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FOCUS: A Place To Bury Strangers

Girare continuamente il mondo in tour evitando di sfornare troppi album, è ciò che molte band dovrebbero imparare a fare ed è ciò che gli A Place To Bury Strangers hanno iniziato a praticare. Tra melodie pure e rumori netti, la band newyorkese ha sferzato lo scenario shoegaze del nuovo millennio e si è imposta come una tra le più costanti e, senza ombra di dubbio, più apprezzate.

Le influenze dei Jesus And Mary Chain, dei My Bloody Valentine e degli Slowdive permeano ogni singola traccia sfornata dal trio, che inizia la carriera a metà degli anni 2000 con dei piccoli EP, come “Red, Blue, Green”, nei quali scalfiscono il proprio stile che manterranno pressoché immutato durante tutta la loro attività artistica, seppur con una tendenza sempre più forte nel preferire atmosfere malinconiche piuttosto che gli iniziali muri di suono apocalittici.

Nel corso dei primi tre album, gli APTBS hanno provato diversi livelli di rumore, con il frontman Oliver Ackermann – titolare della Death By Audio, che commercializza pedali di propria invenzione, annoverando clienti di spicco nel mondo della musica rock – che non ha mai nascosto l’ambiguità di base nella costruzione dei propri album, soprattutto nel primo lavoro, l’omonimo “A Place To Bury Strangers” del 2007, in cui il catastrofismo sonoro generato dai feedback copre qualsiasi altra possibilità di sbocco musicale, smentito notevolmente dal secondo album, Exploding Head del 2009, vera e propria pietra miliare del genere, incensato anche dalla critica, con tracce come "In Your Heart" (scelto come singolo promozionale), "Lost Feeling" e, uno dei pezzi più famosi della band, "Keep Slipping Away", distillato di eighties-wave e melodia calzante che potrebbe essere programmata tranquillamente su ogni dancefloor.

Con "Worship" vi è la conferma dopo il capolavoro precedente, sempre con le forti influenze new-wave e con i punti di contatto con con le band sopra citate, oltre ai Joy Division, iniziando a virare fortemente sul lato melodico dello shoegaze, basti pensare alla famosissima “You are the one”.

L’ultimo album di due anni fa, Transfixiation, appare come un tassello meno splendente ma fondamentale per il percorso artistico degli APTBS, con il tipico noise a forti tinte wave, caratterizzato da un basso ossessivo, dalla batteria prepotente e, soprattutto, dal sound inconfondibile generato dalle chitarre e dai pedali di Oliver Ackermann, che con la sua voce autorevole riesce ad arricchire sempre di più lo stile della propria creatura.

In una sola parola: inconfondibili.


A cura di Dan Latini

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