Intervista

Immagine dell'intervista.
Arcane of Souls: "Ai cantautori non resta che essere consapevoli di essere dei “pazzi” che cantano ancora per il gusto di farlo"

Giovedì 20 aprile Base Milano (http://base.milano.it/italica/) ospita il secondo appuntamento di Italica, manifestazione composta da 4 momenti a cadenza mensile dove gli unici denominatori sono musica di qualità cantata in italiano. Italica nasce da un'idea di Barnaba Ponchielli (qui potete leggere l'intervista che ci aveva concesso poche settimane fa) con questo preciso scopo appunto, l'utilizzo della lingua italiana abbinato a musica suonata bene. L'onore e l'onere del debutto è stato affidato a Massaroni Pianoforti, preceduto da Kama. Il secondo imminente incontro, vedrà sul palco Giovanni Truppi ed in apertura Arcane of Souls, progetto di Alfonso Surace. Proprio a quest'ultimo abbiamo posto alcune domande per scoprire qualcosa su di lui, la sua musica e la situazione musicale “italica”.


Ciao Alfonso, partirei subito chiedendoti qual è la motivazione alla base del progetto Arcane of Souls? Cosa ti ha spinto ad imbarcarti in questa nuova avventura?

Il progetto Arcane Of Souls è nato dall’esigenza intima di cercar di dar vita alle mie emozioni nel modo più semplice e naturale possibile. Avevo bisogno di cambiare pelle ma senza snaturare me stesso. Il nome del progetto è infatti un anagramma del mio cognome e nome. Volevo esprimermi nudo e crudo, mettermi in gioco con le sole mie capacità tecniche, con pochi mezzi ma tante idee da sviluppare, tirar fuori il mio “primal scream”, lasciare che il flusso di emozioni corresse col suo naturale ritmo. I miei due dischi seguono questa via. Quando mi sento ispirato prendo uno strumento e parto. Se l’idea mi emoziona subito accendo il computer e registro immediatamente una take. Ho registrato così i miei primi due dischi e spesso le canzoni sono il risultato di un “buona la prima”.

Tra i brani contenuti in Cenerè mi piace molto “Maggio”. Mi diresti che cosa rappresenta quel mese e qual è il significato per te? Sembra un brano molto personale e quasi sofferto. Te lo chiedo anche raffrontandolo a “Settembre”, che sembra avere un messaggio di base più positivo e leggero, semplificando al massimo.

Maggio è il mio mese di nascita. È sicuramente un brano personale, un piccola riflessione sul tempo che passa lasciandoci dietro rimpianti e rimorsi ma che contemporaneamente ci aiuta a capire e a capirci. Sono una persona malinconica e per questo il brano risulta sospeso e come dici tu “sofferto”. Non a caso è stato scritto a Maggio in un particolare periodo della mia vita. Lo considero però più un omaggio a quello che per me è il mese della rinascita. Infatti ho scritto testi molto più personali a autobiografici. Come in “Settembre” , un brano che parla di come “ripartire”. Sono un docente e, come tutti sappiamo, a Settembre si torna scuola. Ero uscito con molta disillusione da quel periodo particolare accennato prima ma con la positività nelle mani, senza la paura che mi bloccava nei mesi precedenti.

Cenerè ha ormai già due anni. In questo tempo hai continuato a scrivere come Arcane of Souls o ti sei preso un periodo sabbatico? Ci possiamo aspettare qualcosa di nuovo nei prossimi tempi?

Quando ho l’ispirazione compongo sempre qualcosa. In questi due anni ho registrato demo di tanti pezzi. Sto cercando di trovare un nuovo sound senza però stravolgere il “primal scream” di cui parlavo. Purtroppo col tempo divento sempre più critico con me stesso e quindi non ho ancora in mente un’idea precisa del mio prossimo disco né di quando possa essere pronto. Ho tempi biblici di concepimento. Lavoro, ho due figli e il tempo a disposizione è veramente poco. Inoltre sto cercando di far partire un side-project a cui tengo molto, ma questa è un’altra storia.

Qual è il tuo rapporto con il mondo discografico? E di conseguenza quali sono le tue ragioni o posizioni in merito alla tua scelta di autoprodurti.

La scelta di autoprodurmi è stata sia un’esigenza che una necessità. “Esigenza” in quanto volevo sperimentare nel curare il mio sound in base ai miei soli gusti personali. “Necessità” perché non ho capitali da investire in uno studio professionale né tanto meno il tempo di andarci costantemente per le sessioni di registrazione. Il limite audio delle mie autoproduzioni è evidente, non ho grandi macchinari, ma probabilmente era un’esperienza che volevo e dovevo fare e mi è servita a crescere artisticamente. In questi anni ho avuto modo di incontrare diversi produttori e discografici (indipendenti) che hanno manifestato un sano interesse nella mia musica. Per esempio la Sangue Disken di Barnaba Ponchielli ha pubblicato “Ceneré” su diverse piattaforme digitali. Ciò mi ha lusingato. Dopo anni di gavetta è bello sentirsi dire “scrivi delle belle canzoni” da chi è del settore. Inoltre ho avuto proposte per registrare il mio prossimo disco, di conseguenza sto valutando di affidarmi alle mani di un produttore ma, come ho già detto, i miei tempi sono biblici e quindi dovrei organizzare tutto per tempo. Sicuramente mi affiderò alla persona che più vedo in empatia con il mio modo di fare musica altrimenti resto volentieri nella mia taverna.

In Gennaro, specie nel tuo modo di cantare, avverto i colori e le sfumature che erano di Rino Gaetano. Quali sono gli artisti che più ti hanno formato e plasmato? Sia musicalmente che non.

Io sono calabrese come Rino. In spiaggia, d’estate, con i falò in riva al mare, c’era sempre spazio per urlare a squarciagola le canzoni di Gaetano. È un artista che tutti conosciamo in Calabria. È dentro ognuno di noi. I suoi testi sono senza tempo, attuali in ogni epoca. Sicuramente la mia provenienza geografica incide sull’accostamento timbrico e ciò non può far altro che lusingarmi. Però musicalmente ho anche altre influenze. Tra gli italiani mi sento di citare Battisti su tutti. La sua musica, unita alle parole di Mogol, è arte pura per le orecchie e per l’anima. Musicalmente lui plasma chiunque lo ascolti. Mi piacciono anche Dalla, De Gregori e la scrittura di Manuel Agnelli. Dal punto di vista internazionale mi sento profondamente toccato da artisti come i Beatles e le relative carriere soliste dei suoi componenti, in primis George Harrison. Lui è sempre stato un riferimento di vita spesa per l’amore per la musica. I testi e le musiche di Harrison hanno qualcosa di magico, con un messaggio d’amore universale, senza confini. Lo considero il mio padre spirituale. Adoro anche John Lennon ma, al contrario di George, lo trovo più pessimista e cinico per certi aspetti. Ma poi ci sono Neil Young, Bob Dylan, i Creedence Clearwater Revival, John Frusciante, gli MGMT, The Lemon Twigs, Mac DeMarco…la lista potrebbe diventare infinita quindi mi fermo. Ultimamente ascolto classici come Luis Armstrong, Ella Fitzgerlad, Nina Simone. Mi rilassano le atmosfere di quegli anni.

Mi ha incuriosito molto anche la copertina del disco? Spiegheresti se dietro a quella “doppia faccia” c'è un significato particolare, una scelta anche biografica?

La copertina è sicuramente una scelta autobiografica. È stata un’idea dei miei amici/musicisti che mi hanno accompagnato in questi anni di vita e di tour. Volevano rappresentarmi nella mia quotidianità. Mi conoscono e sanno quanto poco tempo ho a disposizione per realizzare i miei progetti musicali ma nonostante tutto ce la faccia. Così hanno deciso di mischiare gli ambienti in cui trascorro la mia vita: a scuola, a casa, all’aperto e quel che resta della mia giornata, la “cenere” appunto, intesa come bricioli di tempo che riesco a dedicare alla musica.

Cosa pensi di una manifestazione come Italica e qual è la tua posizione in merito a questa nuova ondata di “cantautori indie”?

Qualsiasi manifestazione che promuove e spinge “l’italianità” è da apprezzare e valorizzare. Il nostro paese è pieno zeppo di artisti che vivono nell’ombra ma che hanno un grande talento. Purtroppo sono sommersi nel marasma dei social network se non addirittura assenti dalla rete per una competizione diventata estrema e rintanati semplicemente nei propri garage. Ben venga una nuova ondata di cantautori indie anche se credo ci sia sempre stata in Italia una grande tradizione di questo tipo. Probabilmente adesso è più facile notarla con i mezzi tecnologici che si hanno a disposizione ma, come dicevo prima, si rischia di finire presto nel grande calderone internettiano di fashion blogger e youtuber dove bisogna essere in un certo senso dei “fenomeni” (come canta Fabri Fibra) per emergere. Ai cantautori non resta che essere consapevoli di essere dei “pazzi” che cantano ancora per il gusto di farlo, per l’amore che provano nei confronti della musica, per la necessità che hanno di dire qualcosa.

Embed



  • Contenuti multimediali

Nessun contenuto multimediale disponibile.


  • Galleria

Nessuna immagine disponibile.