Intervista

Immagine dell'intervista.
Wrongonyou: "Mi sono trovato di punto in bianco a lavorare con Gigi Proietti e per me è stato un sogno che si è realizzato"

Dopo aver pubblicato il suo primo EP, “The Mountain Man”, nel novembre 2016, Wrongonyou, ovvero il folk-singer romano Marco Zitelli, ha ottenuto parecchi riscontri positivi, sia in Italia che in Europa. Il prossimo 9 marzo, via Carosello Records, uscirà il suo primo album, “Rebirth” e nel frattempo Marco ha già iniziato a portare le nuove canzoni in giro per la nostra penisola, mentre a marzo parteciperà al SXSW di Austin, Texas. Noi di Troublezine.it lo abbiamo contattato telefonicamente per farci dare qualche anticipazione sul suo debutto sulla lunga distanza, per parlare del tour, della sua esperienza come attore nel recente film di Alessandro Gassmann, “Il Premio”, e di tanto altro. Ecco cosa ci ha detto:

Ciao Marco, grazie mille per il tempo che ci metti a disposizione e benvenuto sulle pagine di Troublezine.it. Per prima cosa ti volevo chiedere da dove nasce questo tuo progetto e da dove proviene questo tuo moniker, Wrongonyou. Il progetto è iniziato in modo abbastanza naturale. Inizialmente mi vergognavo a cantare, centavo solo sotto la doccia e solo ora ho iniziato a cantare anche in giro. L’importante è stato scoprire gli artisti folk americani, che mi hanno fatto passare la vergogna. Mi sono detto che loro cantavano dal vivo e allora l’avrei potuto fare anch’io. Ho iniziato a suonare, a esprimermi, a usare non più solo la chitarra, i suoni, ma anche le parole e i testi, tutto quello che mi serviva per esprimermi. E’ cominciato in maniera spontanea.

Il nome, Wrongonyou, da dove proviene, invece? Volevo qualcosa di diverso, non un semplice nome e cognome. Wrongonyou è una frase all’interno di un nome. Grammaticalmente sarebbe più corretto “wrong about you”, ma ho chiesto a degli americani e mi hanno detto che va bene. Dipende da chi lo legge. Se ti dico wrong on you ti dico che mi sono sbagliato su di te, mentre nel momento che tu dici “wrong with you” sei tu che ti sbagli su di me. E’ la parte che fa ridere. E’ un nome a doppio senso, sono due versi.

Dopo aver pubblicato alcuni brani su Soundcloud, alla fine del 2016 è arrivato “The Mountain Man”, l’EP che ti ha fatto ottenere una certa visibilità. Che cosa è significata per te la pubblicazione di questo lavoro e comunque che passo è stato per la tua carriera? E’ stato fondamentale, nel senso che ha aperto tante porte. E’ stato importante, mi ha fatto fare tanti passi e molti concerti. Dopo tanti giri all’estero, in America, sono contento di essere tornato a casa per fare questo disco, che ho registrato ai Castelli Romani. E’ stata una bella esperienza e una grande soddisfazione. Concerti con gente come The Lumineers e Daniele Silvestri, collaborazioni con altri artisti, sono state tutte cose molto positive.

Hai suonato anche all’estero, al Primavera Sound di Barcelona, tra poco andrai ad Austin, Texas per il SXSW e poi c’è in programma anche un nuovo tour europeo: intanto ti volevo chiedere se sei stato influenzato dalle visioni che trovi quando sei in un ambiente diverso rispetto a quello italiano. Inoltre vorrei sapere che cosa ti aspetti dalle tue future esperienze, sia negli Stati Uniti che in Europa. In America suonerai solo ad Austin o hai in programma anche altre date? Per quanto riguarda l’America mi concentrerò sulle date ad Austin. Per quanto riguarda l’Europa, sia al Primavera Sound di Barcelona che a Parigi, sono state sempre esperienze meravigliose. Trovi sempre una visione della musica più allargata rispetto all’Italia. Inoltre avere l’inglese come lingua comune per far capire quello che viene detto, credo che sia una cosa importante. Si è meno snob. Suonare al Primavera Sound è qualcosa di incredibile, è il festival più grande che ho fatto finora e c’è tantissimo interesse da parte della gente anche per scoprire nuova musica e questo mi ha ispirato. C’erano Arcade Fire o Bon Iver, ma poi girando, scopri un artista nuovo e diverso. Qui in Italia non abbiamo un festival del genere.

Parlando, invece, del tuo tour italiano, che è partito da pochi giorni dal Covo Club di Bologna, ti volevo chiedere come ti trovi a girare nella nostra penisola. Bene. Il tour è iniziato con il botto. Mi aspettavo una bella risposta, ma non mi aspettavo il sold-out. E’ stato importante ed è stato un bel segnale, calcolando che per ora è uscito solo un singolo nuovo. Il pubblico era molto interessato ai brani nuovi dal vivo. Sono stato molto contento di come è andato lo show e di come abbiamo suonato io e la mia band. E’ andata molto bene. Mi aspetto grandi cose. Il prossimo appuntamento sarà a Milano per il Mi Ami Ora al Santeria Social Club.

Credo che dovrebbe essere anche quella una cosa piuttosto interessante. Sì, credo proprio di sì. Ne sono sicuro.

