Intervista

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Micah P. Hinson: "The Holy Strangers è stato un disco molto estenuante a livello emotivo"

Micah P. Hinson è in giro da parecchio tempo e il suo primo LP, “The Gospel Of Progress” è datato 2004: il folk-singer texano ha visitato molto spesso l’Italia in questi lunghi anni e, grazie alla sua amicizia con Chris Angiolini del Bronson, ha recentemente pubblicato un paio di dischi anche per l’etichetta ravennate Bronson Recordings. All’inizio di settembre è arrivato, via Full Time Hobby, un nuovo lavoro, “The Holy Strangers”, da lui stesso definito come una folk-opera e tra pochi giorni Hinson tornerà nel nostro paese per cinque date (mercoledì 8 novembre al Bronson di Ravenna, giovedì 9 al Teatro Bloser di Genova, venerdì 10 al Teatro Asioli di Correggio (RE), sabato 11 all'Hart di Napoli e domenica 12 al Monk di Roma) e noi di Troublezine.it ne abbiamo approfittato per scambiare un’interessante chiacchierata via e-mail con lui per parlare del nuovo disco, del tour, dell’Italia e anche del vinile. Ecco cosa ci ha raccontato:

Ciao Micah, come stai? Benvenuto sulle pagine di Troublezine.it. Sto bene. Ieri sera ho suonato a El Lokal di Zurigo. Poi ho passato la giornata allo zoo. Lì c’è il migliore zoo che abbia mai visto e sono stato a tantissimi zoo.

Tra pochi giorni suonerai nel nostro paese. Sì, esatto. Hai ragione.

Vieni spesso in Italia: hai una relazione particolare con il nostro paese? L’Italia è la seconda nazione, al di fuori del Regno Unito, in cui ho suonato di piu’ anni fa – 2003-2005. Così avevo un buon numero di canzoni per poter andare in giro per il paese. Inoltre, mentre vai in giro, se sei fortunato, generalmente incontri persone che la pensono come te con cui diventi buon amico – e alcune persone di Rhode vivono in Italia.
Ho anche fatto alcune collaborazioni per pubblicazioni come quella per il decimo anniversario di “The Opera Circuit” e l’album “The Broken Arrows” (un side-project che ho fatto con T. Nicholas Phelps, che molti italiani hanno visto vicino a me suonare la batteria o il banjo o entrambi. E’ uno spaghetti-western più bizzarro e strumentale, Santo e Johnny su un sound sotto LSD – al contrario di ciò che faccio.) con una label di Ravenna chiamata Bronson insieme alla mia etichetta The Recordings Of The Republic. Sono persone incredibili e oneste – persone che mi piacciono. Inoltre sono sponsorizzato da questo fantastico marchio di vestiti italiano chiamato Bastard: fatto da questi ragazzi italiani. Mi hanno fornito dei vestiti che possono trattenere la violenza del tour – devi viaggiare il più possibile, portandoti dietro meno cose possibili, così quello che decidi di portare con te deve essere potente e valido. Quindi, sì, ho dello connessioni forti in Italia – e ne sono molto orgoglioso.

La tua amicizia con Chris Angiolini ha portato alla realizzazione per Bronson Recordings di “Broken Arrows” (con Nicholas T. Phelps) e della nuova edizione di “Micah P. Hinson & The Opera Circuit” in occasione del suo decimo anniversario. Che cosa ne pensi di questa etichetta italiana? Sì, ne ho parlato un po’ qui sopra. Ma loro, Chris e tutti i componenti del suo staff – tutta la macchina – sono persone estremamente oneste. Fanno quello che devono fare e credono in quello che fanno e, quando metti insieme queste due cose, può saltare fuori qualcosa di magico. Credo che il Bronson le sappia fare succedere. Ciò che producano e realizzano è bello perché loro ci credono. Sono dei maghi.

Che cosa ha significato per te lavorare con Chris e la sua etichetta? Ovviamente è stata una buona scelta. E’ una relazione. Loro credono in ciò che sto facendo – alle mie idee – e le fanno diventare realtà. E’ un onore e un privilegio avere una relazione come questa con un’etichetta. Ripeto ancora, quando qualcuno crede in te – crede veramente in te – non c’è nulla di più potente.

Il tuo nuovo album, “Micah P. Hinson Presents The Holy Strangers” è una “folk-opera moderna”: ci puoi raccontare qualcosa di più riguardo a questa definizione? Moderna – la sento così in questo momento.
Folk – racconta di una famiglia comune; nessuno di speciale. Potrebbe essere chiunque. Il tuo amico. I tuoi nonni. Tuo cugino. I tuoi vicini. Tu.
Opera – parla di temi importanti, come l’amore, la morte, la grazia, il tradimento, la paura, l’odio, eccetera. La storia è una storia di moralità che ha fede al 100% - una fede che viene dal tuo profondo; una fede per cui vale la pena morire o uccidere è qualcosa di pericoloso. La storia racconta della vita di una coppia e include matrimonio, figli, guerra, l’uccisione di una prostituta, ecc. Ho anche scritto un romanzo che ne parla – ce n’erano solo 200 a disposizione, quando si preordinava il disco, ma vorrei pubblicarne di più e non credo che le prime persone che l’hanno ricevuto siano rimaste turbate – hanno la prima edizione – e per qualche ragione i miei dischi e quello tendono ad avere un prezzo decente. E’ strano perché io sono ancora vivo, ma credo che le cose che realizzo siano tutte considerate limitate.

