche o elettriche che siano. Piacevole. (Disco Nation)

Frank Turner "Mittens EP" (Xtra Mile Recordings)
Dopo l’ottimo “Positive Songs For Negative People”, uscito lo scorso anno, Frank Turner ha realizzato in marzo un nuovo EP con quattro brani inediti più la title-track, che è appunto estratta dall’ultima fatica sulla lunga distanza. E’ proprio Mittens ad aprire questa fatica: intensa, forte emotivamente, non nasconde le radice punk di Frank e, sin dal primo ascolto, diventa un inno già pronto per le arene. Little Aphrodite, invece, è il brano più lento dell’EP: una ballata con il piano, malinconica e piena di sentimenti, che possiamo toccare attraverso la voce di Frank. L’atmosfera piuttosto cupa caratterizza anche The Armadillo, un brano riflessivo e spoglio, ma che riesce a colpirci profondamente. Ben difficile che Turner sbagli qualcosa e questo EP è l’ennesima dimostrazione del suo grande talento e della sua capacità di entrare nei cuori dei fan. (ap1976parma)

Gaben “Vado” (Vina Records)
“Vado” è il secondo lavoro di Alessandro Gabini in arte Gaben. Musicista, artista visivo, produttore di Sheepwolf (2013), ultima fatica di Violante Placido, nonché bassista di Mauro Ermanno Giovanardi e musicista spesso al seguito di Cristina Donà e Francesca Lago. 11 brani incentrati su un indie rock (ma pure punk anche se sembra difficile dover mescolare i due generi) personalizzato tra elettronica, suoni computerizzati e strumenti reali, con la particolarità che, a tratti, gli strumenti acustici sembrano elettronici e viceversa. Una valanga di suoni distorti, risucchiati in un vortice di graffiante potenza. Gaben si conferma un bravissimo artista, sia a livello strumentale che testuale. (Martina Zorat)

Youth Code “Commitment To Complications” (Dais Records)
Buon lavoro per questo duo losangelino. Le influenze EBM e industrial vengono si incontrano e scontrano con una rabbia ed un atteggiamento che prende a piene mani dall’hardcore primigenio americano dei primi ottanta. Sara Taylor e Ryan George hanno realizzato il disco sotto la guida di uno dei loro genitori putativi che risponde al nome di Rhys Fulber, già mente dei Front Line Assembly, padri indiscussi, insieme agli Skinny Puppy, dell’industrial EBM americano. E’ evidente l’influenza di Fulber in tutto il lavoro, soprattutto nella gestione delle batterie elettroniche, estremamente vicine, in alcuni brani, al suono delle batterie nei primi lavori dei Fear Factory (anch’essi prodotti da Fulber). In ogni brano i synth vomitano riff come fossero chitarre compattissime. Si inseriscono poi sprazzi di melodia soprattutto nei ritornelli (come ad esempio in Doghead). E’ evidente anche l’influenza dei Das Ich della prima metà dei novanta nelle loro geometrie squadrate. Le urla dei due mettono in chiaro la natura hardcore del progetto che sfocia addirittura nel black metal (Transitions). E quando il frastuono diminuisce (Lacerate Widely), la tensione resta sempre molto alta e ricorda certe atmosfere dei Nine Inch Nails. Bravi! (EmiLiano)

The Decemberists "Florasongs EP" (Capitol Records)
Dopo quattro anni di silenzio, i Decemberists erano ritornati all’inizio dello scorso anno con un nuovo LP, “What A Terrible World, What A Beautiful World”: questo nuovo EP contiene cinque nuovi pezzi, scritti proprio durante le sessioni dell’ultimo lavoro. Nonostante il primo pensiero possa essere che la qualità di questi brani sia inferiore a quelli presenti nell’album, non è così: infatti, anche queste nuove canzoni si contraddistinguono per la classe di Colin Meloy e compagni. Piuttosto semplici e tranquille, sono veramente dei piccoli gioielli ed è in particolare la conclusiva ed emozionante Stateside a mettere i brividi più sinceri. Solo Fits & Starts ha un ritmo più veloce e un piglio rock, che la rende diversa, ma non meno bella dalle altre presenti su “Florasongs”. In conclusione questo EP risulta essere un’aggiunta molto piacevole alla discografia della band folk-rock di Portland. (ap1976parma)

Blauss “Sudden Step” (Autoprodotto)
Ma che bel disco, cavolo! I Blauss sono un duo "dream-pop" romano composto da Ilaria Paladino (voce / synth) e Mattia Schroeder (chitarra). Sudden Step si articola attraverso la meravigliosa voce di Ilaria, zeppa di riverberi, e le chitarre shoegaze di Mattia. Il risultato è un disco che può a tratti ricordare band quali Sulk o Stone Roses. Ci sono poi anche i brani che si distanziano un po' da queste atmosfere. Un esempio ne è Hollow, meravigliosa ballata acustica o All The Same, brano in cui i cori sulla voce la fanno da padrone. E' un disco equilibratissimo, 8 tracce che ti incantano e ti lasciano di sasso. (Giuseppe Gamarra)

The Jacques "The Artful Dodger EP" (25 Hour Convenience Store)
Dopo il loro convincente “Pretty DJ” EP, i Jacques hanno pubblicato il loro secondo lavoro sulla lunga distanza, sempre per la 25 Hour Convenience Store, l’etichetta di proprietà di Gary Powell dei Libertines. Formata da due coppie di fratelli, la giovanissima band di Bristol non nasconde le sue influenze a partire proprio dai Libertines e, per rimanere in tempi più recenti, dai primi View. Non si puo’ rimanere fermi davanti a quelle ottime linee di basso o alle frizzanti e agitate chitarre del gruppo inglese, che sin dall’iniziale title-track ci regala l’adrenalina di cui abbiamo bisogno. Energici e intelligenti, se non perderanno la loro freschezza per strada, questi quattro ragazzi potranno togliersi parecchie soddisfazioni in futuro. (ap1976parma)

Kay Alis “Hidden” (Warning Records)
Gli italiani Kay Alis dimostrano con questo Hidden il loro amore per sonorità synth pop partendo dai Depeche Mode e i New Order, fino ad arrivare a band e progetti più recenti come Ladytron e Royksopp. I suoni sono quelli giusti, la voce sempre sussurrata è ben inserita nelle atmosfere melliflue create dai synth e dalle linee di basso. Nei brani si crea un ottimo amalgama ben equilibrato e finemente gestito, che induce a proseguire nell’ascolto di un lavoro mai noioso. Anche le dinamiche aiutano la buona riuscita dei pezzi ai quali manca però quel quid che li possa rendere davvero pop. Un lavoro riuscito a metà, nel quale ci sono tutti gli ingredienti corretti e nella giusta misura, ma dove manca una sensibilità di scrittura che deve ancora crescere. (EmiLiano)

Senhal “Parapendio” (Dischi Mancini)
Ottimo esordio per i pugliesi Senhal. Otto canzoni e una traccia finale semi-strumentale, “Parapendio” è un punto d'osservazione dinamico ma ben preciso, il migliore da dove poter guardare l'album dalla prospettiva data negli intenti della band: quella di uno sguardo panoramico d'insieme, che comporta, sì, un certo distacco, ma che allo stesso tempo regala un coinvolgimento visivo intenso e totale. L’intero lavoro si poggia su una solida struttura di songwriting, con piacevoli innesti di elettronica che non sovraccarica troppo la parte musicale. Incipit spesso soffusi ma ritmicamente ossessivi lasciano spazio alla canzone e all'evocazione della parola-melodia, che a sua volta cede il passo a code lunghe ed esplosive. Promossi! (Martina Zorat)

Zagreb “Fantasmi Ubriachi” (Autoprodotto)
Sarò io che ho dei problemi con l’indie/rock italiano di questo secondo decennio degli anni duemila; sarà che i brani, come ad esempio Non è colpa tua, nella scansione metrica delle lyrics mi ricordano un fenomeno che mi sfugge e fatico a comprendere come quello dei Ministri; sarà che sto invecchiando, ma non riesco a sentire molto di buono in questo disco. Percepisco i tentativi genuini e gli sforzi nella scrittura, sento la sensibilità dei musicisti, così come l’affiatamento e la compattezza fra i membri che compongono gli Zagreb, ma non percepisco nulla che vada oltre. Girami la testa, ad esempio, è un buon brano e potrebbe funzionare: un riff che ricorda dapprima i Queens Of The Stone Age, sfocia poi in un intreccio chitarristico tipico dei primi Interpol ed è seguito da un ritornello che si gonfia di chitarre. Tutto ben gestito e suonato, ma manca qualcosa, anche in fase di produzione, che ne definisca bene la personalità e faccia uscire gli Zagreb dalla folta mischia delle altre band indie/rock che popolano il panorama italiano. (EmiLiano)

Marquez “Lo Stato Delle Cose” (Audioglobe/A Buzz Supreme)
Andrea Comandini, qeusto è il nome dietro il progetto "Marquez" ne Lo stato delle cose racconta una storia in ogni traccia. Lo fa in modo spesso cupo e malinconico ma in una maniera che colpise immediatamente l'ascoltatore. Le canzoni scorrono in modo impeccabile, le preoccupazioni dell'autore non vengono mai urlate ma sempre raccontate con una pacatezza encomiabile. La cosa negativa di questo disco è la lunghezza. Per quanto non ci siano dei veri "riempitivi" 51 minuti e 13 tracce paiono oggettivamente troppi. Tra i brani colpisce su tutti L'Insorgere del Dubbio, canzone che ha un testo che si unisce perfettamente a una melodia (e un arrangiamento) decisamente malinconico. (Giuseppe Gamarra)

Andrea Carboni "La rivoluzione cosmetica" (Autoproduzione)
Si dice che il terzo disco sia quello più difficile. Beh, se così fosse devo fare i complimenti ad Andrea Carboni che continua il suo climax ascensionale e tocca il vertice della sua scrittura, con questo positivo lavoro. Guitar-pop rock fatto con stile e incisività. Il lavoro delle chitarre è solido e rumoroso, ma le melodie non mancano e sono tutt'altro che banali. La rivoluzione cosmetica vera è proprio quella di Andrea Carboni, che non si limita a fare musica usa e getta e buona per i primi due ascolti (come troppo spesso accade), ma spinge l'accelleratore sui contenuti, di quelli che lasciano i segni. E non possiamo che apprezzare. Se ogni tanto vi vengono in mente i Radiohead che ancora facevano sano e vibrante rock, beh, non preoccupatevi che siete sulla strada giusta, così come andare con la mente al Moltheni più grintoso. Insomma, applausi! (Disco Nation)

Ilenia Volpe "Mondo Al Contrario" (La Grande Onda)
Non le ha mai mandate a dire Ilenia Volpe, ma a volte essere fin troppo incazzati non aiuta, perché si punta a buttare fuori tutto (con una grinta da riot grrrl) ma si corre il rischio di non curare i dettagli musicali a dovere, perdendosi nel già sentito in ambito rock. Nel disco precedente la cosa non accadeva e possiamo felicemente dire la stessa cosa anche per questo nuovo lavoro, in cui le parole rabbiose e taglienti su quanto accade intorno a noi, sono spesso accompagnate a un sound vario e ricco di spunti. Dalle ballate al piano che diventano vere e proprio esplosioni chitarristiche, a marcette che ci pungolano incalzanti, a corse in cui perdere il fiato, passando per momenti più riflessivi che vedono la presenza di arrangiamenti d'archi (e giuro ci viene in mente una versione incendiaria della Bertè) e pregevoli lavori ritmici con stili quasi africani. Insomma un disco che va scoperto e che sa davvero essere abrasivo. Brava Ilenia (Disco Nation)

Cara "Respira" (VolumeUp)
Se l'ascolto di qualcosa di assolutamente personale e intenso vi disturba, beh, lasciate perdere il disco di Daniela Resconi, in arte Cara. Mettersi a nudo non è mai facile, ma quello che colpisce è la sincerità e la sobrietà di Cara, che si presenta come un libro aperto davanti a noi. Attenzione, niente banalità o frasi fatte, ma parole che sanno arrivare dritte al bersaglio. La musica che accompagna queste parole è un rock mai fracassone, ma capace di lavorare adeguatamente sottrotraccia, creando atmosfere più che classico lavoro di strofa/ritornello, che ovviamente non mancano, ma mi pare che si cerchi altro rispetto a questa classica impalcatura sonora. Le note della casa discografica parlano di Blonde Redhead e Breeders come punti di riferimento e sicuramente non sbagliano, certo il meglio Cara lo da in queste ballate, spartane e ombrose, tra malinconie, sfondi americani e occhi che bruciano, che lasciano a bocca aperta. In altri momenti il respiro rock si fa più ampio e i polmoni e le orecchie si rempiono di suoni chitarristici, sempre gestiti con grande misura. Ne parlano come una delle possibili sorprese del 2016: beh, dopo ripetuti ascolti di "Respira" non possiamo che confermarlo. (Disco Nation)

Titor “L’Ultimo” (INRI)
A quattro anni da “Rock is Back” TITOR torna al presente per raccontare in maniera definitiva la propria esperienza, i propri sentimenti e le proprie storie. “L’ultimo” tra gli ultimi, senza la promessa di diventare un giorno il primo. Perché l’unica certezza è nell’istante presente. TITOR sopravvive al trascorrere inesorabile del tempo per riapprodare all’oggi. Tutto ciò è, ancora una volta, per TITOR e per chi è con TITOR, un atto di coraggio, di scelta, un atto estremo di fede verso il mondo e verso se stessi, oltre la speranza. Il rock di TITOR non si discute, si ama. (Martina Zorat)

Tubax “Governo Laser” (Autoprodotto)
“Governo Laser” è il secondo album dei Tubax ed è stata un'esperienza completamente differente dalla registrazione del primo cd. Mentre “Il mondo stava finendo” è stato registrato in cima a una montagna innevata, in pieno inverno, l'acqua congelata nei tubi ma soprattutto a presa diretta, “Governo Laser” è stato concepito da subito in maniera opposta, con suoni potenti e attuali e l'intento di mantenere l'empatia e le vibrazioni che la gente riconosce nei live. Specchio della nostra società, frenetica, impulsiva e senza regole, “Governo Laser” vuole essere un album astratto e genuino. C’è energia ma anche sentimento. Ok stiamo parlando di un disco puramente strumentale però se apprezzate il progressive rock, iniziate già a schiacciare play. (Martina Zorat)

Youvoid “Aware” (Irma Records)
“Aware” è il titolo del primo LP della band bolognese Youvoid, attiva dal 2011 e che segue la pubblicazione dell’EP “Nowhere”, autoprodotto del 2013. La scelta del titolo, estratto dal brano che apre il disco, ha una doppia valenza: racchiude la sintesi di una consapevolezza personale ma anche condivisa, dove la musica diventa il mezzo per esprimere questo processo, coinvolgendo la band in primis e poi l’ascoltatore in una sorta di “Solutio Alchemica”. I suoni sono sovrapposti in diversi livelli, nei quali permane il filo conduttore dell’elettronica (già presente anche nei precedenti lavori) ai quali si aggiunge una componente acustica che lascia quella libertà di poter creare canzoni ridotte al minimo essenziale. Testi e ambientazioni sceniche d’altri tempi: l’esistenza di un’Anima e la sua sopravvivenza dopo morte, il mistero di una forza che dà vita e sostiene il creato (Ghost Flower), la libertà, l’Amore, il sogno (The Stranger). Ci siamo. (Martina Zorat)

Marco Santoro “La piccola bottega di Khaloud” (Autoprodotto)
Marco Santoro ci regala questi quattro brani pop/folk poetici ed esistenziali che girano attorno al tema dell’amore e della speranza. Un EP che racconta l'amore verso qualcuno o qualcosa e le sue derive, di cui il l'epilogo surreale e un po' amaro di una canzone come Pazzo di professione. Pianoforte si alterna a situazioni più campestri con ritmi in levare, fisarmoniche e chitarra classica. Un EP che fila liscio come l’olio. (Martina Zorat)

Giorgia Del Mese “Nuove Emozioni Post-Ideologiche” (Radici Music)
A distanza di tre anni dall'ultimo disco, "Di Cosa Parliamo", Giorgia Del Mese torna con un nuovo disco, "Nuove Emozioni Post-Ideologiche". E' un disco vario, si alternano momenti indie-rock a scenari più cantautoriali che possono richiamare Levante o Carmen Consoli. La produzione di Andrea Franchi è molto buona, vengono abilmente uniti due mondi distanti come quello cantautoriale e quello dell'elettronica regalando un disco attuale come sound e come atmosfere. Ci sono anche pezzi più marcatamente rock come Caro Umanesimo che può richiamare ai CCCP. Nel disco è presente anche una cover di Lacreme dei 24 Grana. E' un disco che scivola bene nell'insieme anche se manca un pezzo "forte" che spicchi sugli altri. (Giuseppe Gamarra)

Immagine della recensione.
AA.VV. - Recensioni in Pillole, Aprile 2016 - Varie

Tanti dischi e così poco tempo, e spazio, a dire il vero. Ecco allora le nostre recensioni in breve. Più corte, certo, ma non per questo parliamo di album meno importanti...

