Intervista

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"È stato buffo vedere il nuovo film di Blade Runner": gli Horrors ci raccontano "V", tra maturità, influenze inattese, e film di fantascienza

Lo scorso settembre gli Horrors hanno pubblicato il loro quinto album in studio, intitolato appropriatamente "V". L'attesa dei fan dopo l'ultimo lavoro della band, "Luminous" (2014), non è stata breve, ma per il quintetto britannico mettere insieme un disco non è una questione da poco, preferiscono prendersi il loro tempo.

Sempre alla ricerca di nuove vesti musicali da indossare, hanno abbandonato lo studio dove avevano registrato i loro ultimi due album e nel 2015 hanno iniziato a lavorare con un collaboratore alquanto insolito, Paul Epworth. Vincitore nel solo 2012 di quattro Grammy Awards, e di un Oscar per il brano bondiano Skyfall, Epworth è noto ai più come il super-produttore dietro ai grandi successi di Adele, ma con "V" dimostra di non aver dimenticato le sue origini nell'indie rock degli anni 2000.

Il suo tocco è stato sicuramente cruciale nell'incanalare l'energia entropica degli Horrors in un album così coeso e di facile ascolto come "V". Basta sentire il singolo Something To Remember Me By, un banger electro-pop di sei minuti durante il quale è impossibile rimanere fermi, per capire l'entità della svolta musicale rappresentata da questo disco. Un bel rischio per un gruppo che negli ultimi anni aveva costruito una propria identità musicale molto poco mainstream. Eppure questo lavoro è uno dei più riusciti della band capitanata da Faris Badwan, una pietra miliare nella loro continua maturazione musicale.

A pochi giorni dal loro arrivo in Italia, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Tom Cowan, la mente elettronica del gruppo.

Ciao Tom, grazie per aver trovato il tempo per parlare con Troublezine durante il tour europeo. A proposito, come stanno andando le date? Ormai sono diversi mesi che state proponendo i nuovi pezzi.

Il tour sta andando bene, grazie! Penso che ormai siamo riusciti a mettere insieme una gran bella scaletta, all killer no filler!

Parliamo del nuovo disco. “V” contiene brani che riescono ad essere allo stesso tempo le cose più industrial e (synth)pop che abbiate mai scritto, rendendolo così il vostro album più accessibile e coerente, nonostante i suoi tanti contrasti. Pensi che la collaborazione con il super-produttore Paul Epworth e il fatto di averlo registrato in uno studio nuovo per voi, abbiano inciso?

Certamente lo hanno fatto, sarebbe impossibile che queste cose non avessero un impatto. È stato fantastico lavorare con qualcuno così appassionato come Paul, ci ha contagiato con il suo entusiasmo, non avevamo scelta che farci trascinare.

Sia i fans che i critici sono rimasti sbalorditi e meravigliati da questa svolta musicale degli Horrors. C’è stata una decisione consapevole da parte vostra per quanto riguarda il sound o è stato il processo di scrittura in sé che ha dato forma alla direzione presa dall’album?

A dire la verità, non è che sia così facile metterci tutti d’accordo nel gruppo tanto da poter prendere una decisione consapevole, dobbiamo solo metterci giù a fare cose e poi cercare di capire che farne. Sapevo di volere che l’album avesse un sound più arioso, ma non sono sicuro che ci siamo riusciti del tutto. In parte sì, ma ho in mente una musica degli Horrors che sia davvero minimal. Sarà forse per la prossima volta?

Puoi parlarci un po’ dell’idea dietro l’artwork del disco e dei video di Machine e Something To Remember Me By? Sembra che ci sia un filo conduttore più chiaro che in passato, che vuole scuotere, se non proprio turbare, il pubblico.

Avevamo la faccia mutante in CGI, una combinazione di tutti i nostri volti, che ci piaceva molto ma non riuscivamo a capire come porci sopra il testo. Poi ho avuto l’idea di inserire il disco in questa specie di universo cyber punk alla Blade Runner, dove gli album sono fatti da cloni venuti male o pseudo-forme di vita. Nel primo film di Blade Runner c’erano delle forti influenze giapponesi, e ci è sempre piaciuto il fatto che sulle edizioni giapponesi dei dischi mettessero gli obi (che significa “cintura”) – quindi abbiamo pensato: perché non mettere un obi, perché non giocare con questa idea? Così abbiamo provato con un obi in Giapponese, uno in Arabo e uno in Coreano – giocando con l’idea del futuro. È stato buffo andare a vedere il nuovo film di Blade Runner [Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve, uscito nel 2017, NdR] perché era come se avessimo parlato con i set designers – il nostro disco sarebbe stato perfettamente a casa in quel mondo.

Siete nel mondo della musica da più di un decennio e ormai avete tutti più di 30 anni, avete acquisito una certa maturità che si traduca nel vostro approccio alla musica e al processo di scrivere e registrare? Credi che si debba mantenere una certa innocenza artistica per rimanere creativi dopo tanti anni o è più utile avere distacco e sapere come funzionano le cose?

Bè, alcuni di noi non sono mai cresciuti credo, ahah! Io sono sempre stato etichettato come “quello saggio” quindi penso di essere un quarantacinquenne intrappolato nel corpo di un trentenne. Ma, sì, immagino che l’esperienza trovi sempre il modo di intrufolarsi nel tuo lavoro, ed effettivamente sei tu a decidere se assecondare il tuo bambino interiore, o il tuo intellettuale interiore, o il tuo idiota interiore o che ne so. Credo che sia questo che si ottiene col tempo, una prospettiva!

Sia tu che Faris avete dei side-project a cui dedicate una buona parte delle vostre energie (come il duo Cat’s Eyes, vincitori di un European Film Award per la miglior colonna sonora). Quando scrivete per conto vostro, riuscite a capire sempre quale materiale è destinato agli Horrors e cosa no?

Sì, quando scrivo so già se sarà una canzone degli Horrors, c’è una sensibilità armonica e melodica che funziona per gli Horrors. E poi, nella mia musica solista, come nell’album che sto scrivendo adesso, posso essere strano e sperimentale quanto voglio, senza dovermi preoccupare di come una voce possa suonare su di un pezzo, per esempio. Con gli Horrors la musica deve poter essere suonata dal gruppo, altrimenti non è veramente una canzone degli Horrors.

Negli anni siete stati influenzati da un gran numero di artisti estremamente diversi tra loro, dai rocker psichedelici e i produttori del wall of sound, ai post punk della new e no wave, solo per menzionarne alcuni. Ci sono mai influenze nascoste nella vostra musica, di cui siete inconsapevoli durante il processo di scrittura e che scoprite soltanto una volta che ascoltate i pezzi finiti o li suonate dal vivo?

Penso che le influenze debbano essere inconsapevoli, altrimenti si rischia il pastiche. Quindi, in un certo senso, tutto quello che abbiamo mai ascoltato o che ci sia piaciuto riesce a insinuarsi in qualche modo. C’è una canzone nel nuovo album che ho iniziato a scrivere io che si chiama Hologram e tutti dicono che sembra un pezzo di Gary Numan. Sono anni che non ascolto Gary Numan, e a dir la verità pensavo che quello che stavo scrivendo somigliasse più a Bowie. Quindi penso che cercando di fare Bowie sono finito a fare Numan, che in un certo senso cercava anche lui di essere Bowie. È molto difficile individuare le influenze. Mentre rispondo a questa domanda sto ascoltando “Big Fun”, l’album di Miles Davis – speriamo che quest’influenza si faccia sentire in qualche modo!

Cosa può aspettarsi il pubblico italiano dai vostri concerti di dicembre?

More leather!

Siete noti per i vostri ottimi gusti in fatto di musica e per i vostri consigli musicali che spesso aprono veri e propri mondi a chi li segue. Hai qualche consiglio per noi oggi?

Oddio, mi hai messo sotto pressione! Alcuni dei miei gruppi e musicisti preferiti sono J Dilla, Stereolab, Ennio Morricone, Frank Ocean, Miles Davis, Alice Coltrane, i Floating Points, i Vanishing Twin. Scegliete quello che fa per voi, sono tutti dei grandi.

Grazie ancora per aver risposto alle nostre domande, ci vediamo a Dicembre!

Byyyeeee!

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Gli Horrors suoneranno il 5 Dicembre al Magnolia di Segrate (MI) e il 6 Dicembre al Locomotiv Club di Bologna.

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