Il tuo nuovo album parla della storia di una famiglia durante il tempo di guerra, con tutte le cose positive e negative che sono successe durante quel periodo: da dove hai preso l’ispirazione? L’ispirazione è venuta da una canzone che ho scritto al piano, che però non fa parte dell’album. La sua versione reprise invece è sul disco, ma sono canzoni molto diverse tra loro. Il disco intero è composto da ventotto brani e dura circa due ore e mezzo. Pensiamo di realizzare tutto il progetto in versione digitale il prossimo anno, ma mi piacerebbe che fosse realizzato almeno un 7” – qualcosa di fisico.

Come mai hai deciso di scrivere di questa cosa? Dopo aver scritto quella canzone, una storia ha cominciato a prendere forma nella mia mente. Andai in qualche negozio locale di antiquariato e di articoli usati e ho trovato vecchie foto del 1800 di ognuno dei protagonisti – la moglie, il marito in abiti da guerra, i figli e così via. Poi la storia ha cominciato ad andare avanti. Ci sono state parecchie volte in cui avrei voluto abbandonarla, ma continuava a tornare indietro. E’ stato un disco molto estenuante a livello emotivo; molti giorni non avrei voluto (andare avanti), ma credo di essermi sentito di doverlo fare – in un certo senso era molto importante. Inoltre, pur nascosto al suo interno, è il disco più biografico che abbia mai scritto. Non voglio entrare nello specifico, ma ci sono alcune cose particolari nella storia che avrei voluto aggiungere, poi mi sono guardato indietro e ho realizzato come quella particolare cosa risultava vera nella mia vita.

Nel nuovo disco ci sono alcune tracce strumentali: sono state scritte prima di iniziare a registrare? Non in particolare. Su alcune io e il mio amico Kormac di Dublino ci avevamo lavorato, durante il tempo libero, quando abitavo ad Austin. Non stavano funzionando e non avevano un posto, ma, quando questo progetto è divetanto più grande – ogni cosa è venuta insieme.

Ho letto che ti ci sono voluti due anni per scrivere questo disco: quale è stato il tuo sforzo più grande che hai dovuto fare durante il processo? La registrazione su nastro.

Micah Book One può essere considerato come il pezzo centrale del tuo disco, in un certo senso: è molto diverso da qualsiasi altra cosa nell’album. E’ uno spoken-word e ha molto a che fare con la religione. Ci puoi raccontare qualcosa di più riguardo alla scrittura di questa canzone? Ha a che fare con la tua educazione cristiana? No, ha solo a che fare con il fatto che il protagonista in quel momento della storia aveva bisogno di trovare qualcosa in cui credere che fosse violento e che potesse dare il permesso di essere una persona arrabbiata. Ogni cosa serve alla storia. Non c’è alcuna cosa che voglia esprimere la mia opinione – tutto è lì per spingere e tirare i personaggi nei posti in cui io voglio che vadano.

L’ultima canzone del disco, Come By Here, sembra una preghiera triste e solenne: è una cosa che hai cercato di fare di proposito? E’ una canzone riflessiva. L’ultima parte della storia ha avuto luogo, così è arrivato il momento per l’ascoltatore di guardarsi indietro e pensare a ciò che hanno appena sentito, alla storia che gli è appena stata raccontata attraverso le parole e la musica – usando i testi e l’immaginazione. L’immaginazione è importante, mentre si ascolta quest’opera. Spero di aver lasciato abbastanza spazio alle persone per essere capaci di prendere dalla storia da dovunque vogliano prendere. Una persona deve immaginare che significhi questa cosa, mentre un’altra la vede in maniera completamente diversa. Anche se uno legge il libro, rimane abbastanza strano e ambiguo.

Hai realizzato il tuo nuovo album anche in vinile: che cosa ne pensi di questo formato, che recentemente è tornato a essere molto popolare? Ti piace? Credo che per me non sia ritornato bello e popolare. Ho iniziato a collezionare vinili fin da quando ero un bambino. Negli anni ’90 ho preso Nirvana, Mudhoney, Skinny Puppy, The Cure, Nine Inch Nail – tutti in vinile. Poi li trasferivo sulle cassette. E’ molto bello che quasi ogni cosa che esce oggi venga realizzata in vinile e, al contrario che negli anni ’90, non devi fare il tuo ordine a qualche etichetta rock and roll – li trovi nel tuo negozio di dischi. Sì, il vinile è la strada giusta. Suonano molto meglio.

Hai qualche nuova band o musicista interessante da suggerire ai nostri lettori? Bedhead, the legendary crystal chandelier, centrimatic, pedro the lion, the new year, south dan gabriel songs and music, baboon, lift to experience. Ma soprattutto Bedhead e Lift To Experience – sono due gruppi texani fantastici.

Un’ultima domanda: per favore puoi scegliere una tua canzone, vecchia o nuova, da usare come soundtrack di questa intervista? She’s Building Castles In Her Heart da “The Pioneer Saboteurs”.

[Si ringrazia Nina Selvini di Astarte Agency per la preziosa collaborazione nel realizzare questa intervista.]

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