Bull Brigade "Vita Libertà" (Anfibio Records, Casual Records, Potential Hardcore, Fire and Flames Music, Dure Realitè)
È facile scadere nel cliché suonando un genere come l’Oi!. Le canzoni tradizionalmente parlano quasi esclusivamente di rabbia, appartenenza alla propria città/periferia, birra, concerti, calcio. I Bull Brigade riescono nel difficile compito di trattare le stesse cose senza risultare banali e stereotipati. A 8 anni di distanza dal loro precedente disco, “Strade Smarrite”, tornano con “Vita Libertà”: 8 tracce di Oi! che è malinconico ma che non si arrende. 8 tracce di rabbia e tristezza, senza che quest’ultima abbia il sopravvento. Notevoli PSM (con la partecipazione del rapper leccese Aban), Motorcity e Troppo Distanti (pezzo dedicato agli amici e compagni della band che purtroppo non ci sono più) che chiude il disco lasciandoti una certa amarezza dentro. (borntominigolf)

Anudo “Zeed” (MArteLabel)
Gli Anudo sono un trio italiano, contaminato da gusti europei. “Zeen” è il loro disco d’esordio, un viaggio di 10 tracce attraverso paesaggi sonori di elettronica contemporanea dal gusto berlinese, bassline compatte e si immergono nella penombra delle Alpi, dove gli Anudo hanno registrato questo lavoro con strumenti all’avanguardia. Hanno già messo le carte in tavola, suscitando l’attenzione della critica e il 4 Aprile questo album sarà al conferma definitiva di come band italiane dedite all’elettronica (vedi Aucan) riescano ad raccogliere riconoscimenti soprattutto all’estero. Italians do it better. (Martina Zorat)

Micheal Lane “The Middle" (Greywood Records)
Ascoltare Lane è come guardare una foglia al microscopio: se ne riconoscono colori, sfumature, venature che ad occhio nudo non potremmo mai cogliere. La sua musica, allo stesso modo, seziona il folk rendendolo nudo, acustico aggiungendo frammenti di indie e di pop per non far sì che il tutto diventi troppo pesante. Una voce sottile, incredibilmente adatta a questo e a nessun altro genere. 12 canzoni che arrivano immediate, così come sono state concepite nella testa dell’artista tedesco. (Martina Zorat)

Landlord “Aside” (INRI)
X-Factor li ha plasmati, ora sta tutto nelle loro mani. I Landor arrivano sul mercato con il loro primo album, “Aside”, confermando il loro sound particolare: un mix di pop, elettronica ed innesti classic-ambient. Ritmi più sostenuti con il primo singolo Get By, vengono alternati da momenti deep e sognanti per Hidden e Venice. Una piccola foresta magica, nella quale i Landlord hanno creato il loro microcosmo sonoro, pronto per essere trovato ed apprezzato. (Martina Zorat)

Spacepony "Vintage Future" (autoproduzione)
Capaci e ipnotici i ragazzi di Ravenna mostrano amore per le situazioni popedeliche più calde e avvolgenti, quelle che magari all'inizio sono un po' avvolte dalla nebbia e non lasciano intravedere bene i contorni, ma poi mostrano un cuore caldo e affascinante, che cattura ascolto dopo ascolto. Momenti più liquidi che lasciano il posto a chitarre folk, ballate in cui perdersi e lasciarsi andare alla deriva, echi di Mercury Rev e scuola americana, arrangiamenti preziosi d'archi: in mezzo a tutto questo una bussola melodica che indica sempre la via esatta. Se questo è solo l'inizio, beh, lasciateci dire che ne vogliamo ancora! Subito! (Disco Nation)

NOBODY CRIED FOR DINOSAURS "Ten Billion Years Later" EP (Dischi Mancini)
Estremamente cazzoni. Una copertina in 8bit, addirittura il sax a mò di Giuni Russo in Alghero e le tastiere anni ‘80. Se all’inizio pare che siano solo canzoni buttate a caso, in realtà dietro c’è uno schema molto curato e preciso. Il pattern della band composta da cazzoni rimane prepotente, eppure il loro sound gioioso e ballabile li fa suonare anche meglio di Where Did Your Heart Go Missing? delle meteore Rooney. (Martina Zorat)

Bidiel “Senza dire una parola” (Viceversa Records/Audiogliobe)
A 360° questi ragazzi catanesi, che nel loro secondo album dimostrano di saperci fare con le chitarre e l'indie-pop pimpante e incalzante (Revolver), così come quando i volumi si fanno più alti e carichi (Satelliti e Bianca) danno l'idea di non perdere mai la bussola. C'è soazio anche per ballate più lisergiche che puntano alla melodia, ma assolutamente non sdolcinata o facilona (l'ottima Lunedì, forse il brano migliore, e Occhi Neri). Niente male anche il lavoro ritmico su un brano come Il Vuoto: voglio vedervi a non muovere il piedino di fronte a un brano simile in cui basso e batteria fanno un lavoro davvero egregio. Non Eri Tu vede anche la collaborazione con Colapesce. Un disco vario e capace di non annoiare! (Disco Nation)

Ulan Bator "Abracadabra" (Overdrive Records)
Che sia diventato un mago il buon Amaury Cambuzat? Il titolo del nuovo album degli Ulan Bator ci potrebbe suggerire questo. Ma si sa che i maghi sono specialisti nel far scompari e poi nel far apparire, ecco, Amaury direi che lavora benissimo su questo secondo aspetto: nascono in noi sensazioni inquiete e pulsanti, stati di tensione che crescono con l'ascolto del suggestivo post-rock di questi veterani che non smettono di stupire. Non si lavora sul ritmo, quanto sulle emozioni, su quello che si respira, che a tratti diventa ossigeno purissimo (Ether) che avvolge i nostri sensi lasciandoci in uno stato di beatitudine quasi impalpabile (Holy Wood), che contrasta con altri momenti più cupi e claustrofobici (Golden Down). Magnetici e ipnotici. Un disco che che va assaporato a piccole dosi, troppo facile sarebbe perdersi tra queste note. (Disco Nation)

Ant Mill “Ep” (Kandinsky Records)
Questo lavoro merita; merita di essere ascoltato, sentito e merita soprattutto di avere un degno seguito. Infatti ha il solo difetto di essere composto da quattro tracce che quando finiscono si ha voglia di riascoltare. Gli Ant Mill sono quattro musicisti di straordinaria sensibilità che con questo EP mostrano a tutti che fare rock in Italia ha ancora un senso. La loro proposta è alternativa a ciò che va più di moda oggi nella penisola: testi in inglese; lontani dalle tentazioni shoegaze che molti gruppi indie adottano; distanti dai riff spigolosi di certo math rock; nessun accenno di elettronica, solo basso, chitarra, batteria e voce. Il grunge è sempre lì dietro l’angolo, ma mai sbattuto troppo in faccia. Parlo di quel grunge meno caciarone e più raffinato che nei novanta vedeva in Jeff Buckley (la voce di Bluewatchin’ Daylight sembra uscita da una session di Grace) o anche nei Mad Season più soft i suoi paladini. I pezzi vanno sentiti tutti di un fiato per godere della loro forza che sta nella bravura dei musicisti, nella voce limpida e potente, negli ottimi cori e nella raffinatezza degli arrangiamenti: semplici, ma mai semplicistici e sempre molto ricercati, ma mai intellettualistici. Cari Ant Mill, quando ci regalate l’LP? (EmiLiano)

Modotti “Come ti senti EP” (Upupa Produzioni/Fooltribe concerti e dischi)
I Fugazi restano e resteranno sempre un punto di riferimento per tutto l’indie che si appoggia sul post hardcore e sull’etica DIY. I Modotti lo dimostrano chiaramente non solo nello stile musicale, ma anche in una certa estetica di fondo che trascende l’aspetto visivo del disco. La libertà con la quale i Modotti inseriscono nei loro brani mille riferimenti stilistici è grande, ma lascia il lavoro molto omogeneo, proprio come riuscivano a fare i Fugazi. Se nel brano di apertura si sentono echi di certo punk funk e qualche cosa di Jon Spencer, già nei successivi si possono sentire i Fugazi, nella loro commistione di mille influenze rese irriconoscibili da uno stile personale. Jack Ometti, il brano acustico che chiude questo EP, apre ulteriori nuovi spazi di crescita che non ho dubbi porteranno i Modotti a creare altri ottimi lavori come questo. (EmiLiano)

Mountain Tamer “Mountain Tamer” (Argonauta Records)
Con un self-titled album, i Mountain Tamer entrano nella scena Rock psichedelica. La band si forma nel 2010 a Santa Cruz in California e propone un sound duro ed altamente incisivo.Tuttavia, ad un primo ascolto non è possibile collocare questa band in unico genere musicale; sono chiare le influenze del Rock Psichedelico degli anni 60 e70 (quello classico), ma sono altrettanto evidenti contaminazioni Punk, Hard Rock e oserei dire anche Grunge. C’è poco da dire per una band che ha solo un album alle spalle, c’è solamente molto da ascoltare. Vi lascio ai Mountain Tamer o, come a loro piace firmarsi, MNT TMR. (castagab)

Temple Of Dust “Capricorn LP” (Phonosphera Records)
I Temple Of Dust si muovono nei territori che spaziano fra doom, psichedelia e space rock. Tutto è chiaro già dal primo pezzo del disco nel quale il buon riff di chitarra viene ripetuto all’infinito quasi fosse un mantra degli OM, con l’aggiunta di effetti space che danno al tutto un sapore Hawkwind. La voce è cavernosa, nel senso che sembra davvero esca da una profonda caverna sulfurea. Temple of Dust, il secondo brano, procede sulle stesse coordinate, con un basso in primo piano e una chitarra fuzz ad accompagnarlo. Non si può dire di trovarsi davanti ad un brutto disco, ma ci sono dei grossi problemi nella gestione del materiale sonoro, nei ricami timbrici dei vari strumenti, dove la vibrazione del basso non arriva in profondità a sufficienza, la chitarra più che fuzzosa è zanzarosa e poco si sposa col basso molto definito e la batteria suona disarticolata. Ho l’impressione siano state fatte scelte sbrigative in studio e questo, purtroppo, non rende onore ai brani che sono di buona fattura. Anche la scelta di usare delay ovunque per dare la sensazione delle profondità siderali non è sempre azzeccata e talvolta risulta ridondante, come in Szandor, per esempio. White Owl invece è un buon brano, ma avrebbe richiesto timbriche più profonde per far vibrare i chakra a dovere. Il solo brano dove i suoni lavorano bene è Requiem For The Sun, ma ci troviamo davanti ad un pezzo che si sposta su territori sensibilmente differenti rispetto al resto del disco, vicini agli impasti sgargianti e al frastuono dei The Heads dove il mondo è pieno di colori, non di oscurità siderali. Spero di sentire altri lavori dei Temple Of Dust, ma con qualche accorgimento differente nella scelta della pasta sonora. (EmiLiano)

Locomotif “Be2” (Maude Records)
Be sta per "essere", 2 sta per "il contrario di uno". I Locomotif hanno usato il mare e le poesie, le strade che non hanno percorso e lo stomaco. “Be2” racconta la possibilità che ognuno di noi ha di scegliere, anche quando non sceglie. La dualità in ogni cosa: le stanze vuote e noi dentro, soli, insieme, fermi con il tempo che conta. Un dream-pop che non sbaglia un colpo, siamo in Inghilterra o in Sicilia? La voce di Federica è come una nuvola, arricchisce i suoni duri dell’elettronica con una delicatezza di una sirena. (Martina Zorat)

Zayn "Mind Of Mine" (Sony Music)
"Mind Of Mine" è il disco di debutto per l'ex One Direction Zain Javaad Malik, in arte Zayn. C'è un cambio di stile abbastanza netto rispetto ai lavori con la boyband inglese, Zayn strizza l'occhio all' r'n'b elettronico, ben lontano dal pop-rock a cui ci aveva abituato negli ultimi anni. Lo stacco netto nel passato lo si percepisce nella complessità del disco. E' un album molto più maturo dei lavori precedenti con i One Direction, il disco segue una sua logica e un suo percorso. Anche le ballate (su tutte It's You) non stufano e non cadono mai nel banale mantenendo sempre una produzione in linea con lo spirito r'n'b dell'album. (Giuseppe Gamarra)

The Callas "Half Kiss Half Pain" (Inner Ear Records / Rough Trade Dis)
Quanta carne al fuoco troverete in questo disco? Tantissima. Ve lo assicuro. I veterani greci The Callas tornano con un lavoro che abbraccia il rock anni '90 dei Pixies tanto quanto la new (no) wave e il post-punk. Le chitarre sanno essere sguaiate e rabbiose (Half Kiss Half Pain pare roba targata Faith No More in fissa col punk), tanto quanto ipnotiche e lievissime (The Great Eastern). In mezzo a questi due estremi vari mondi sonori che s'intersecano, sempre con pienissima padronanza dei mezzi e voglia di sperimentare mai fine a sè stessa. Si rimane quasi di stucco di fronte alla piega che prende Could You? che parte come una ninna nanna e poi diventa rumorismi e battito continuo della batteria, come un cuore accellerato. Aris e Lakis hanno queste voci così belle e dannate, sensuali e avvolgenti che diventano realmente strumenti per voicolare dolcezza o rabbia. Cut ha un tiro quasi garage, mentre So Sweet è micidiale con quel tiro che ti entra nel cervello come un trapano. E dopo queste cavalcate, questa tensione costante, queste riff chitarristici così intensi ecco che che arriva il finale lugubre e d'atmosfera che pare uscire dalla penna dei Bauhaus con un retrogusto da film di Sergio Leone. Un disco sorprendente, capace di non fermarci alla superficie del rock, ma desideroso di scavare, di trovare nuovi gioielli e oro nello sporco, nel rumore disturbante e noi, beh, ci troviamo a scavare con questi eroi greci. Un grande disco! (Disco Nation)

The World Alive "Dark Matter" (Fearless Records)
Se nel metalcore non si cerca di trovare una via nuova si rischia di restare imprigionati in sabbie mobili ben poco rassicuranti. The World Alive conosce bene i rischi, i pregi e le possibilità di manovra del genere e sfrutta tutte le possibilità adatte per realizzare un disco che possa equilibrare un songwriting comunque accattivante e vivace, rabbia e potenza e ritornelli che marchiano a fuoco senza perdersi in tracolli radiofonici alla Linkin Park. Il risultato? Beh, la missione è compiuta. Dall'hardcore più spinto a momenti realmente epici e quasi da stadio che ci portano a dei 30 Seconds To Mars vitaminizzati, la bussola non è smarrita. Rimane forte la voglia di colpire duro, rimane una personalità che terrà stretti i fan di vecchia data ma siamo sicuri che certi brani faranno breccia anche in chi non si è mai avvicinato più di tanto alla band. (Disco Nation)

Hacktivist "Outside The Box" (UNFD Records)
Rap-metal vecchio stampo nel 2016? Sto tizio che con accento inglese ci spara le sue parole attaccate una all'altra, con sotto i chitarroni che fanno il solito lavoro sporco e il batterista che si danna come un forsennato a variare i giri e i tempi e poi arriva il classico ritornellone melodico con voce pulita? No dai. Vi prego. (Disco Nation)

Dissidio “Thisorientamento” (Overdub Recordings/Warner)
Il titolo dice tutto: Questo Orientamento e Disorientamento sono gli opposti che convivono; sono l’io e il sé, l’essere e l’essere nel mondo; sono le mille maschere che si indossano nei vari ambiti della nostra vita e la cui vestibilità diventa così abituale da farci confondere. I Dissidio portano tutto questo su un palcoscenico e ciò che ne scaturisce è interessante, ma la musica non riesce appieno a seguire quelle stesse coordinate. Quello stile che apparentemente è non-stile, in realtà suona molto vicino a tante cose ben etichettabili. Se infatti prendete un terzo del Teatro degli Orrori, uno dei System Of A Down e nel restante terzo ci mettete un po’ di cose stile Ipecac Records, il cocktail è pronto. Mi sarei aspettato un maggiore disorientamento, ma ciò non toglie che il disco sia buono, ben registrato e con pezzi che colpiscono duri sulle ginocchiette, come ad esempio VetrinaSpecchio. -Sorridi! Sei In Vetrina!- urlano i Dissidio e una bella etichetta, alla fine, riescono a pigliarsela pure loro, senza disorientare neppure tanto, ma divertendo con il loro teatro del doppio. (EmiLiano)

A L’Aube Fluorescente “Taking My Youth” (Overdub Recordings)
Un buon lavoro per questa band abruzzese. Siamo in territori vicini al grunge, quel grunge forse leggermente meno conosciuto di band come i Tribe After Tribe o Three Fish, più orientato ad atmosfere psichedeliche talvolta orientaleggianti: Wiser, il brano di apertura lo mette subito in chiaro e Crave ancora di più. In Crave si sentono anche echi di quei Silverchair tanto criticati, ma a mio parere un po’ sottovalutati e troppo sbrigativamente etichettati come grungisti dell’ultima ora. Il disco prosegue placidamente e con piacere si susseguono i brani nei quali arrivano anche altre influenze come per esempio quelle dei Nada Surf o dei Wool (sottovalutatissimi, ma secondo me grandiosi). Nel complesso dunque un buon disco, ben suonato, cantato e prodotto. (EmiLiano)

Shalt “Acheron EP” (Astral Plane Recordings)
Un bellissimo EP di elettronica moderna per questo artista inglese che lavora a Losanna. La Astral Plane Recordings esordisce proprio con il suo lavoro e ha di che gioirne come fosse l’avvistamento di un segno di buon auspicio. Un simbolo che non ha a che fare con il nostro pianeta, ma con galassie lontane dalle quali proviene anche l’alieno protagonista dell’ultimo lavoro di Oneohtrix Point Never. La pasta sonora si muove nella stessa direzione, con rimandi allo sci-fi che a certi terrestri piace tanto. Però qui non ci sono svisate improvvise e passaggi a dimensioni parallele nelle quali viene ribaltata la logica conosciuta. Siamo davanti a qualcosa di concreto che descrive più che raccontare come fa Lopatin, ed utilizza i beat della vecchia techno tedesca per disegnare mondi lontanissimi. (EmiLiano)

Clark “The Last Panther” (Out on Warp Records)
Il primo angelo caduto dal cielo, si trasformo in un diavolo. Satana che squarcia il cielo e chiama battaglia alle creature pacifiche che governano i cieli. Uno scontro epico, formato da luci ed ombre, suoni impetuosi e corni in lontananza. Voci di corridoio dissero che Clark avrebbe prodotto qualcosa come 60 tracce che, dopo un lavoro di diversi mesi fatto di ritocchi e cesello, selezione e cancellazioni, sarebbero diventate ufficilamente 19 per questo album. Lo stesso artista dichiara “Ho voluto creare un universo sonoro fragile ed inquietante che rifletta la tragica traiettoria delle vite dei personaggi verso il basso, con momenti di immenso calore avvolgente e morbidezza.” Non poteva scegliere parole migliori per descrivere la propria musica. (Martina Zorat)

Hyper Level “Under Control”
Gli Hyper Ever sono un power trio bresciano arrivato con Under Control al secondo lavoro. Il disco parte con Reverse e si potrebbe pensare di avere a che fare con qualcosa di vicino al drone/sludge o giù di lì, ma si tratta solo di un intro che subito lascia il passo ad un rock desertico che Ruining Everything mette subito in chiaro senza lasciare tanti dubbi: ritmica rocciosissima, con basso e batteria solidissimi a tenere in piedi le raffinate incesellature chitarristiche in stile Josh Homme e vicine alla follia blues desertica dei Fatso Jetson (con i quali gli Hyper Evel hanno collaborato nel disco precedente). La voce è profonda e ben gestita. Il disco si staglia tutto su questa prospettiva dove il blues si incrocia col deserto californiano sorretto da una ritmica notevole ed una voce che emoziona. Make Them Fall parte in quarta con le sue chitarre armonizzate, poi rallenta per lasciare spazio alla liricità vocale e di nuovo rientra nel vortice chitarristico che non è mai urlato, resta sempre molto raffinato ed elegante, tanto da ricordare quasi un gusto alla King Crimson dei primi anni ottanta. C’è anche qualche spruzzo qui e là di cose che si avvicinano al math rock, sebbene qui si rimanga in territori che sono quelli dello stoner e del desert rock. Le atmosfere diventano più sognanti con Wretched, pezzo più d’atmosfera come avrebbero potuto fare i Soundgarden verso la fine della loro carriera nei novanta. Love The Differences è blues dilatato negli echi e nei riverberi. In Apnea quello stesso blues si fa vellutato e ritorna a pestare con intermezzi ritmici quasi math rock. E’ un piacere arrivare in fondo al lavoro e avere voglia di risentirlo da capo. Una proposta che pur mantenendosi su binari stoner, blues rock, desert rock cari agli amanti di QOTSA, Fatso Jetson e Yawning Man, introduce con personailtà elementi originali che, senza intaccare la tradizione del genere, ne esaltano le caratteristiche. (EmiLiano)

The Summer Set "Stories For Monday" (Fearless Records)
Poco da fare, con The Summer Set stiamo parlando di veri e propri veterani del pop-rock made in USA. Attivi fin dal 2007, arrivano con questo nuovo album alla fatica numero 4. Le storie per il lunedì devono essere necessariamente interessanti, avvincenti ma sopratutto immediate, perché il lunedì è un giorno sfigato, in cui si vorrebbe stare a letto e la mente non richiede niente d'impegnativo e i nostri 5 moschettieri lo sanno decisamente bene. E allora sotto con il piano, le melodie appiccicose, il pop-rock che va bene in macchina ma anche quando hai bisogno di fare la compilation per la fidanzatina, i corettoni e quel piccolissimo tocco d'elettronica e synth che modernizzano il tutto, mentre le chitarre non sono mai oltre il livello di guardia. Dalle andature da camminate sulla spiaggia a fare i fenomeni (All My Friends), a qualcosa di appena più corposo che pare qualcosa dei Green Day remixato (Figure Me Out) al piglio da arena e ritornello urlato a più voci (All In): un trionfo vero e proprio della melodia che più facile non si può, a tratti quasi in zona boyband. Ma stiamo sempre parlando di storie per il lunedì e allora, beh, va bene così! (Disco Nation)

She Hunts Koalas “Terra Dementia” (Argonauta Records)
Personalmente non ascolto molto spesso band Sludge, mi limito allo Stoner e allo Psych Rock che per astrarsi dal mondo e dalla sua frenetici vanno più che bene. Ad ogni modo, per chi non lo sapesse, lo Sludge è un sotto genere dell’Heavy Metal che trae origine dalla commistione tra i ritmi lenti e solenni del Doom Metal e le atmosfere sporche ed oppressive dello Stoner Rock/Metal. All’interno di questa corrente assai oscura della musica metal ci sono loro, i She Hunts Koalas. Band francese formatasi a Tolosa, i She Hunts Koalas capitanati dal cantante e bassista François Cayla, esplorano le sonorità più strane e malinconiche creando un vortice che trascina via con sé l’ascoltatore. Nel loro primo disco “Terra Dementia” i ritmi sono lenti e marcati, le voci ora cupe ora eteree creano un grande dinamismo e le chitarre distorte all’estremo danno la giusta pesantezza al tutto. Consiglio caldamente questo disco a tutti coloro che vogliono approcciarsi a questa musica un po’ di nicchia, e che vogliono espandere la loro conoscenza musicale oltre i soliti 4 gruppi canonici. (castagab)

SØS Gunver Ryberg “AFTRYK EP” (Contort Records)
Un bellissimo lavoro per questa artista danese che si occupa prevalentemente di audio installazioni, performances e sound art. La Contort Records, di quel personaggio fondamentale che risponde al nome di Samuel Kerridge, ha colto il potenziale di SØS e ne ha pubblicato un EP nel quale la sound art si sposa perfettamente con il mondo della techno (in questi anni la distanza fra le due sfere è ormai quasi inesistente). La musica di SØS decostruisce gli spazi partendo da una techno marziale e poliritmica dove le dimensioni sono in continuo dialogo fra loro. Sempre più la techno sta andando in questa dimensione dove ciò che conta è lo spazio da gestire col suono, con timbri che per loro natura già definiscono ambienti, senza necessariamente scandire silenzi, senza generare ritmiche da dance floor, o almeno senza generarne di vecchio stampo. Qui siamo oltre la rave culture, siamo dove ci piace stare e dove l’elettronica ha ancora tanto da dire con i dischi, ma soprattutto con la sua capacità di creare nuovi mondi sui quali interrogarci senza paure e senza taboo. (EmiLiano)

Flox "Homegrown " (Under Dog Rec)
Reggae, regga e ancora reggae. Poi i perfezionisti potranno anche chiamerlo nu-reggae per distinguerlo dai paladini del genere, io francamente, che non mastico molto la materia, lo chiamo reggae. Stop. Con tutti i pro e i contro del caso: ciondolante quando serve, solare e da spiaggia in alcuni momenti che manca solo l'amaca e il drink, un filo più ombroso in altri frangenti, vedi ad esempio il brano che da il titolo al disco, così come più asciutto e synthetico in Times Up senza però perdere lo spirito del sound che sta portando avanti. Il francese Flox (Florian Gratton) fa un disco che per gli amanti del genere è manna dal cielo, dimostrando capacità di gestione sia dei classici che del Dj Style e di un lato comunque pop, per tutti gli altri beh, uno sguardo alla bandiera della Giamaica, un veloce ascolto a un pezzo qualsiasi e un tuffo in qualche mare cristallino, (Disco Nation)

Caron Dimonio "Solaris" (Atavic Records)
Il disco arriva ad un anno esatto dall’ottimo esordio “Gestalt” del duo bolognese Caron Dimonio ed è stato anticipato nel web e in radio dal singolo Imago Mortis. L'introduzione al pianoforte della title-track non deve trarre in inganno: queste 10 tracce grondano di elettronica e post-punk, con testi presi da saggi filosofici sulle paure e il senso di solitudine. L'inconscio regna sovrano.
(Martina Zorat)

Christoffer Franzen "Wide Wake" (Deep Elm)
La Deep Elm Records insiste, giustamente, sul talento di Christoffer Franzen, che questa volta esce a nome suo e non sotto l'etichetta Lights & Motion. Se Hollywood, filmmakers e campagne pubblicitarie usano la sua musica così spesso il motivo è da cercare nelle sue composizioni così eteree e toccanti, in cui lievi tocchi di piano incontrano chitarre acustiche in evocativi spazi dilatati. Un post-rock leggero, sognante, facilmente abbordabile per il basso minutaggio dei brani ma che forse, senza il supporto delle immagini a cui si dovrebbe accompagnare, perde qualcosa. Resta comunque decisamente suggestivo. (Disco Nation)

Fiumi "The Fat Sea Theme" (Autoproduzione)
Peso specifico importante per questi ragazzi bolognesi che si muovono su un indie-rock in bilico tra coordinate popedeliche e liquide (In The Noise) e altre più fisiche, quasi legate agli anni '90 o a valenze dream-pop, ma che non cercano mai il rumore o l'esplosione fine a sè stessa, preferendo piuttosto l'impatto emozionale e un disegno sottotraccia piuttosto che l'irruenza immediata. Il risultato è un sound a tratti molto avvolgente, con una bella pienezza di strumenti, che non perde mai di vista la bussola melodica pur in contesti che a tratti sfiorano il post-rock. La via maestra pesso indica direzioni malinconiche e ritornelli decisamente ricchi di suggestione. Levels è summa di diversi stati d'animo, ma piace molto anche il piglio più vivace di Startrain & Psychotrain, sostenuta da briose chitarre elettro-acustiche. Bel lavoro! (Disco Nation)

Alessandro Sipolo "Eresie" (Fasolmusic.coop)
Prodotto da Giorgio Cordini (Fabrizio De André) in collaborazione con Taketo Gohara, “Eresie” è un disco di cantautorato folk-rock elegante, energico e ribelle. Banjo, chitarre rock-blues impegnate e ritmi latini accompagnano i testi incentrati su argomenti borderline. Un signore tutto d'un pezzo, pare venuto da lontano a raccontare storie di attualità. (Martina Zorat)

Bea Sanjust “LAROSA” (Goodfellas)
Atmosfere sognanti, chitarre classiche e liriche raffinate. Il debut album di Bea Sanjust non è però soltanto folk. Ci sono passaggi che richiamano la psichedelia, tempi che si discostano dal classico folk e un tema, quello dell'amore, sviluppato attraverso le 11 tracce del disco. E' un disco completo nella sua semplicità. Si viene subito rapiti dalla splendida voce di Bea intorno alla quale è stato ricamato un meraviglioso intreccio di arrangiamenti sonori mai banali che riescono a tenere sempre vigile l’ascoltatore. (Giuseppe Gamarra)

Spectres "Dead" (Sonic Cathedral)
L'anno scorso di fronte alla violenza e al nicilismo sonoro degli Spectres c'era da restare impietriti. Un disco devastante. Ora quel senso di claustrofobia sonica viene ripreso in 13 trattamenti delle canzoni dell'esordio gruppo, che finiscono nelle mani di sapienti curatori come Andy Bell o Richard Fearless. Entrare nel mood di quell'album e riproporlo secondo un sentire personale, è quello che fanno gli artisti che si occupano di queste nuove versioni. Chiamateli remix, chiamatele nuove versioni, fate un po' voi, però vi assicuro che in alcuni casi siamo di fronte a delle opere d'arte che spaziano dall'elettronica più cattiva (This Purgatory rivista da Blood Music) a qualcosa che probabilmente è lo spazio esatto che sta tra il paradiso e l'inferno (ancora This Purgatory rivista da Stuart Braithwaite dei Mogwai). Esperimento perfettamente riuscito. (Disco Nation)

Haelos “Full Circle” (Matador Records)
Gli HÆLOS, trio con base a Londra (Arthur Delaney, Dom Goldsmith e Lotti Benardout), debuttano con un album di 11 tracce che racchiude perfettamente la filosofia della band. Nati dalla fascinazione per le ore perse in giro di notte, gli HÆLOS creano un pop elettronico che riflette e fa da colonna sonora a questi momenti. Ognuna delle loro tracce ripercorre i loro passi dallo stress al benessere, dalla disperazione al sollievo, dalle tenebre alla luce. Potrebbero aprirsi scenari grandiosi in futuro. Al primo ascolto li si potrebbe vedere perfetti come opening act di Emily Sandè, Röyksopp, Florence o Paloma Faith. Accoppiate pazzesche. (Martina Zorat)

Immagine della recensione.
AA.VV. - Recensioni in pillole, Marzo 2016 - Varie

Tanti dischi e così poco tempo, e spazio, a dire il vero. Ecco allora le nostre recensioni in breve. Più corte, certo, ma non per questo parliamo di album meno importanti...

IDestroy "Vanity Loves Me EP" (Autoproduzione)
Decisamente agguerrite le tre fanciulle di Bristol che rispondono al nome di IDestroy. Il loro sound ha un piglio punk-rock che picchia sodo sul gioco baso-batteria e non si preoccupa di chitarre sporche, senza però dimenticare mai la lezione che un ritornello va sempre curato per bene. Cuore "riot grrrl" come se uscissero da casa Kill Rock Stars, con la fisicità di Iggy Pop che trova l'intelligenza rock di Sleater Kinney. Il brano IDestroy è cavalcata impetuosa, mentre Vanity Loves Me ha questi coretti appiccicosi che non ti mollano più. State Of The Art crea sospensioni che poi la chitarra va a colmare in modo invidiabile. Un gran bel biglietto da visita. (Disco Nation)

School Of Seven Bells "SVIIB" (Full Time Hobby)
Cosa vuoi dire di un disco che, per voce di Alejandra Deheza è la summa del percorso degli School Of Seven Bells? Un disco che rappresenta un viaggio insieme, iniziato nel 2004 e poi concluso tragicamente con la morte di Benjamin Curtis. Si uò solo chiudere gli occhi e immaginare i sorrisi, gli sguardi, la percezione musicale comune, l’intensità positiva ma anche il dolore, lo sconforto e l'incredulità di fronte a un destino terribile. E il synth-pop di questo disco non è altro che mezzo di trasporto, per noi ascoltatori per vedere e percepire tutto questo, dai pezzi più incalzanti (Ablaze), ad altri, più morbidi e poetici dove sembra di sentire la magia visionaria di Alison Goldfrapp. Viene quasi da commuoversi ascoltando Open Your Eyes e l'avvolgente elettro-dream pop di Elias. Un disco tributo a una persona che non c'è più, un disco che chiude un tassello in un modo magnifico e intenso. (Disco Nation)

The Wave Pictures "A Season In Hull" (Wymeswold Records)
Disarmanti e spartani, gli Wave Pictures in questa nuova fatica si armano di strumenti acustici e si cimentano in queste canzoni dal sapore blues, ballate intrise di anti-folk, registrate con toni volutamente bassi e un microfono solo. Loro in una stanza e nient'altro. E il bello è che non si può non venire rapiti da questa brezza lineare, da questi arpeggi, da questa semplicità che nasconde sempre tanta sostanza. Ancora una volta questi ragazzi inglesi fanno centro! (Disco Nation)

Buddha Superoverdrive “Nuovi Cannibali” (Autoprodotto)
Basso/Batteria e basta! Questi Buddha Superoverdrive non sono i primi con questo tipo di formazione che però non è certo neppure così in uso. Il basso per metà chitarroso, con l’altra metà copre anche le sue abituali frequenze e fornisce a tutto un sapore originale dove i pezzi di natura spesso vicino a QOTSA e simili, suonano diversi, quasi freak, sebbene la struttura di ognuno di loro sia molto classica. Rock ‘n’ roll sparato in alcuni brani (Tutto da rifare per esempio) dove si sente qualche eco Motorhead, più cadenzato verso i QOTSA in altri (Cannibali, Superoverdrive). In realtà per tutto il disco noto fortemente il sapore di due bands: i Millionaire che qualche anno fa (ormai più dieci) accompagnavano in tour i suddetti QOTSA e i Death From Above 1979, sia per il fatto di essere basso e batteria, sia per l’angolarità dei riff. Infine l’idea di utilizzare l’idioma italico fornisce anche altri sapori che hanno radici nel rock alternativo italiano. Brani come Pagliacci o Elefanti ricordano molto i Verdena più psichedelici e dilatati, mentre in altri pezzi il cantato mi ricorda quello di una band ormai sparita da almeno 20 anni: i De Glaen, che consiglio di recuperare da qualche parte. Insomma questi Buddha Superoverdrive alla fine convincono e divertono e me li andrei a vedere anche dal vivo se passassero da queste parti. (EmiLiano)

Masai “Le quarte volte” (green fog Records)
Anche questi Masai ci propongono una rivisitazione degli anni ’90. Una commistione fra math rock e qualcosa più grunge, alternative (ci sento dentro i Mission Of Burma tra le altre cose). Le canzoni sono cantate in italiano e si stagliano fra riferimenti soprattutto d’oltreoceano e qualche invettiva alla Diaframma. Sono bravi, ma sembrano più convincenti quando decidono di farsi più dissonanti e sperimentali. Huxley e Jung mi sembrano quasi uscite dalle session per un nuovo disco dei Voivod e per me è questa la strada che dovrebbero seguire. Mi piacerebbe lasciassero perdere la zavorra anni ’90 che li appesantisce e invecchia e si dedicassero a quelle dissonanze che in pochi possono permettersi di utilizzare con stile come questi Masai. (EmiLiano)

Big Ups "Before a Million Univcerses" (Tough Love Records)
Che botta ragazzi. I Big Ups sono taglienti come un rasoio: una lama che non riesci a fermare, lascia un segno indelebile e va sempre più in profondità. Un post-hardcore che si aggancia alle pulsioni devastanti di gente che ha fatto la storia come Jesus Lizard o Helmet. Tensioni che si catalizzano in un forte/piano che esplode nella voce deragliante di Joe Galarraga, mentre la ritmica è punto focale. Secchi e rabbiosi ma capaci, nello stesso brano, di spezzare il tempo e il fiato. Deraglianti in certi momenti, sanno sempre riprendere il controllo, diventando squadrati e disegnando geometria perfette. Se l'esordio era da applausi, beh, qui siamo ancora su livelli altissimi. (Disco Nation)

The James Hunter Six "Hold on!" (Daptone Records)
Riportate indietro le lancette del tempo insieme a James Hunter, che insieme al suo manipolo di eroi ci riporta a agli anni '50/'60, con ballate toccanti e coretti deliziosi (Something's Calling) così come a incalzanti brani R&B, in cui i fiati ti trascinano in pista e hai voglia tu a non farti prendere. Tra Sam Cooke e Otis Redding il nostro James Hunter ritaglia il suo posto: suonerà fuori dal tempo, ma, francamente chissenefrega? Questa è veramente roba che non ha età. (Disco Nation)

Trixie Whitley "Porta Bohemica" (Essential Music & Marketing)
Europea (è nata in Belgio) ma ormai americana (vive a New York), Trixie Whitley si muove morbida e sinuosa nel suo concetto di pop-rock, velato di blues e di quelle istanze che rendono magica ad esempio Anna Calvi. Dalla sola chitarra di Faint Mystery, al ritmo incalzante e quasi western di Hourglass, passando per l'intensa ballata pianistica di Eliza's Smile e situazioni quasi di trip-hop ombroso (New Frontieres). Un lavoro eclettico, che molto si basa sulla versatile voce della ragazza, che, dobbiamo dirlo, ha talento. (Disco Nation)

Roo Panes "Paperweights" (CRC Records)
È un bel tipo il nostro Roo Panes, di quello che con la sua barba accennata e il suo sguardo dolce può conquistare un sacco di fanciulle. La sua musica può creare la colonna sonora giusta, perché morbida e riflessiva, anche se sembra più portata a cantare immagini di solitudine e raccoglimento che scene di coppia. Il folk acustico del ragazzo del Dorset è di quelli che scaldano il cuore, ma che generano anche un pizzico di malinconia. Voce calda e piena, un curato uso degli archi (Vanished Into Everything è realmente struggente), la scelta di non avvalersi dell'aspetto ritmico, lasciando per lo più dialogare voce e chitarra e ogni tanto l'accenno di un coro a sostegno del canto. Da ascoltare con grande attenzione, per assorbirne al massimo le proprietà empatiche. (Disco Nation)

Hedy Lamarr "Amplitudeness" (Scene Music Records)
Solo per il nome questa band andrebbe lodata, perché Hedy Lamarr è veramente un pezzo di storia, poco da fare. Album pop rock che si avvale di molta elettronica quello del duo italiano (il polistrumentista Umberto Duca e Solange Mattioli): synth usati in maniera comunque minimale, in cui gli spazi vuoi sono importanti tanto quanto quelli pieni. Piace molto l'aspetto più intimo e raccolto, (l'inizio di Formes Rudes è realmente toccante), ma anche la capacità di deviare dal sentiero che sembrava deciso in partenza. Non si cerca mai il colpo spigoloso o l'aumento di velocità, ma si lavora molto sul creare sogni evocativi di spazi ampi e dilatati, sempre in modo raffinato e leggero (I'm Over ne è bellissimo esempio). Bravi. (Disco Nation)

Torakiki “Avesom” (Symbiotic Cube)
A poco più di un anno di distanza da Mondial Frigor, l’ep di tre brani uscito ad ottobre 2014, torna Torakiki, trio electro-wave di base a Bologna dal nome ispirato ai manga degli anni Ottanta. Creazioni generate durante lunghe sessioni di prove, talvolta serali e molto più spesso notturne. Infiniti loop e viaggi sonori strumentali (solo in alcuni brani ci sono anche delle parti vocali) destinati ad un mirato pubblico, molto amante di questo genere. Un gran bel trip. (Martina Zorat)

Never Trust "The Line" (Vrec/Audioglobe)
Grinta da vendere per questo quartetto milanese arrivato al secondo album. Il faro guida dell'indie-rock americano di scuola Paramore, ma anche una bella conoscenza dei classici fanno si che i Never Trust sappiano essere molto flessibili: i pezzi carichi sanno essere accattivanti , mentre quando cala il ritmo non ci si adagia sulla ballata più scontata, ma le carte sanno essere mescolate a dovere. Chitarre rumorose che non vanno mai a discapito della melodia, assoli ben congegnati, andamenti più pop-rock alla Avril Lavigne meno sbarazzina del solito (Just a Little Girl) e una voglia di andare a briglia sciolta (Turning Point): in poche parole un disco che merita sicuramente la promozione. (Disco Nation)

Seddy Mellory "Urban Cream Empire" (Kandinsky Records)
Qui a Troublezine gli si vuole un gran bene ai Seddy, e non solo perchè ci hanno raccontato della loro trasferta nelle terre dell'est, ma perchè sono dei fottuti e dannati dispensatori di sano rock'n'roll e chi ci fa muovere, sudare, ballare e sbattere la testa nel pogo, beh, noi li amiamo. Il nuovo disco è una figata già dalla copertina che racchiude facce di persone che, bene o male, nella loro vita rock'n'roll lo sono state e così pure noi ascoltatori ci sentiamo partecipi di questa grande famiglia e siamo pronti a ad alzare le mani al cielo e sentire la scarica di adrenalina che ci colpisce. Hard-rock senza fronzoli ma micidiale e suonato da dio, Kiss che si ritrovano in garage a fare casino, AC/DC in acido e strafatti di Red Bull, I The Sonics ebbri e trionfanti e avanti tutta con i corettoni da stadio (Punk Rock #1 è da mandare a memoria, pochi cazzi!), piglio punk e quella spruzzata di glam che te li fa amare sempre più. Io dico che il grande Nicke Royale di fronte a pezzi come Hey Baby andrebbe fuori di testa. Una celebrazione della sincerità del genere, con veri e propri omaggi che lasciano esaltati e in estasi e con i doverosi stereotipi, che però qui ci stanno alla grande! Se negli anni '90 siete andati fuori di testa per gruppi come These Animal Men o Smash, beh, preparatevi a riperdere la testa di nuovo! I Seddy sono Micidiali! (Disco Nation)

AustraliA “The Very Truth” (Di Notte Records)
Gli AustraliA sono un duo di Pisa formato da Olga (batteria, synth e basso) e Mr. Xicano (chitarra e voce) arrivati con questo The Very Truth al loro secondo lavoro, preceduto da "Robot" uscito nel 2013. Non sono niente male i brani che lo compongono: si tratta di pezzi pop registrati lo-fi in appartamento, nei quali si arriva dritti al sodo ed il massimo del barocchismo è quello di seppellire tutto sotto dosi abbondanti di fuzz. L’etica del disco è la stessa che si trovava nei vecchi dischi dei Mates Of States, ma qui c’è una maggiore urgenza che sposta il pop verso lidi punk dove la batteria va dritta per tutto il pezzo. Il fuzz ricorda a volte i Jesus & Mary Chain, mentre certi giri armonici mi fanno venire in mente i Pixies più poppettari. Alcuni brani come The Very Truth o certi passaggi di A Creepy End si spostano verso atmosfere più dark wave e nel complesso ci troviamo di fronte ad un godibile ritratto di pop casalingo fatto di batteria, chitarra, basso e lunghi appoggi quasi epici di tastiere plasticose. Procurateveli e non vi pentirete. (EmiLiano)

From Ashes To New “Day One” (Better Noise Records)
I From Ashes To New vengono da Lancaster, piccola cittadina della Pennsylvania, nella quale l'etica del lavoro pare che sia tutto e permei la vita dei suoi abitanti nel profondo delle coscienze. Matt Brandyberry è il cantante, la mente creativa dietro la band e dietro le tastiere. E questo disco non è altro che il frutto di quella stessa etica del lavoro. La musica rappresenta per questo sestetto, dice lo stesso Matt, il modo per uscire da quegli schemi nei quali i componenti della band sono costretti, quelli dell'alternanza lavoro a tempo pieno/tempo libero. Il problema è che ho la sensazione che Matt produca e componga musica, come se fosse in fabbrica durante il giorno. Questo "Day One" ha una produzione precisina, senza sbavature. Tutto è molto ben gestito, nessun suono fuori posto. Ci sono le parti rappate e le parti cantate e poi quelle urlate che davvero sono vicinissime allo stile dei Linkin Park. Ed anche il resto lo è davvero tanto (le chitarre, la batteria, i suoni). Le parti di programming talvolta fanno il verso a certe produzioni in ambito r'n'b, ma questo non è sufficiente a levare quel sapore plasticoso da prodotto di massa fatto per essere venduto. Le canzoni hanno tutte più o meno la stessa atmosfera e fra tutte, se devo salvarne una, terrei in considerazione Face The Day, forse la più incazzosa e quella che presenta un guizzo in più. Attendo ulteriori sviluppi perché al momento non ci siamo proprio. (EmiLiano)

The Crookes “Lucky Ones” (Anywhere Records)
Non avremmo mai pensato che gli inglesi Crookes facessero un salto stilistico del genere. Dal brit-pop più frivolo dello strepitoso disco d’esordio “Chasing After Ghost”, a questi nuovi orizzonti sull’elettronica e suoni più rock’n’roll del nuovo “Lucky Ones”. I quattro fanciulli di Sheffield sanno giocare fin troppo bene con il loro stile scanzonato fatto di risvolti sui pantaloni e vento a scompigliare i capelli. “Lucky Ones” è un nuovo piccolo gioiello, dopo che il precedente “Soapbox” aveva fatto preso in contropiede i fans (e, diciamolo) anche un pochino deluso per il cambiamento di rotta fin troppo drastico. Un bel ritorno alle origini, con nuovi innesti moderni e che si incastrano alla perfezione. (Martina Zorat)

IO e la TIGRE “10 e 9″ (Garrincha Dischi)
Un disco spettinato con il cuore in mano. Mai descrizione fu più azzeccata per questo disco di IO e la TIGRE. Registrato in una piccola pausa dal tour, chiudendo gli occhi quasi si riescono a percepire i colori e le emozioni di un live, il sudore, l’energia, i cuori che battono all’unisono. 12 tracce che parla di amore, amicizie (canine e umane), tormenti e notti insonni. Tutto in pura chiave rock femminile, con quella grinta da tigri che solo le donne riescono a tirar fuori anche nei momenti più bui. (Martina Zorat)

Polar For The Masses ”Fuori” (Tirreno Dischi)
Odio i dischi che si chiamano “Fuori”, non è il primo e non sarà l'ultimo che sento ma resta un titolo insopportabile perché va oltre il banale e basterebbe quello per non ascoltare il disco. Ma i Polar non sono proprio dei ragazzetti e per carità avranno avuto tutte le loro ragioni, dieci anni di carriera ben portati ed eccoli sfornare un altro disco hard rock tiratissimo che non fa una piega. Interessanti gli episodi acustici, una novità in casa Polar. (Nicola Perina)

BANGARANG! - "Religione Catodica" (#hashtag)
Lodevole lo sforzo di campionare 60 anni di televisione italiana e sovrapporla a basi strumentali funk n' roll ben suonate. Però sinceramente la resistenza dell'ascoltatore viene messa a dura, durissima prova. Solo i più duri resisteranno. (Nicola Perina)

Pugni Nei Reni “Bello Ma I Primi Dischi Erano Meglio” (autoprodotto)
L'esordio del duo bergamasco Pugni Nei Reni lascia un senso di vuoto e smarrimento, oltre che una bella dose di noia, a causa di un mix di elettronica blues rockabilly e chi più ne ha più ne metta che pare più un esercizio di stile fine a se stesso piuttosto che una e vera propria provocazione come tutto il progetto pare voglia atteggiarsi. (Nicola Perina)

Porches “Pool” (Domino Records)
Torna Porches con Pool. Come da titolo, una meravigliosa vasca idromassaggio nella quale immergersi nel dream pop. Suggestioni oppiacee da sabato sera per l’erede dance di James Blake. Da ascoltare immaginandosi una discoteca gremita di gente che balla al rallentatore. (Morgana Grancia)

Russo Amorale “Russo Amorale EP” (New Model Label)
Esordio che si apre con “L’emergenza di emergere”, spaziando tra il cantautorato folk e il sentimento straziante alla Marlene Kuntz. Situazioni familiari, tra le strade di Bologna, Lione e Parigi, un nuovo manifesto hipster dei fumatori ai muri di provincia il sabato sera. Promettente e consigliato. (Morgana Grancia)

Yung "These Toughts Are Like Mandatory Chores EP" (Tough Love Records)
Il precedente EP, “Alter”, la loro prima pubblicazione al di fuori dei confini nazionali, aveva dato agli Yung una notevole e, a nostro avviso meritata, notorietà: la giovanissima punk band danese è ritornata qualche mese fa con questo nuovo lavoro di sei pezzi, che conferma quanto di buono si era sentito in giro e che anche noi di Troublezine avevamo confermato. Quattro brani da poco più di due minuti e due da oltre sei: il primo, Blue Uniforms, pur sempre molto energico, inizialmente sembra più riflessivo, grazie ai vocals calmi, ma nella sua seconda parte, interamente strumentale, si scatena con un’impressionante dose di rumore, mentre il secondo, Offshore, sembra quasi una ballata, è tranquillo e ha anche un umore che pare rilassato. Nell’iniziale God, invece, si trova una notevole potenza e la consueta brillantezza e immediatezza. Con questo nuovo EP gli Yung hanno dato dei buoni segnali per il futuro, cercando anche nuovi territori e sarà interessante ascoltare il loro nuovo album, in arrivo il prossimo giugno. (ap1976pr)

Slutever "Almost Famous EP" (autoprodotto)
Due ragazze, Nicole Snyder e Rachel Gagliardi, ancora molto giovani, ma che già dal 2010 hanno iniziato a pubblicare la loro musica su Bandcamp. Partito da Philadelphia, il duo statunitense si è spostato a Los Angeles, la città dei sogni, per cercare la fama. Il loro nuovo lavoro, dall’ottimo sapore lo-fi, è assolutamente gustoso, energico, punky, ma sa anche trovare un’eccellente sensibilità pop, come mostrano la delicata Miss America o la rombante e intensa Teen Mom: in ogni pezzo, anche nel più tranquillo, si nasconde quella adrenalina rock, sempre pronta a uscire, accompagnata da una sana ingenuità giovanile che, insieme alla loro freschezza, rende la loro musica ancora più godibile. Forse le Slutever non saranno ancora così famose come vorrebbero, ma noi un ascolto (o anche più di uno) a questo EP ve lo consigliamo sentitamente. (ap1976pr)

La Macchina Di Von Neumann “Buona Musica!” (Concertini Di Musica Brutta/Cosmea Music)
Delizioso questo EP del quartetto brianzolo, una bella prova di post rock strumentale che ben bilancia le luci soffuse dei momenti dolci e delicati con i bagliori accecanti degli squarci noise. Ammaliante l'uso dell'effettistica nelle chitarre grazie a larghi riverberi liquidi che prendono per il cuore l'ascoltatore...ricordano moltissimo gli americani This Will Destroy You. (Nicola Perina)

Milk Teeth “Vile Child”(Hopeless Records)
Sono americani ma fanno respirare l’aria di Camden Town. Intrecci di melodie di formazioni anni Novanta, di chi è cresciuto a pane, Oasis e rabbia di periferia. Niente di nuovo sotto il sole, ma i Milk Teeth si dimostrano comunque dannatamente bravi a navigare nel mare infinito di quel rock d’impostazione britannica post Gallagher, dove capitano gli Arctic Monkeys. Consigliati. (Morgana Grancia)

Roam “Backbone” (Hopeless Records)
Si parte con un intro dal sapore vintage: fingiamo di essere all’interno di una trasmissione radiofonica dalle frequenze gracchianti, per sfociare in un trascinante pop punk fuori dal tempo. Si ritorna ai raduni di emo nelle piazze cittadine, e allo scambio di dischi di band che suonano tutte uguali. Nulla che non si sia già sentito nel 2007, ma, in un periodo dove ogni nuova band sembra la copia un po’ sfigata degli Strokes, i Roam riescono comunque ad essere una ventata d’aria fresca. (Morgana Grancia)

The Wytches “Thunder Lizard's Reprieve EP” (Scion Audio Visual)
Dopo i buoni riscontri del loro primo album, “Annabel Dream Rearder”, The Wytches sono tornati con questo nuovo EP, scaricabile gratuitamente sul sito della label e composto da quattro pezzi. Rispetto al loro debutto sulla lunga distanza, però, la band di stanza a Brighton qui preferisce seguire influenze più psichedeliche e sperimentali. Il tono oscuro e macabro, che pervadeva i lavori precedenti non viene, però, mai a mancare, nemmeno in If Not For Money, che puo’ sembrare un bellissimo singolo indie-pop dalle belle e dolci melodie, sebbene malinconiche. Wasteyboys, invece, è un adrenalinico pezzo post-punk, veloce, serrato, aggressivo, che chiude questo EP con una ferocia incredibile. Alla fine rimaniamo soddisfatti per la buona varietà di influenze di questi giovani musicisti: la strada verso il secondo album si fa veramente interessante. (ap1976pr)

Ronin/Uyuni “AREA51/SPLIT_EP#1” (Area51 Records)
La prima release ufficiale della nuova label Area51 Records, etichetta nata per celebrare il decennale dello storico programma radiofonico Area51, in onda dal 2005 sul circuito di Popolare Network.Uno Split in edizione limitata e da collezione che unisce i Ronin agli Uyuni, alle prese con tre brani a testa più una traccia condivisa suonata insieme dalle due band. Tutto è stato costruito nella sede operativa del Loto Studio di Gianluca Lo Presti (Nevica su Quattropuntozero, Simona Gretchen, Tying Tiffany, Delenda Noia…), mentre la direzione artistica è affidata a Massimo “Madesi” De Simone e la comunicazione a Simone Aiello. Punto focale di questa release è la condivisione degli spazi e della musica, un incontro di stili e persone che mettono al servizio di tutti la loro musica e i loro strumenti. (Martina Zorat)

Slamina “Black Shaped Way” (Autoproduzione)
Gli Slamina sono un power trio della provincia di Avellino che propone un mix di garage rock ed horror punk figlio dei primi lavori di artisti come Arctic Monkeys e Libertines. E queste due band sono presenti come macigni nelle loro tracce (You Croll Me su tutte). Se si potesse sostituire la voce di Alex Turner in un disco come questo si potrebbe quasi gridare al miracolo del ritorno delle Scimmie Artiche degli esordi. (Martina Zorat)

Vale And The Varlet “Believer" (Autoproduzione)
Valentina "Varlet" Paggio e Valeria "Varlet" Sturba sono due ragazze che si incontrano e che danno luogo ad un bellissimo progetto musicale. Fresco, piacevole all’ascolto quello che ti ci vuole per rilassarti in compagnia di un bicchiere di vino. "Believer", il loro primo album, colpisce per il particolare equilibrio tra le variegature pop e l’utilizzo di strumenti come il theremin. Vi piace sperimentare sensazioni nuove? Essere stuzzicati da una vibrante elettronica? Beh I fogort Belgium, Sunday Morning oppure Minnie è quello che fa per voi. Slight Story invece è per coloro alla quale piace perdersi nei meandri di un affascinante piano e infine Only A Man per gli amanti del blues. Insomma un duo con i “controca**i” che se vi capita in città non potete perdervi! (Beatrice Dusi)

Ronny Taylor “Karaoke” (Calista Records)
Quattro ragazzi da Torino che dal 2010 suonano insieme e propongono qualcosa che non è così facile trovare oggigiorno. Il loro secondo album “Karaoke” totalmente strumentale. Qui l’unica voce sono gli strumenti, dal basso al synth dalla chitarra alla batteria ognuno fa un egregio lavoro. Ogni dettaglio curato per creare con ogni pezzo un microcosmo. La teoria dei 10 secondi, Bambini di legno per giocattoli di carne ne sono un esempio, dove la ricerca sonoro è impressionante. In La giornata base del ghepardo si possono ritrovare ritmi che richiamano il prog anni ‘70 come nell’eclettica Supertanker Disaster. A chi adora ascoltare musica, sviscerando ogni piccolo suo dettaglio, dal giro di accordi di chitarra e basso, alle diverse tonalità del synth ai cambi di ritmo quasi impercettibili della batteria..beh questo disco fa per voi e fidatevi non ve ne pentirete! (Beatrice Dusi)

DYGL "EP #1" (autoprodotto)
I DYGL vengono nientemeno che dal Giappone. I quattro ragazzi di Tokyo hanno realizzato lo scorso anno questa loro prima cassetta, che ci ha colpito favorevolmente. I riferimenti sono chiari: un alt-rock di stampo americano, ma con uno stile che risente dell’influenza della musica dei fratelli Jarman (aka The Cribs). Niente di particolarmente innovativo, è vero, ma comunque una dozzina di minuti gradevoli, in cui la band proveniente dallo stato del Sol Levante non nasconde la sua ottima sensibilità pop e riesce comunque a creare pezzi di buon valore, come la romantica, ma grintosa I’m Waiting For You o la catchy Just Say It Tonight, che nel suo ritornello nasconde un non so che di smithsiano. (ap1976pr)

Marce “Business of few EP” (Autoproduzione)
Marce è un polistrumentista di Cremona che si è fatto le ossa suonando la chitarra nei Deadwalk (band Hardcore n’ roll (!?) ). Attualmente porta avanti una cover band grunge e un progetto solista con un disco all’attivo dal titolo “Marce went dumb”. Il disco che recensiamo oggi è un EP di quattro tracce dal titolo “Business of few”. Interamente registrato e composto dall’artista, questo disco si rivela impreciso e mediocre, sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista della struttura melodica; in particolare la linea vocale è a tratti stonata ed astratta dal resto della melodia. Nonostante tutto, c’è ampio margine di miglioramento. Apprezzabile comunque il tentativo di intraprendere una carriera solista. (castagab)

Immagine della recensione.
AA.VV - Recensioni in pillole, febbraio 2016 - Varie

Tanti dischi e così poco tempo, e spazio, a dire il vero. Ecco allora le nostre recensioni in breve. Più corte, certo, ma non per questo parliamo di album meno importanti...

Villagers “Where Have You Been All My Life?” (Domino Recording)
Il buon Conor O’Brien torna in studio, mica in uno qualsiasi. Questa raccolta di one-day-session ai RAK Studios di Londra è un percorso attraverso la carriera dell’artista irlandese. La sua delicatezza nel canto, così come nel songwriting non perde lo smalto, ogni traccia è una piccola favola che attraversa il bosco dell’immaginazione. Senza missaggio, 12 tracce spogliate di qualsiasi post-produzione così come si sentono dal vivo. (Martina Zorat)

The Pooches "Heart Attack EP" (Lame-O Records)
The Pooches sono una deliziosa band indie-pop di Glasgow, che ha realizzato questo nuovo EP proprio la scorsa settimana per l’etichetta di Philadelphia Lame-O Records.
Subito il paragone che viene in mente è con i concittadini Belle & Sebastian, ma questi scozzesi riescono comunque a realizzare quattro canzoni assai gradevoli, dalle melodie piacevoli e dalla bella gentilezza. Jangly, fresche e ispirate, le loro canzoni sono dei piccoli gioielli pop: peccato che l’EP duri appena otto minuti! (Antonio Paolo Zucchelli)

Franco E La Repubblica dei Mostri “Franco E La Repubblica dei Mostri” (Self Release / Goodfellas)
Lo spettacolo musicale prende forma nel momento in cui cinque diversi musicisti dai percorsi musicali totalmente differenti si trovano e fondono i loro percorsi. Un ventaglio sonoro che spazia dal jazz al rock, dal cantautorato alla classica. Gli strumenti classici, come violino e i fiati, richiamano le antiche tradizioni popolari che vengono abbracciate dalla modernità dei synth e chitarre. Esperimento perfettamente riuscito. (Martina Zorat)

Silence, Exile & Cunning "ON" (Autoproduzione)
Dissonanti e schizzati questi ragazzi bergamaschi danno forma a dei pensieri che non sono certo lineari e ordinati ma anzi, capaci di saliscendi emozionali che a volte spiazzano e lasciano disorientati. Eppure sapete una cosa? Sono dannatamente intriganti! Viaggi popedelici senza una guida precisa, ma solo con l'istinto a fare da Virgilio, passando per lande a metà strada tra il Mondo Di Alice e Woodstock. Una meraviglia. John Lennon in pieno trip che cavalca l'unicorso degli anni '70 salutando i dorati e melodici anni '60. Il bello è che in mezzo a tutto sto tripudio di chitarrone belle rumorose, di viaggi lisergici e cambi di rotta, beh, ci acccorgiamo sempre di più di starci da Dio, tanto che dopo il primo ascolto ti sei perso per strada tanti di quei particolari che il tasto repeat diventa una necessità fisica! E allora che "repeat" sia! (Ricky Brit Pop)

Grayscaleye "Grayscaleye" (Casa Lavica Records)
Grayscaleye è il progetto noise-rock elettronico di Luca Bottigliero, già batterista per One Dimensional Man, Giorgio Canali e Lucertulas. Dopo un’intensa attività live al fianco di nomi influenti della scena rock italiana, Luca Bottigliero ha scritto, prodotto e suonato il suo primo album, risultato di un lavoro in studio durato due anni. Detto questo, ciò che ci si può aspettare dal progetto è abbastanza chiaro e non si rischiano smentite. La qualità del lavoro è decisamente buona e le idee sono sempre ben a fuoco.
I brani disegnano strutture che, senza mai arrivare al math rock, ne ereditano certe complessità rendendole meno aspre, insidiose ed esaltandone la graniticità con un approccio ritmico davvero invidiabile. In alcuni brani sembra di sentire le quadrature chirurgiche e fredde delle ritmiche degli Helmet (No Vertical), quando però entra la voce e i synth, si sentono anche echi di Nine Inch Nails (Empire o ancora di più Flame col suo incedere cadenzato). In generale, ma soprattutto in un pezzo come per esempio Hexagonwave, sento anche qualche cosa che mi ricorda certe cose dei Trans AM sebbene qui non si arrivi mai all’eterogeneità di vecchi dischi come TA o Liberation. Altre volte ci spostiamo nei territori cari al vecchio lavoro degli italianissimi Aucan, come ad esempio nel brano Everything/Nothing o We’ll Walk On The Land. In conclusione un disco piacevole che si fa ascoltare bene e che fa venire la curiosità di vedere la band dal vivo. (Emiliano Milanesi)

Kississippi "We Have No Future, We're All Doomed EP" (Soft Speak Records)
A oltre un anno di distanza dal precedente EP, i Kississippi hanno pubblicato a novembre questo nuovo EP: nato come il progetto di Zoë Allaire Reynolds, la formazione si è poi allargata con l’aggiunta Colin James Kupson. La malinconia è sempre presente nei sei pezzi dell’EP e i testi, che parlano di temi difficili come le relazioni sentimentali finite male, hanno una buona importanza nella economia di questo lavoro.
Il duo di Philadelphia, in meno di venti minuti, sa creare un sound atmosferico che ci mette i brividi e suona sincero: un lavoro molto interessante. (Antonio Paolo Zucchelli)

Volvér "Octopus" (autoproduzione)
Si ritorna nel passato ma senza staccarsi dal presente con i Volvér. Il gruppo formatosi appena lo scorso marzo esce allo scoperto con un’autoproduzione niente male : "Octopus". L’affascinante Deep Red introduce l ‘ascoltatore nel loro mondo, ricca di sfumature diverse che in otto minuti si approcciano a stili eterogenei. Jack Uait molto più energica e veloce come Things I need dove il synth Korg Delta si trova ad affrontare chitarre grintose. In tutto il disco si dà una grande importanza alle sonorità di ogni strumento, un approccio molto interessante. I ragazzi di Varese partono con il piede giusto! (Beatrice Dusi)

J Churcher "Yesterday" (37 Adventures / [PIAS] Cooperative)
Si parte che sembra di stare nel mondo sonico dei fratellini Reid, batteria che picchia e classico brano alla J&MC con questa voce importante e il synth in sottofondo che va a rimpire il suono, già saturo di chitarre e poi avanti con la classica melodia malinconica. Con I Remember i toni si fanno più bassi e atmosferici, diciamo la calma dopo la tempesta precedente. Molto dream-pop questo brano. In The Summer già la conosciamo ed è sempre farina del sacco dei J&MC ma in veste acustica, con una spruzzata di sogno in chiaro scuro alla Mazzy Star: struggimento alla (dream-pop) moviola e lacrimoni che arrivano copiosi. Non si hanno molte informazioni su questo ragazzo, ma la sua musica è dannatamente buona! (Ricky Brit Pop)

Anadarko "Tropicalipto" (Autoproduzione)
Noto che da qualche anno a questa parte sono molte le bands italiane underground che si dedicano a certo math rock, complicandosi la vita con ritmi non sempre in quattro quarti, cambi di accento, fughe strumentali jazzate, esperimenti sonori di varia natura, strutture con prospettive irregolari senza un vero punto di fuga. Sembra quasi che venga riproposto, con qualche aggiustamento, il vecchio prog italico. Questi Anadarko si muovono su queste coordinate: le chitarre creano strutture ritmiche nelle quali si scorgono stralci di accordi dissonanti gestiti con la tecnica del tapping, caratteristica cara ai Don Caballero; la batteria definisce accenti e crea poliritmi complessi, ma in questo caso mai dispari. A volte subentrano poi parti di loop tastieristici, di field recordings o di voci regsitrate (come in Aterfobia). In Sp 66 un piatto strisciato diventa un drone lungo gli oltre sette minuti dell’intero brano. Una chitarra accenna un arpeggio che entra in loop e accompagna il drone disgregandone il suono. Nel frattempo un solo di tromba improvvisa delle melodie che per i meno avvezzi al jazz possono ricordare certi fraseggi alla Miles Davis del periodo elettrico. Intanto i droni in sottofondo si disintegrano mentre la batteria prosegue nel suo incedere. Quando la ritmica scompare si scopre che in sottofondo ci sono tastiere lontane ed echi trattati di voci sotto filtri analogici.
Le idee sono buone, per quanto complesse e difficili da seguire, ma proprio per questo serve una maggiore attenzione perché il tutto non assuma un sapore troppo frammentario. Serve un’idea forte che tenga insieme tutte le fila del discorso e per quanto questo intento ci sia, talvolta la situazione sfugge un po’ di mano alla band triestina. (Emiliano Milanesi)

Tuff Love "Resort" (Lost Map)
Ma che band è questa?!?!?! Due ragazze e un ragazzo che suonano canzoncine pop solari con la classica formazione chitarra basso batteria. Più semplice di così si muore! Potrebbe essere una roba che uno ascolta una volta e dice: “Mmm….carino!”. Poi lascia lì il disco e non lo ascolta mai più. E invece viene voglia di riprenderlo ed ascoltarlo ancora e poi un’altra volta e poi di nuovo. C’è ancora gente in giro che riesce a costruire pezzi pop con una strumentazione essenziale senza essere banale e senza dover iper-produrre il proprio lavoro. Deve davvero essere un miracolo! Il suono di questi Tuff Love provenienti da Glasgow si muove fra il vecchio college rock dei primi REM, forse un po’ più dimesso e “in disparte”, e il pop grunge femminile di cose come The Breeders o Sleater Kinney, con meno rumore. Pare che il sole della California sia arrivato sbiadito dalle parti di Glasgow e i tre suonino sotto di lui senza occhiali scuri e senza poter fare feste sulla spiaggia. E’ quasi dream pop senza però essere psichedelico. Qui non ci sono gli echi, solo i riverberi, non ci sono i sogni dilatati, solo desideri lontani messi da parte per poter campare. Tutto è registrato dai Tuff Love stessi in appartamento e suona casalingo senza però essere storto. I pezzi sono uno più bello dell’altro, da ascoltare tutti in un fiato, magari durante un breve viaggio in auto in primavera, con i primi braccini che timidamente iniziano a sporgere fuori dai finestrini. Vi innamorerete anche voi di questi Tuff Love e se ascoltate anche il resto del materiale della Lost Map, etichetta inglese per la quale incidono, sentirete anche altre cose interessanti. Un disco molto, ma molto bello. Consigliatissimo!!!! (Emiliano Milanesi)

Mood "Mood" (Upupa Produzioni)
I Mood sono Daniele e Francesco, un duo chitarra/batteria, proveniente dalla provincia modenese, che riprende gli stilemi del vecchio math rock di stampo Don Caballero, ma con un’attitudine decisamente più grezza e punk. Suonano che è un piacere, si divertono da morire e si sente. Una tecnica invidiabile sostiene intrecci ritmici fra chitarra e batteria davvero ben studiati, nati probabilmente da lunghe jam in sala prove. Giocano bene sui cambi di dinamica e nonostante la musica proposta sia derivativa, i Mood hanno una buona personalità, soprattutto considerando la loro giovane età (trentaquattro anni in due!!!).
Un disco quasi tutto strumentale, tranne un brano, Room 204, nel quale entra una voce che ricorda quella di Steve Albini in Mama Gina degli Shellac. Il disco è bello, senza dubbio: una produzione che dapprima sembra quasi lo-fi e insufficiente, in realtà è in bianco e nero, alla Steve Albini, perfetta per i Mood.La bella copertina, realizzata da Michele Bernardi , già al lavoro per Tre Allegri Ragazzi Morti, Colapesce, Le Luci della Centrale Elettrica, impacchetta il lavoro di un progetto interessante, del quale sono curioso di sentire gli sviluppi. Nel frattempo consiglio di andarli a vedere dal vivo: Daniele e Francesco suonano uno davanti all’altro, con gli strumenti posizionati in pista, non sul palco, mentre il pubblico intorno a loro li osserva costruire i brani: energia e attitudine da vendere! Bravi! (Emiliano Milanesi)

Coasts “Coasts” (Capitol)
Le palme presenti nella cover non mentono: ci troviamo davanti all’ennesimo disco frizzante dell’ennesima band britannica che butta l’occhio volentieri alle calde atmosfere di Miami. Sarebbe fin troppo duro bacchettarli come “banali” ma la verità è che ogni canzone segue i dogmi prestabiliti del pop. Una sfumatura meno mancuniana dei (primissimi) The 1975. Loro stessi hanno dichiarato che scrivono con l’intento di sentire quelle stesse strofe cantate dal pubblico ai concerti, come biasimarli? (Martina Zorat)

Venus In Furs "Carnival" (Phonarchia)
Ecco, tutti quelli che vanno fuori di testa per i Ministri e li considerano i paladini del "nuovo rock italiano" dovrebbeero ascoltarsi questo Carnival dei pisani Venus In Furs. Un disco che pare rock e invece è punk, si punk. Perchè l'attitudine è proprio quella. Perchè te lo buttano in faccia, sudato, sporco, ironico, arguto, asciutto e secco e cantato con quell'aria che sa di...apri le orecchie e non fare lo snob che anche se ho la voce sgraziata che qui c'è roba buona. E c'è veramente. Niente di costruito, indisciplinato come uno che a scuola non ha voglia di fare un cazzo ma se la cava sempre e ha questo magnetismo che tutti lo vorrebbero copiare, eppure anche sensibile a modo suo, senza risultare fuori giri, come accade nella parte finale del disco, dove i nostri tirano un po' il fiato. C'è vita oltre gli Zen Circus! (Ricky Brit Pop)

Dade City Days “VHS” (Swiss Dark Nights)
Ah, il caro vecchio Vhs, tecnologia obsoleta, di un'epoca passata a cui si guarda con nostalgia, la stessa che questo terzetto sembra avere verso una new wave oscura e rumorosa, che si sporca con influenze New Order e The Cure. Detto così pare che non ci sia nulla di nuovo all'orizzonte e potremmo anche frettolosamente chiudere il conto. Invece il disco si regge con le proprie gambe: i ritmi sono secchi e l'elettronica avvolge tutto con un mantello che assorbe anche la voce. Carezze (Luna Park) che diventano inquiete, sensibilità nervose che incalzano nel buio e l'inaspettata serenità quasi dub-ambient di Fernweh che lascia senza fiato (vengono in mente gli Scorn di Evanescence). Abbiamo molta fiducia in questi ragazzi (Ricky Brit Pop)

RossoMaltempo "Sei Giri Di Chiave" (Autoproduzione)
I RossoMaltempo sono una band padovana formatasi il 25 aprile 2015. Dopo aver vinto la Battle of the bands della seconda edizione del Rise Festival della loro città natale, si presentano sulla scena musicale con il loro primo lavoro: “Sei Giri Di Chiave”. È chiaramente un’opera prima, imprecisa e difficile da inquadrare, ma che può tranquillamente dare il via per la creazione di qualcosa di più elaborato.
Ad ogni modo, sarò franco, non mi ha soddisfatto. Si percepisce una certa incertezza, che si riflette nella categorizzazione che ne viene fatta: l’album, sul loro bandcamp, viene etichettato come “rock, alternative rock, indie metal, indie prog italiano”. Ora, capisco che per i motori di ricerca tutto vada bene, ma esagerare non è il caso: non è sufficiente suonare in contrattempo e scrivere testi stravaganti per essere "Prog", ci vuole molto, molto di più. Prima di comporre un disco è necessario avere bene in mente cosa si vuole fare e a che pubblico lo si vuole proporre.
In conclusione, una partenza un po’ incerta per i RossoMaltempo. (Gabriele Castagna aka castagab)

Vivienne The Witch "Shadowbox" (Taxi Driver Records)
3 fanciulle che ci sbattono in faccia il loro amore per uno sporco sound chitarristico anni '90. Tra grunge e alternative e la parola riot grrrl che può essere rispolverata non certo a sproposito. Un suono sicuramente grezzo e ruvido, che segue i sentieri tracciati da storiche band al femminile di genere, ma capace anche di buoni spunti melodici, piacevoli assoli e aperture quasi psichedeliche e ipnotiche (Pussy Pussy Pussy, il piatto forte dell'intero lavoro e manifesto della band mi verrebbe da dire) e frangenti più sbarazzini (A Sparkling Explosion). Niente corse a perdifiato, ma anzi, una capacità di essere comunque taglienti quanto i ritmi sono bassi (One Step To The River) o si punta a un lavoro più avvolgente (Time). Molto piacevoli. (Ricky Brit Pop)

Ramachandran "Marshmallow" (Taxi Driver Records)
Cavalcate elettriche che lavorano ai fianchi con una ritmica forsennata e una chitarra dal sapore desertico che avvolge la nostra mente e la sconvolge letteralmente. Non c'è un attimo di tregua, non c'è respiro. E' psichedelia forsennata e ad altissimo livello di decibel quella dei Ramachandran, quasi fossero un gruppo anni '70 che viene fatto suonare a 45 giri. Un dinamismo pazzesco e una vivacità che toglie il fiato. Samo è da antologia con un lavoro pazzesco e una tempesta che pare costantemente in agguato e ci mette addosso veri e propri brividi. Sciamanico! (Ricky Brit Pop)

Get Well Soon "Love" (City Slang / Cooperative Music)
Ancora a parlar d'amore? Eh si, perchè di quetsa parola e di tutto quello che genera noi uomini non riusciamo a farne a meno. C'è chi per musicarlo usa l'heavy metal perchè solo così ne trova la natura rabbiosa e chi invece usa l'arte del pop, fatta in apprenza di gentilezze, carezze e malinconia. Konstantin Gropper è cantore umorale e sensibile e le sue polaroid si fanno vive e trasmettono empatia immediata, anche grazie a melodie che sanno davvero conquistare fin dal primo ascolto. Occhi negli occhi con solo l'acustica a fare da sottofondo, echi anni '80 (vi giuro che Young Count Falls For Nurse mi riporta alla mente la storica Sunshine reggae dei Laid Back) o un bacio più appassionato con andamenti quasi alla Babybird, mentre il guitar pop si fa cristallino oppure la ballata si fa struggente. Una colonna sonora per amore frizzaanti ma anche per momenti in cui forse la parola amore è pronunciata più per abitudine e stanchezza che per un vero sentimento. Album delizioso a mio avviso, se amate le cose raffinate alla Divine Comedy senza però voler imboccare una via particolarmente ridondante , ma che sa anche essere sobria e asciutta, beh, vi assicuro che amerete questo nuovo album di Get Well Soon. (Ricky Brit Pop)

Drew Worthley "Crucible" (Massive Arms Records)
C'è qualcosa di magnetico e coinvolgente nel pop di Drew Worthley, perchè ci richiama alla mente sapori e tradizioni "antiche" pernon dire retrò, che pescano negli anni '80 (Bone China Saviour) ma anche nel New Acoustic Movement (Ode to Stepney), senza però risultare fuori dal tempo, ma anche una piacevole modernità. Equilibrio che diventa calibrato e perfettamente a fuoco in un disco che definire raffinato è dire poco. Il polistrumentista inglese lavora benissimo con gli arrangiamenti d'archi, creando melodie ammalianti come in A Cloud A Hand The Sea ma anche con basi più sintetiche da dancefloor, come in John Proctor's Lament o The Undreground Man in cui sembra di sentire addirittura gli Upper Room, per chi ancora li ricorda. Malinconia, lievi sorrisi e sussurri trasportati dal vento che sa anche farsi più impetuoso: le sfaccettature di questo artista forse sono espresse al massimo nell'evocativa Derivative Calves o nel climax di Angel Wharf. La carne al fuoco è tanta e, mi ripeto, tutta servita con grande gusto e attenzione a non debordare. Difficile trovare punti di contatto. Ammetto che durante l'ascolto ho pensato ai riferimenti già citati nella recensione ma anche a gente come Tom McRae, Ben Christophers o le suggestioni delicate di eroi ormai dimenticati come i January. Disco davvero bellissimo, poco da fare! (Ricky Brity Pop)

Appaloosa "Bab" (Black Candy Records)
Materia viva e pulsante quella degli Appaloosa: elettronica che vive sul battito di drum machine incalzanti, bassi che entrano nella testa e synth sotto traccia che non lasciano scampo. Ma libertà non vuol dire felicità. E' come se ci fosse sempre qualcosa in agguato, qualcosa che ci rende inquieti e non riusciamo a liberarcene. I piedi si muovono veloci, i rumori disturbano la nostra testa, ossessioni e rimiche che si fanno strada, dal disco al cuore, inesorabilmente. Una colonna sonora urbana, a volte violenta e disturbante, ma mai fredda. Un disco da prendere "con le pinze"! (Ricky Brit Pop)

Epo "Serpenti Ep" (Autoproduzione)
Non c'è una piacevole descrizione del nostro presente in questi nuovi brani di Epo: persone alla stregua di serpenti, alla deriva, desolate, sole, perennemente in corsa per cercare qualcosa di nuovo. In questo scenario la musica non è certo pimpante o sbarazzina, ma anzi, si muove su toni bassi, rumorosi, a volte quasi post-rock, mentre riecheggiano le andature più cupe e grevi di gente come Tiromancino o anche Benvegnù. Non ci si dimentica della melodia e anche il ritornello trova la sua bella forma (Ape Regina), ma l'idea è quella di esprimere uno stato d'animo difficile che sappia coinvolgere e il gruppo napoletano ci riesce. Ottimo antipasto di un futuro nuovo album! (Ricky Brit Pop)

Nero "Lust Soul" (Autoproduzione)
Si parte e mi sembra quasi di rivivere i fasti magnifici dei Paradise Lost di "Icon", ma, come si dice, è solo l'inizio. Nero Kane è conoscitore approfondito della materia rock che si tinge di gotico e ce lo dimostra in questo disco che assorbe ogni luce e la trasforma in nero, con le sue ritmiche ossessive, le chitarre avvolgenti e rumorose (ma capaci di non mancare mai una melodia azzeccata) e quell'atmosfera crepuscolare che pare uscire da Sin City musicata dai Bauhaus. Atomic Rooster che incontrano The Sisters Of Mercy con la benedizione di Danzig. Ci sono sprazzi di blues malato e lascivo, una metrppoli decadente che offre depravazione e sensualità morbosa a chi le si avvicina: dannatamente irresistibile. Quando si alzano i toni sono movenze quasi garage e robotiche che c'investono in pieno petto e la pelle d'oca non ci molla fino alla fine. Un gotico vero, non di facciata. (Ricky Brit Pop)

Weird Black "Hy Brazil" (We Were Never Being Boring Collective /Alliance)
Un bel trio psycadelico quello dei romani Weird Black, tutti provenienti da altre esperienze musicali: Luca Di Cataldo e Giampaolo Scapigliati, rispettivamente ex voce e chitarra ed ex basso Holidays e Matteo Caminoli, ex batteria The Singers. Fin da subito si coglie un’atmosfera surreale pervade l’ambiente circostante con la catartica Montrees. Chitarrine ruggenti, un basso che armoniosamente si fonde alla fluttuante voce si contraddistinguono Nictophobia o in Our Lies are True, mentre l’ondulante In Town crea bellissime immagini fiabesche. Infine la spaziale bonus track Tangled In This Undecided Summer riesce in 4:14 min a trasportare la mente su un altro pianeta. Un trip sofisticato per chi apprezza quel sound psichedelico anni ’70 con un bel pizzico di lo-fi. (Beatrice Dusi)

Giacane "Una vita al Top" (Goodfellas)
Giancane arriva con il suo primo album “Una vita al Top”, prendetelo in mano, guardate la copertina e forse potreste già avere un’idea. Per chi non lo conoscesse basta ascoltare Ciao io sono Giancane e potrà capire cosa questo cantautore ha da offrire. Un country neomelodico come lo definisce lui, dove c’è un’attenzione particolare per i testi che offrono uno sguardo a volte più spassionato altre più critico sulla nostra società, come in Vecchi di Merda oppure Come sei Bella. Non si fa problemi a dire le cose come stanno e questo è un bel punto a favore del cantautore, con la sua voce graffiante e profonda e la sua chitarra riesce ad alternare ritmi più incalzanti come in Fai Schifo a quelli più distesi come in La Vita. In questo disco Giancane si racconta e racconta il mondo che ci circonda con parole semplici e dirette, dal vivo deve’esser uno di quei concerti che ti coinvolgono fin da subito. (Beatrice Dusi)

Any Other "Sonnet #4 Ep" (Bello Records)
Dopo il successo di Silently quietly going away gli Any Other non si fermano, anzi ora stanno per iniziare un tour in Europa e se passano dalle vostre parte fate un salto che ne vale la pena! Non si fermano proprio, infatti poco prima di questo 2016 hanno fatto uscire un prezioso ep: “Sonnet #4”. Inizia con una malinconica, densa ed enigmatica Me Muddled, il basso preponderante fa capolino tra la chitarra e la batteria. Si cambia con Not in These Days, dove lo scivolare delle dita sulle corde della chitarra creano un effetto sorprendete. Prima di arrivare alla fine, si passa da Cold House, la traccia dove si alterano i ritmi più grintosi. Sonnet #4 chiude l’ep, scritta a 18 anni da Adele, una sorta di sfogo personale che parte piano piano, si carica e sfocia in un grido liberatorio..molto punk! Quattro tracce da ascoltare tutte d’un fiato. (Beatrice Dusi)

Ulrika Spacek "The Album Paranoia" (Tough Love)
Si avvicinano un po' al sound degli Younghusband questi ragazzi inglesi (di cui due però hanno origini tedesche), facendo convivere riverberi di chitarra, ipnosi psych-pop e ritmi circolari e, in qualche caso, "kraut" al punto giusto. Indie-guitar-pop capace di essere visionario e popedelico, con lievi riverberi shoegaze in cui librarsi e una solida base ritmica. Le distorsioni non mancano, tanto che i Sonic Youth e gli anni '90 non sono poi riferimenti così lontani. Piace sia quando vanno avanti a colpi di chitarre sporche (She's A Cult), sia quando i ritmi si fanno alla moviola (NK), sia quando la ballata si fa indolente (Airportism) ma anche quando melodie pop si fanno largo sotto traccia senza dimenticare le chitarre (Strawberry Glue) che si fanno largo a spallate. Un bel disco, niente da dire! (Ricky Brit Pop)

Night Beats "Who Sold My Generation" (Heavenly)
Benvenuti al sabba psichedelico dei Night Beats che in questa terza prova ci prendono, ci bendano, ci portano in mezzo al nulla, ci fanno bere delle cose strane per carburarci e accendono un fottuto fuoco intorno al quale la solita orda d'invasati si lascia andare, trasportati dalla musica e dal groove. La missione è compiuta e il rito è ancora una volta catartico, non serve prendere chissà quali pilloline, ci pensano buone dosi di fuzz, di mantra da capogiro e basso e batteria che si fanno strada fin nel profondo delle nostre ossa a darci la sensazione giusta. Non emergerà un diavolo da quelle fiamme, no, niente di perverso, lascivo o stordente, ma sicuramente qualcosa che, in modo classico ma sempre efficace, catturerà i nostri sensi, quello si, ve lo assicuro! (Ricky Brit Pop)

Oscar di Mondogemello "Miele" (Autoproduzione)
Spirito noise in questi 4 pezzi dal minutaggio molto basso. Indole lo-fi, oscura e felicemente spartana che mettono in luce il succo della proposta musicale del nostro: un cantautorato che lascia i lividi e ci fa venire in mente i 3 Allegri Ragazzi Morti in una scura, grezza e sorda versione demo. Applausi! (Ricky Brit Pop)

Roam "Backbone" (Hopeless Records)
Gli inglesi Roam si destreggiano bene tra la scuola classica dei Sum 41/New Found Glory e il piglio di nuovi alfieri del genere come Neck Deep. Non ci viene risparmiato nulla, sia chiaro, e tutto è chiaro fin dall'inizio, ma i Roam non sono certo qui per cambiare il mondo. Ritornelli classici, chitarre che a tratti cercano più il punk del pop, la ballata acustica, i rallentamenti ad arte per ripartire poi di batteria sparata: tutto preso dall'enciclopedia del pop-punk, ma se non si arriva troppo prevenuti vi assicuro che ci si diverte per bene! (Ricky Brit Pop)

The Chanfrughen “ShahMat” (Molecole Produzioni)
Tornano i savonesi (di Andora) Chanfrughen a due anni dal loro ruggente esordio, e lo fanno all’insegna di un rock ancora più oscuro ma anche più vario e interessante.I suoni sembrano essersi dilatati ulteriormente, in un lungo viaggio che parte dal lontano e profondo blues, passando per il rock sulfureo degli anni ’70 e giungendo intatto a una psichedelia esotica, come avviene nel singolo di lancio Belize, che altro non è che una tappa del loro percorso. “ShahMat”, titolo anche di uno dei migliori pezzi del disco, in persiano significa "Il Re è morto" e sembra in effetti evocare passaggi orientali. Sarà anche per merito delle incursioni dell’ultimo arrivato, il tastierista Agostino Macor, ad aggiungersi al terzetto originario, che pare aver portato in eredità dal suo gruppo precedente La Maschera di Cera, quel gusto prog rock che ben si addice alla tradizione ligure. Un album non di facilissima fruizione, meglio riuscito sul piano musicale – convincono gli arrangiamenti e le atmosfere – che non su quello concettuale, dove le buone idee non sempre risultano pienamente a fuoco. (Gianni Gardon)

Cath Fire "The Distance I Am From You" (Rude Records)
Il pop-punk made in Uk sta prendendo sempre più piede e dietro a gruppi di punta arrivano realtà agguerrite e pronte a dire la loro con le armi classiche del genere. Segniamo l'esordio dei Catch Fire che viaggiano a tutta birra sopratutto in Bad Behaviour con corettone e chitarrone, con il resto che veleggia classico ma non dispiace. C'è pure il pezzo acustico. Saranno famosi? Mah, presto per dirlo. (Ricky Brit Pop)

laBase “Antropoparco” (La Noia)
Un esordio certamente convincente questo dei laBase, gruppo abruzzese che sembra già maturo e con una precisa identità sonora. Un’identità magari costruita a immagine e somiglianza di tante celebri band del panorama indie rock italiano di fine millennio, ma che comunque merita attenzione. I nomi putativi in fondo sono quelli nobili, Marlene Kuntz – manca forse quel senso di tragicità e furore che caratterizzava “Catartica” – o il Teatro degli Orrori (penso a un pezzo come Caos X che sembra condensare al meglio le due anime), laddove altrove è da apprezzare il tentativo di smerciarsi dai modelli per tentare una via più originale. Il singolo scelto, Primavera, è anche il più significativo: convince il testo dolce amaro e carico di disillusione e pathos del cantante Mirko Lucidoni. Un album che in 9 pezzi lascia presagire possibili sviluppi nel sound e nell’attitudine della band. Penso a una Deja Vu, con i suoi echi new wave in lontananza o a Mai una gioia che, a dispetto del titolo, è il brano più accessibile e riflessivo dell’intera tracklist, suonando melodico e pulito. I mezzi non sembrano mancare a questi ragazzi, nemmeno il mestiere in fondo, ma ciò che sembra non appartenere a questo disco è il guizzo decisivo, quel quid che ti faccia puntare ad occhi chiusi qualche fische su di loro o più semplicemente una canzone che sparigli le carte. (Gianni Gardon)

Night Knight "God Is A Motherfucker" (Inner Ear & Rough Trade)
Il cavaliere che guida il suo cavallo nella notte è il greco Serafeim Giannakopoulos, già batterista dei Planet of Zeus. E proprio così ce lo immaginiamo, solitario, con la sua armatura, che si fa largo in un mondo buio, sporco, quasi soffocato. Al posto della spada una chitarra rumorosa, capace di stordirci e ipnotizzarci con un rock venato di blues ma anche di cogliere aspetti più morbidi e tradizionali. Tutto si basa su quel suono di chitarra, cadenzato e sostenuto da una ritmica che mai calca troppo la mano. Vengono in mente dei Black Keys o dei Black Rebel Motorcycle Club che sanno bene l'arte dell'attesa e del circuire chi hanno di fronte: un cavaliere guardingo che tante volte si ritrova sulla strada da solo, e li i pensieri si fanno più cupi e bassi, ma che sa anche destreggiarsi nel rumore. Un disco da ascoltare con attenzione, molto suggestivo! (Ricky Brit Pop)

Dainocova “Dark Tropicana” (Moka Produzioni)
Dieci brani che emanano leggerezza e tranquillità quelli proposti da Daiconova, pseudonimo dove si cela il cantautore sardo Nicola Porceddu. A dispetto del riuscito ossimorico titolo, la bilancia sembra pendere clamorosamente verso il lato…tropicale rispetto a quello oscuro. Brani acustici, in netta prevalenza costruiti su una snella chitarra, che sanno di mare e viaggi, testi al più bizzarri e costituiti di efficaci quanto a tratti azzardati accostamenti di immagini. Pegaso introduce bene il disco, mettendo subito in chiaro le intenzioni dell’autore, che vorrebbe urtare con le parole ma che poi finisce un po’ per ripiegarsi su sé stesso, quasi scusandosi per il disturbo. Le canzoni migliori sono Un continuo girare, la più introspettiva del lotto e l’efficace Barcaro, melodica, intrisa di divertente ironia e che ti rimane in testa con la sua melodia folkeggiante! Un album che non tradisce un’attitudine lo-fi che però esula da pose e maschere, mostrandoci un autore sincero e abile con le parole. (Gianni Gardon)

The Monkey Weather "New Frontiers" (Ammonia Records)
Prendete una seria enciclopedia del pop-rock. Alla voce power pop, se tutto va come deve andare, ci devono essere tra i primissimi posti i nostri The Monkey Weather, che in fatto di melodie incastrano note in modo delizioso e come grinta ne hanno proprio da vendere. I riferimenti stanno in Inghilterra, patria di ritornelli clamorosi, cori appiccicosi e trovate che stanno tra i Beatles, Libertines e i primi Vaccines. Piace come i Monkey sappiano incalzare sul canovaccio pop: trovata la linea giusta ci piazzano sopra la ritmica giusta e dei cori degni dei Beach Boys in versione garage. E se in Tomorrow appare il fantasma di Noel che benedice il tutto ecco che Sandy Vagina è sbarazzina, ironica e diabolica. Niente di nuovo sotto il sole, ma in fatto di divertimento e voglia di essere spensierati i Monkey gridano a pieni polmoni di essere in pista e di meritare la nostra completa attenzione! (Ricky Brit Pop)

Jenny Penny Full "Eos" (Vaggimal Records)
Quando c'è di mezzo la Vaggimal Records (e di conseguenza i regazzi dei C+C), beh, ci viene l'acquolina in bocca. I Jenny Penny Full sono veronesi e non si pongono confini: difficile trovare una collocazione al loro pop, fatto di atmosfere dilatate che prendiligono l'attesa più che il movimento, mentre frangenti più acustici e altri più avvolgenti si fanno largo tra le tracce del disco. La voce femminile mi riporta ai The Sundays, eroi pop britannici a cavallo tra '80 e '90, che nell'ultimo album si erano poi spostati verso un folk-pop che anche i ragazzi veronesi conoscono bene. Nessuna corsa a perdifiato, ma l'assoluta padronanza del respiro e di come si possano costruire degli ottimi pezzi in crescendo, con un pathos decisamente suggestivo (Aloud). Validissimo album! (Ricky Brit Pop)

Sacri Cuori "Florida Ep" (Autoproduzione)
L'America del sud, spazi ampi, il sole che accarezza la pelle, i tempi che si vanno dilatando, pigrizia e struggimento, ballate sensuali eppure con un pizzico di mistero. Un nuovo Ep che continua ad essere una piccola colonna sonora, per un visionario film felliniano, curata da Angelo Badalamenti. Profumi variegati inebriano la nostra mente, da una morbida rhumba ci fa muovere i piedi e non sai se abbozzare un sorriso o lasciare che la malinconia abbia il sopravvento al blues crepuscolare che te lo immagini eseguito magistralmente sul palco del The Roadhouse in quel di Twin Peaks, mentre vite sbagliate, amori, fantasmi e cattiverie assortite s'incrociano e fanno battere più forte il cuore. Impossibile non lasciarsi incantare (Ricky Brit Pop)

Turin Brakes "Lost Property"
Sempre la solita musica in casa Turin Brakes, onesti mestieranti mai stati troppo dotati a mio modestissimo parere, che però hanno saputo aggiornare un gusto neo acustico riuscendo a mescolarlo con una solida base indie-guitar-pop che profuma di un gusto classico quasi anni '70. Una carriera che con qualche singolo ha visto anche buoni picchi (sopratutto all'inizio), ma anche una scrittura che non ha mai particolarmente brillato (sopratutto nel penultimo lavoro). Vabbè, diamo atto alla loro costanza e al fatto che non abbiano mai mollato. Fedeli alla line i nostri! Sta di fatto che i "freni torinesi" sono ancora qui con le loro chitarrine acustiche che piazzano momenti agrodolci, ballate malinconiche con un retrogusto alla Eagles, qualche arrangiamento che dia un po' di maggior fiato ai pezzi ma anche un buon gusto pop capace di rimanere in testa. Non un disco che passerà alla storia, ma un prodotto più che dignitoso che copre l'attesa del nuovo dei Travis (anche se i due singoli che abbiamo sentito fino ad ora sono terribili, per cui l'attesa con i Turin Brakes non è poi così male). (Ricky Brit Pop)

Double Swindle "Susy Has A Gun" (Autoproduzione)
Direttamente da Oderzo provincia di Treviso arriva questo quartetto dedito ad un energico punk rock, attivi sin dal 1998 (cosa non da poco in questo panorama musicale con gruppi che si sciologno e si riformano un giorno si ed un giorno pure...) e con vari album sul groppone. Questo "Susy Has A Gun", composto da 8 tracce e' stato la mia colonna sonora della classica influenza che mi sono beccato come tutti gli anni. Devo dire che questi ragazzi sono stati una bella compagnia, la voce di Martina melodica ed aggressiva allo stesso tempo da una marcia in piu' all' album in questione. Ascoltatevi brani come Promise land ,Suzy ,Butterfly brano che chiude il full-lenght o The Truckdriver's Girl, il mio brano favorito del lotto.
Comunque tutto l'album si dimostra all'altezza, i brani scorrono via pimpanti uno dopo l'altro, e quando finisce l'ascolto ti viene voglia di ripartire (e credetemi, non e' cosa da poco). Bene, bravi, bis. (Stefano "Azzo" Azzolini)

Axel Rudi Pell "Game Of Sins" (Steamhammer)
Nuovo album per il talentuoso chitarrista teutonico Axel Rudi Pell. Questo "Game of sins" e' il suo sedicesimo album in studio e da 25 anni propone ai suoi fans un genere che finisce per non deludere mai. E anche questo nuovo lavoro non tradisce sicuramente le attese. Questo nuovo full-lenght infatti agisce su coordinate note ai fans storici della band, ovvero un mix tra l'hard dei mostri del genere (Deep Purple / Rainbow/ Blue Oysted Cult) e l'heavy metal classico anni '80. Chi non apprezza questi genere eviti di ascoltare questo "Game of Sins", qui ci troverete solo dell' ottimo hard/metal con Axel Rudi Pell in stato di grazia che sforna assoli su assoli, un cantato molto interessante (alla voce troviamo Johnny Gioeli, semisconosciuto cantante di Accomplice e Hardline) e una produzione all'altezza.
Tra i brani che piu' mi hanno colpito senza dubbio l'opener Fire, Sons of the Night, la metallica Falling star e l'epica Forever free che chiude l'album in questione. Per i fans del buon Axel e del metal classico sicuramente un must. Acquistare ! (Stefano "Azzo" Azzolini)

The Midnight Kings "Band Of The Thousand Dances" (Ammonia Records)
Nati nel 2011, questa all-star band annovera fra le proprie file ex componenti di gruppi storici del suolo italico e cioe' Thee S.T.P.(io mi ricordo ancora un micidiale concerto loro dalle parti di Vicenza una quindicina di anni orsono...), The Preachers e Thee Stolen Cars. Dopo un singolo oramai introvabile finalmente arrivano al full-lenght pubblicato dalla sempre presente Ammonia Records che non si lascia mai sfuggire i gruppi interessanti . Questo "B.O.T. 1000 D." e' composto da 11 brani, 9 originali + 2 cover (Oh baby, don't you weep di Luther Ingram e I idolize you di Ike & Tina Turner ), il genere che propongono e' un irresistibile mix di rock & roll anni 50, Rhythm & Blues con puntatine Twist e Surf, il tutto suonato con piglio garage. Bisogna dire che questo e' un gran bel disco (sarei molto curioso di sentirli dal vivo) e i miei brani preferiti sono Another Kiss, The Caveman, Mish Mash Mary (che a tratti mi ricorda molto Summertime Blues di Eddie Cochran....) e You Mesmerize Me. Tutto l'album comunque merita, i Midnight Kings sono un' inarrestabile macchina per divertirsi (si divertono loro e pure noi che li ascoltiamo....), acquisto d'obbligo. (Stefano "Azzo" Azzolini)

Hate & Merda "La Capitale Del Male" (Toten Schwan)
Secondo full-lenght per questo duo che dopo"L'anno dell'odio" uscito a fine 2014. Come dicevamo questo ragazzi (batteria e chitarra / voce) propongono questo nuovo album composto da 7 brani dove si mescolano influenza hardcore / noise / rumorismo ma anche qualche passaggio ambient. Nichilismo sonoro non fine a se stesso, l'annullamento dell'identita' tramite calze nere che celano il volto, come dire conta la musica non la persona che la esegue. Sicuramente tra i brani piu' interessanti Foh che parte come una cavalcata noise / post Hc e si evolve in un brano ambient per poi chiudere come era iniziato e In Itinere brano che vede la partecipazione di Matteo Bennici (Squarcicatrici) al violoncello e di Stefania Pedretti (Ovo / ?Alos) alla voce. Pezzo straniante, sofferto, quasi lisergico quest'ultimo che ti catapulta in un mondo pieno di malessere, ascoltandolo provi quasi disagio. Disco valido ma sicuramente non per tutti. (Stefano "Azzo" Azzolini)

Luprano "Sognavo sempre" (Autoproduzione)
Niente male questo disco dell'artista salentino, che cerca di smarcarsi dalle secche del cantautorato italiano con un guitar-pop ricco di suoi pieni e quasi dream-pop che esaltano la sensibilità ora più malinconica e riflessiva, ora più aggressiva. Le melodie non mancano, i testi non sono affatto banali e il tocco è sempre ispirato. Ripeto, ottimo lavoro! (Ricky Brit Pop).