Parliamo, invece, del tuo primo LP. Il tuo primo singolo, Prove It, è appena uscito e mi piace molto: il suo video è stato registrato in Islanda. Ce ne vuoi parlare? Certo. Sono contento che ti sia piaciuta la canzone. Il video è fondamentalmente un video fotografico, nel senso che quello che ci interessava dell’Islanda era di catturare i paesaggi che ti sciolgono il cuore e che comunque ti rimangono impressi. Non è stato facile rimanere lì perché la natura ti mette a dura prova. Il fatto che non ci siano gli alberi mi ha agitato parecchio. Lì riesci a capire quanto sei piccolo in confronto alla potenza e alla maestosità della natura.

Parlando dell’album, come saranno i suoni su questo nuovo disco? Quali saranno le differenze principali rispetto all’EP e alle canzoni che hai pubblicato in passato? C’è più elettronica. E’ stata la prima volta che ho lavorato con un produttore famoso e mainstream. Mi aspettavo un tocco leggermente più pop nelle mie canzoni ed è stato così. Cercherò comunque di mantenere il mio spirito folk e comunque sia quello più legnoso per gusto. Michele Canova, invece, ha messo il suo zampino, rendendo tutto più radiofonico. Sono molto contento del disco. E’ iniziato in California con la registrazione del disco, ma che, è poi ripartito tutto dai Castelli Romani.

Come ti sei trovato a lavorare con un produttore di un certo livello, come appunto Michele Canova? E’ un produttore abbastanza tosto, nel senso che sono abituato a ritmi molto veloci e ho scoperto che Los Angeles è tipo Milano all’ennesima potenza, nel senso che va ancora più in fretta. Bisogna sempre lavorare e in fretta, non ci sono pause. I ritmi sono molto alti. Calcola poi che sono l’unico che ha suonato su questo disco. L’unica altra persona è Alex Alessandroni, il figlio di Alessandroni, quello che lavorava insieme a Morricone. E’ un pianista incredibile e ha già suonato insieme a Stevie Wonder e agli ZZ Top. E’ a livelli eclatanti e ha già fatto una bella carriera. Dovevo cantare, suonare, arrangiare, Canova è stato proprio tosto. Ritornare a finire il disco qui ai Castelli Romani mi ha fatto tornare un po’ alla pace interiore. E’ stato fondamentale ripassare per casa prima di ripartire.

Che significato ha il titolo, “Rebirth”? Vuole essere una rinascita in quale senso? Rebirth significa appunto rinascita. Parla della mia vita. Ho avuto dei problemi personali che mi hanno buttato giù e mi hanno fatto perdere anche l’intenzione che avevo nei confronti della musica. Dopo alcuni fatti, mi sono concentrato totalmente sulla voce, in modo da poter riprendere la carriera musicale come unico obiettivo della vita. E’ stata effettivamente una rinascita per me. E’ per questo che si chiama “Rebirth”.

Ho capito. Quindi questi tuoi problemi e questi tuoi momenti difficili possono aver influenzato anche il tuo songwriting in qualche modo? No, perché le canzoni erano state scritte prima. Il disco contiene alcune cose che possono essere state le motivazioni dei miei problemi, tipo di famiglia, di natura, di amore. Affronta anche tematiche che poi mi hanno riguardato.

A livello di influenze musicali, invece, quali sono state le principali per questo tuo nuovo disco? Non sono state tante. Ho cercando di andare a trovare un sound abbastanza originale. Ci sono influenze di folk americano in generale, ma non ti saprei dire qualche nome in particolare.

Come ti trovi a lavorare con Carosello Records, che qui in Italia è un’etichetta importante e che ha una certa visibilità? Direi bene. Ci sono dei movimenti che vanno fuori dall’indie. Credo che con gli anni il rapporto andrà a crescere sempre di più e soprattutto la fiducia. Per quanto io ci lavori già da un anno e mezzo, è sempre un’esperienza nuova.

Ti volevo chiedere del film che hai fatto con Alessandro Gassmann, “Il Premio”: come è nata la vostra collaborazione? Ci puoi parlare della tua esperienza, sia da attore che da curatore della colonna sonora del film? Come ti sei trovato? Ti ha ispirato in qualche modo per la tua futura carriera a livello musicale? E’ stato qualcosa di abbastanza incredibile. Mi sono trovato di punto in bianco a lavorare con Gigi Proietti e per me è stato un sogno che si è realizzato. Quando ero piccolo guardavo sempre “Il Maresciallo Rocca” e ora doverlo chiamare nonno mi risultava difficile. Alessandro Gassmann mi ha chiamato al cellulare e mi ha detto che voleva mettere qualche mia canzone sul suo nuovo film. Poi mi ha detto che stava scrivendo la sceneggiatura della parte di mio figlio nel film e mi ha chiesto se volevo interpretare quel ruolo: io gli ho risposto che non avevo mai fatto l’attore. Lui mi ha chiesto di fare un provino e mi ha detto letteralmente: “Se sei un cane, te lo dico.” Abbiamo fatto questo provino e sia lui che la produzione sono rimasti contenti. E’ stata una bella esperienza che mi ha fatto crescere e che mi porterò sempre dietro.

Hai qualche band o musicista interessante, italiano o straniero, da suggerire ai nostri lettori? Io sto ascoltando molto Nick Mulvey in questo periodo. E’ un cantautore inglese con delle influenze tropicali, caraibiche. