Intervista

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Gramatik - "La pirateria su internet. Improvvisamente il mondo mi si è aperto e io avevo a disposizione tutta la musica che desideravo"

In concerto di recente a Treviso, Bologna e Roma, e ieri sera a Milano (in tour con Barley Arts).
Abbiamo scambiato qualche parola con Gramatik, producer, musicista ed artista tra i più apprezzati dell’elettronica mondiale degli ultimi anni che ci ha raccontato la sua infanzia e adolescenza in Slovenia e il suo rapporto, unico, con le persone che lo ascoltano.

1. Il tuo interesse per la musica è nato abbastanza precocemente, giusto?

Giusto. Sono cresciuto in Slovenia e ho questo ricordo dei miei genitori e di mia sorella che ascoltavano cassette su cassette di musica funk, e blues, cose del genere… E io sono cresciuto con questo mood. La mia prima band in assoluto, difficile a credersi è stata una cover band dei Beatles, solo più tardi ho scoperto l’hip hop, momento che mi ha cambiato la vita e che identifico con l’ascolto dell’album 36 Chambers dei Wu Tang Clan. Ho cominciato allora a creare dei beat, per rapparci sopra.

2. Nel contesto della ex Jugoslavia non doveva essere così facile entrare in contatto con l’hip-hop…

Prima di Spotify e Souncloud infatti non lo era. Avevamo una nostra scena in Slovenia, però effettivamente si trattava per lo più di rock e punk, e quando ho scoperto la musica hip-hop non c’erano neanche così tanti negozi nei quali potersi documentare. Procurarsi un disco hip-hop significava prima di tutto avere le conoscenze necessarie per procurarselo dall’estero… Era una passione costosa, e soprattutto si perdeva tantissimo tempo. Poi io all’epoca ero giovane, e non avevo neanche così tante risorse. Quando le cose cambiarono drasticamente? La pirateria su internet. Improvvisamente il mondo mi si è aperto e io avevo a disposizione tutta la musica che desideravo.

3. E com’era avere tutta questa musica?

Immagina vivere in una piccola città slovena sulla costa. A parte quel paio di mesi in estate, durante tutto il resto dell’anno non succedeva niente, nessuna progressione, nessun futuro. Venire esposti a tutta la musica del resto del mondo è un’evasione, ma non solo per me, lo era per tutti. Avvicinarsi al rap, fare rap per noi era anche un modo per buttare fuori tutte le cose che non andavano e un modo per raccontare la nostra frustrazione che derivava dallo sviluppo nel quale eravamo incanalati, nel quale stavamo crescendo. Ho presto realizzato che devo alla musica molta della mia consapevolezza di quel periodo.

4. E adesso che non vivi più lì?

Amo ancora la musica. La differenza è che adesso posso entrare in contatto, collaborare, con artisti che prima avrei solo potuto ammirare da lontano. Ho potuto lavorare con Raekwon e Taleb Kewli, nomi che prima erano nella mia lista di ascolti. Ma per il resto, la mia percezione della musica non è cambiata. Ho visto di recente Hans Zimmer a New York, e la sua abilità estrema mi ha fatto capire, percepire, che la musica è molto più di un lavoro. La musica è ancora tutto il mio mondo, proprio come quando ero un ragazzino in Slovenia. Non ho mai smesso di cercare nuova musica, e scoprire nuovi generi ed influenze, e questo è anche il motivo per cui metto le mani su musica diversissima, non mi piace stare fisso su un genere solo, è contro la crescita di un musicista. Aprirsi a nuova musica ti ispira, scava nella tua personalità. Non è solo riguardo la musica, riguarda la natura umana.

5. Rolling Stone, in Italia, ti ha definito “uno degli artisti più interessanti della scena elettronica contemporanea”, segno che spesso vieni relegato ad un genere solo…

In effetti è abbastanza frustrante. É che essere chiusi in una scatola, avere una proiezione artistica di sé stessi che devo mantenere. Poi “uno degli artisti più interessanti…”, vuol dire davvero poco. Ci sono molte scene elettroniche in giro per il mondo, e quella americana è completamente diversa da quella europea. In Australia e in Asia ci sono talenti di cui magari non abbiamo mai neanche sentito parlare. Musica elettronica, o no, mi piace la musica che faccio, e spero ci siano sempre persone pronte a condividerla con me, per ora di persone ce ne sono, e mi piace raggiungerle quando sono in tour. So anche che un giorno potrebbero non esserci più fan, e sarei comunque grato di quelli che ho avuto fino ad ora.

6. É importante per te, che sia chiara questa cosa, il tuo rapporto con chi ti ascolta?

Sì, molto. Questo viene fuori molto dai concerti, anche se spesso ci sono cose che vanno storte, e che variano da contesto a contesto: suono, luci, visual… Quando tutto va come dovrebbe e tutti noi, io e la crew, diamo il massimo il concerto diviene un successo, questo sì, ma a volte non basta a entrare in contatto con chi ti ascolta. Per questo sto viaggiando con una troupe cinematografica per questo motivo. Stiamo facendo un documentario che possa riflettere la mia visione artistica. Penso che in tal senso possa essere una bella occasione per un artista come me, quella di riuscire a mostrare visivamente cosa penso, e che le persone che mi ascoltano e seguono possano avere questa percezione. Tutte le arti vanno di pari passo con la musica, volevo rimanere sul pezzo anche per quanto riguarda il cinema e un documentario.

7. E della esperienza con i fan in Italia?

Prima di questo tour, sono venuto in Italia per la prima volta due anni fa, e ne sono rimasto sorpreso. Le date erano andate sold out e non mi aspettavo un entusiasmo e un responso così positivo. Non era scontato andasse così bene e non vedo l’ora di tornare.

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