Michael Knight "Physics Is Out To Get Me" (Jigsaw Records)
Ma che bel disco pop che ha sfornato il buon Richie Murphy. Siamo in zona Belle & Sebastian tanto per capirsi, ma con una frizzantezza e una voglia di lasciarsi andare nel fantastico mondo pop che è invidiabile: ecco allora la capacità di essere sbarazzino e lavorare tantissimo sugli intrecci dei cori e dei vocalizzi, tanto quando muoversi su pastorali ispirati, suggestioni toccanti al piano o addirittura accelerare il ritmo con gli archi che disegnano trame ardite. E così, mentre gli arpeggi di chitarra si agganciano a ritornelli deliziosi, a fantasie pop squisite e piccoli dettagli che incantano (vedi i fiati in Stoppard Fop is Right...), il nostro cuore è rapito da mille colori e mille sensazioni che si affacciano intorno a noi. Uscito ancora l'anno scorso, ammetto che questo disco sta occupando parecchi miei ascolti anche in questo 2016. (Ricky Brit Pop)

Broken Frames “Splendido Nulla” (Digressione Music)
Il fatto che questi ragazzi siano anche tribute band di Coldplay e U2 non può passare inosservato. Non è certo un male, sia chiaro, ma potrebbe essere punto di partenza per inquadrare il sound. Rock "grasso", permettetemi il termine, di quello con i suoni molto pieni, che vorrebbe mirare agli stadi con gli accendini, ma è già tanto se arriva al pub. Dei Coldplay in realtà non c'è traccia, potremmo trovare qualcosa deli ultimi U2, quelli con niente da dire. Tra tastiere, voce romanticona, ballate, qualche assolo alla Maurizio Solieri e testi sanremesi diciamo che a tratti pare di ascoltare i Modà che vorrebero fare gli Stadio. Mi sa che preferisco i ragazzi quando fanno le cover. (Ricky Brit Pop)

Marrano "Ep" (Autoproduzione)
Picchiano i ragazzi di Rimini. Manco fossero nella zona più degradata e selvaggia di Seattle in pieni anni '90 e per farsi largo bisogna alzare il volume delle chitarre e metterci rabbia, sfrontatezza e una sana dose di incoscienza giovanile. 4 canzoni, 4 spintoni violenti che ti fanno cascare giù, capelli sudati appiccicati alla faccia e la voglia di ricominciare ancora. Avete nostalgia dei primissimi Verdena? Placate la vostra fame qui! Bravi! (Ricky Brit Pop)

Minnie's "Lettere Scambiate" (To Lose La Track)
Una lunga e onorata carriera alle spalle, ma i Minnies's riescono ancora a rinnovarsi ed essere gradevoli. “Lettere scambiate” è un EP che racconta soprattutto Milano, la loro città da sempre. Con rabbia, con energia e con bellissime melodie ne narrano i cambiamenti, con tutte le evoluzioni e le involuzioni del caso, e le ripercussioni che ciò ha avuto su di loro. “Lettere scambiate” sono cinque freschissime canzoni di intenso pop rock che non lasciano indifferente. Romantica e bellissima Voglio scordarmi di Me. Bravi Minnie's, altri venti di questi anni! (Nicola Perina)

The Floating Ensemble "Soar" (Autoproduzione)
Derive quasi anni '70 che si perdono in rock di stampo classico: la popedelia dei The Floating Ensemble è capace di portarci alla deriva, con suite che si allungano e giocano sulle chitarre più psichedeliche, ma anche di agganciarci a un solido folk-rock che acquista fiato, tono e volume. Mi viene da dire che, dove certe melodie non sono certo nuove o particolarmente avvincenti, vince in ogni caso l'attenzione all'emozione e la capacità di agganciare il nostro stato d'animo. Ci convincono ad intraprendere fino alla fine questo viaggio con loro e sicuramente non è poco! (Ricky Brit Pop)

Casey Bolles "Manhattan" (Pure Noise Records)
Ep interessante come un piatto di trippa riscaldato trecento volte. Casey Bolles, giovane cantautore americano che fa dell'acustica una ragione di vita, riproponendo roba trita e ritrita, ma almeno scritta da lui, decide pure di fare delle cover. Con sta voce che sopportare per più di 30 secondi è già impresa, quando poi fa l'incazzato, è veramente dura arrivare anche a 3 di secondi. 3 cover dicevamo: The Postal Service, The Mountain Goats e The 1975 i gruppi scelti. E l'inutilità regna sovrana. Casey vai a dedicarti un po'al tuo ciuffo e ai tuoi capelli e lascia stare la chitarra và. (Ricky Brit Pop)

Postal Blue "Of Love & Other Affections" (Jigsaw Records)
Il brasiliano Adriano do Couto è il tutto fare dietro a questo longevo progetto indie-guitar-pop. L'album che abbiamo fra le mano èu no di quei dischi classici che si rivolge a chi di Matinee Recordings, Postcard, Shelflife e Sarah Records non può mai farne a meno. Jangly-pop con gli arpeggioni, con i momenti più soleggiati e quelli dove se non hai un fazzoletto sotto mano è un dramma, perché la malinconia ti assale. Amanti dei Field Mice dedicate un po' di sospiri anche per gli ottimi Postal Blue, lo meritano (Ricky Brit Pop)

Rescue "Silence Here" (Operà Music)
E bravo Vincenzo. Emozioni e sensibilità in un disco che conquista fin dal pimissimo ascolto, perchè capace di arrivare dritto al cuore. Vi ricordate i Lorien di Fabio Ciarcelluti? Ecco direi che qui siamo in un disco che continua magnificamente il discorso di quel capolavoro che era "Under The Waves": la stessa magia, lo stesso incanto capace di trasportare anima e cuore in una dimensione onirica, magari con un pizzico di durezza in più, ma la partita è quella. Troppo riduttivo citare i migliori Coldplay o i Radiohead dei primi due dischi però in versione più acustica e riflessiva. Dico riduttivo perché la personalità di Vincenzo Di Sarno sa emergere e prenderci per mano. Non abbiate paura a chiudere gli occhi e lasciarvi trasportare, che sia il piano a guidarvi, la chitarra acustica o gli arrangiamenti d'archi...il viaggio sarà meraviglioso e indimenticabile. Un disco bellissimo! (Ricky Brit Pop)

Pressione Su Malta "UHU! UHU!" (Autoproduzione)
Cavalcate stoner e un piglio che verrebbe quasi d'accostare ai primi Soundgarden: questa è la ricetta dei Pressione Su Malta, che macinano riff chitarristi capaci di lasciare il segno. Il nuovo Ep ci porta in 24 minuti densi di suggestioni anni '90, quelli dei Kyuss: pesanti, profondi e rabbiosi, ma, come dicevo, anche con bagliori brucianti degni del gruppo di Chris Cornell, con quella folle anima zeppeliniana completamente deviata e fuori controllo. Hard-rock pulsante e minaccioso quello dei Pressione Su Malta, che non lascia prigionieri! Alla grande! (Ricky Brit Pop)

Vanbasten "Vanbasten" (Noia dischi)
Ah, il pulp moderno. Di quello che chiama un "Fiction" li a fianco. Con John Travolta che accende la radio e tutto gli sta andando da Dio ma poi, poco dopo, te lo ritrovi nel dramma a guidare col respiro a mille e Uma in overdose. Ed è così che i 3 ragazzi romani trasmettono emozioni, anche contrastanti: senza filtro, veicolate da un garage oscuro in cui il basso saltellante ci ipnotizza e le melodie sono così appiccicose, che una canzone chiamata Chewingum è un dovere morale. "Baustellismi" che incontrano la new wave passando per derive quasi surf e gli anni '60 che sono lontani, ma mica tanto. E poi "la cassetta blu del Festivalbar" è preludio di trionfo mentre le chitarre si fanno scintillanti. Biglietto da visita d'applausi! (Ricky Brit Pop)

Zondini Et Les Monochrome "Noise" (KinGem Records)
Il tema dell'essere, del ruolo dei media e della spersonalizzazione non è certo nuovo, e proprio per questo, per suscitare ancora attenzione ha bisogno, se musicato, di una colonna sonora adeguata: è quello che prova a fare Mark Zonda con una varietà di colori, arrangiamenti e sensazioni. In questo caso si tenta di passare con disinvoltura da un piglio alla Fiumani alla sensibilità di Bianconi, passando pure per la lezione di Bowie: insomma cosa non certo facile, sopratutto se non vuoi risultare pallida copia. Invece qui tutto è abbastanza credibile, perché la passione si sente e le idee in continuo movimento. Non mancano le cadute di tono, i passaggi a vuoto e la pretenziosità, sopratutto nell'uso degli archi, capaci però anche di aumentare il potenziale empatico di un brano. Non manca un piglio pop che colpisce fin da subito (Noi Se su tutte), ma il bello sta nel finale con la delicatezza raffinata di Tutto Chiude (chamber pop?) seguita a ruota dai graffi di Capitol City che picchia a dovere. Non grido al miracolo, ma il lavoro si fa ascoltare e apprezzare. (Ricky Brit Pop)

Like Torches "Shelter" (Rude Records)
Secondo album per gli Svedesi Like Torches che, sempre aiutati in fase di produzione da Ryan Key degli Yellowcard, cercano di smarcarsi dai soliti dettami del pop-punk, privilegiando anche passaggi più rock e una sensibilità che vorrebbe ellevarsi da un tire prettamente "teen", ma alla fine l'energia e il piglio portano a tornare in un sound già sentito. Poco male, corettoni, linee melodie non male, batteria classica che picchia sodo e voci belle incazzate: sarà anche una roba classica ma non ci dispiace l'accumulo di emotività che percepiamo nei pezzi. Promossi! (Ricky Brit Pop)

The Prettiots "Fun's Cool" (Rough Trade Records)
A Kay Kasparhauser e Lulu Landolfi ammetto di non aver mai dato tanta attenzione, però il disco piano piano mi conquista sempre di più ad ogni ascolto. Il loro folk acustico (che ogni tanto prende vigore anche nel sound come in Suicide Hotline) che profuma di anni '60 e mette le cose giuste come i coretti, le armonie vocali e i battimani, beh, alla fine si fa strada nella mia testa e da li sembra non voglia più uscire. Parlano spesso di ragazzi le fanciulle e lo fanno a tratti con canzoncine in apparenza solari e spigliate (Stabler, Boys) ma in realtà tutto il disco è velato di malinconia (Skulls su tutte mi va venire i lacrimoni). Più che The Shangri-La's (che comunque non si casca mica male e citarle) il riferimento sembra essere anche gente come The Moldy Peaches. Insomma io dico si! (Ricky Brit pop)

SquilibrioS "ScaliforniaS" (Autoproduzione)
Questi Squilibrios arrivanio da Forli' e sono attivi dal 2013. Il loro suono e' un canonico punk-rock, di quello che guarda i NOFX come riferimento, cantato in italiano con testi che ha volte ti fanno riflettere, non nel senso che sono argomenti su cui c'è bisogno di un ragionamento importante, ma bensì viene da chiedersi perché molte band punk-rock attuali abbiano brani con testi non proprio impegnativi, tanto per dirla tutta. Voglia di essere scanzonati? Troppa pesantezza in giro e qui invece si stempera il tutto? Può anche darsi, certo che a volte un minimo di profondità si potrebbe anche cercare. Per il brano che chiude questo "Scalifornias" e' stata scelta una cover, e qui si potrebbe aprire un' altra disquisizione dato che trattasi di Donne di Zucchero Fornaciari...un giorno mi dovranno spiegare come si e' arrivati a questa canzone.
Vabbè, mi ripeto, chi ama il genere iper classico con testi poco impegnativi sicuramente ci troverà qualche spunto, gli altri diano almeno un ascolto preventivo per evitare lamentele. (Stefano "Azzo" Azzolini)

Incomprensibile F.C "Superfast Nonstop" (Ikebana Records / Goodfellas)
Sinceramente leggendo il presskit di questo power trio torinese all'esordio non sapevo cosa aspettarmi.
Devo dire che sono rimasto positivamente sorpreso da questo "Superfast Nonstop"! Provate ad immaginarvi un miscuglio di blues,hip hop, psychedelia, elettronica, dancefloor, drum beats ed un cantato che varia a seconda del brano (scream, rap, voce blues...). Difficile vero ? Eppure il tutto funziona. I 9 brani che compongono questo full-lengh scorrono senza intoppi. Fra i miei pezzi preferiti Voglia di Distruggere, Dr.Gonzo (Hunter S.Thompson insegna) brano hard blues dove le chitarre sembrano uscite direttamente da un album degli ZZ Top (a mio parere il pezzo migliore del lotto) e Ayahuasca che parte come blues e poi si evolve in un brano pop con un inserto rap per poi ritornare alle origini.
Bel lavoro. (Stefano "Azzo" Azzolini)

Driving Mrs. Satan "Did You mrs. me?" (Agualoca Records)
Premetto, adoro questo album. Dopo l'esordio del 2014 tornano i D.M.S. con questo nuovo lavoro che rilegge in chiave pop folk i grandi classici del metal. Il primo nome che viene i mente sono i Nouvelle Vague (Che tra l'altro partecipano alla versione francese di Antisocial), ma bisogna dire che considerare questi brani cover e' un poco limitativo.
Trattasi di brani completamente riarrangiati molti con risultati sorprendenti, ascoltatevi Hungry for heaven di Dio, Caught somewhere in time degli Iron Maiden , Peace sells..... dei Megadeth o la geniale Unknown knows, brano dei canadesi Voivod. Un plauso a tutti i musicisti, in particolare a Claudia che con la sua bellissima voce dona una vera e propria anima ai brani presenti in questo album. Imperativo: ascoltarlo e apprezzarlo senza condizioni, questo e' un lavoro che merita sicuramente.
Una bellissima sorpresa. 10 e lode ! (Stefano "Azzo" Azzolini)

Ignite "A War Against You" (Century Media)
Sono passati esattamente dieci anni da quel capolavoro dal titolo "Our Darkest Day",un album che ha confermato quanto questi ragazzoni siano un punto di riferimento per chi l’hardcore lo suona, lo vive.
Dieci anni a chiedersi quando avremmo potuto consumare nel lettore un nuovo capolavoro. Dopo una comparsata di Zoli nei Pennywise e un dvd live che esprime a pieno la loro forza sul palco, quel giorno per me è oggi, un giorno dove tutto si ferma per far spazio alle emozioni di un tempo ma che ci portiamo dietro sempre.
Chiudo gli occhi, alzo il dito al cielo e canto canzoni che ancora non conosco. Il nuovo lavoro riparte da dove eravamo rimasti, tutti i brani sono potenziali inni, la voce di Zoli è sempre più intensa e penetrante, la produzione è ottima e i brani sono proprio quello che ci si poteva aspettare. Una quindicina di brani che corrono, scorrono veloci e prepotenti, potenti, passionali e positivi.
Ad un certo punto della vita, perde d’importanza quanti stacchi ci sono nelle canzoni, quanto sono veloci i bpm o quanto sbraita il cantante, ma quello che importa è il senso di comunità che la musica ti regala. E’ il disco che abbiamo sperato, un attesa che non aveva pretese di extra velleità, è l’atmosfera che abbiamo atteso, non è niente di più di quello che deve essere, un bel disco, carico, fiducioso, un disco hardcore di chi l’hardcore lo fa da una vita. (Michele Nicoli)

Steve Von Till "A Life Unto Itself" (Neurot)
Il percorso musicale da solista intrapreso da Steve Von Till lontano dai Neurosis è una lunga crescita alla ricerca di una spiritualità personale e musicale. Senza dimenticare i suoi progetti di culto come Culper Ring eHarvestman, lavoro dopo lavoro, penetra nelle radici del rock cantautoriale, in quelle del dark folk e nella sperimentazione sonora di spazi e ambienti. "A Life Unto Itself" credo sia il lavoro più profondo di Steve von Till: mai la sua voce è stata così intensa, laddove il minimalismo musicale riempie l’intero album senza forzare la dimensione dello spirito. Ascoltandolo il tempo intorno a noi sembra rallentare: si scende negli inferi interiori dell’autore per poi risalire sulla terra dove tutto però rimane rarefatto, a volte spettrale, ma sempre armonioso.
Le chitarre sono solo accennate, in appoggio alla voce, con arpeggi elettrici e suoni di synth che reggono gli spazi. Le strofe incantano, i ritornelli bruciano. Steve rimane uno dei cantautori di riferimento, fedele al proprio percorso e questo disco si rivela un piccolo capolavoro che rimarrà nella testa e nel cuore di molti. (Michele Nicoli)

Amarcord "Vittoria" (La Clinica Dischi)
Materia pop-rock ancora in divenire, tra slanci melodici e radiofonici che tutto sommato potrebbero ricondurre a dei Negramaro meno lagnosi del solito e con una bella dose di Red Bull in corpo, passando per degli sprazzi di voglia di cantautorato, che addirittura mi riportano a dei Perturbazione in fase post adolescenziale. I ragazzi sono giovani, hanno freschezza e voglia di fare e se non si appiattiranno su soluzioni troppo facilone alla Coldplay io sono sicuro che potranno dire la loro anche in un prossimo futuro. Hanno vinto un premio per cui andranno a stare un po' di giorni nello studio di Ligabue, speriamo che da quel poveraccio non imparino nulla. Mi raccomando ragazzi. (Ricky Brit Pop)

Drawing Memories "Portraits" (This Is Core)
Da Torino con il furore del metalcore. Ma la ricetta inizia ad essere proposta da fin troppi ristoranti. Growl e una voce stridula e spietata che si alternano in una pesantezza post-hardcore che guarda al metal che poi, ostinatamente, ricerca l'apertura melodica, per fortuna non così pacchiana e fuori contesto come spesso accade, è doveroso dirlo. Non male l'intermezzo in Portraits che crea sospensione e sostituisce la parte melodica e anzi, sfocia in un finale devastante. Terreno già battuto, ok, però buoni spunti ci sono e piace l'epicità di Awake Forever così come la parte acustica di Lighthouse che mi richiama alla mente addirittura gente di casa Goodlife Recordings come i Waking Kills the Dream. Un buon biglietto da visita! (Ricky Brit Pop)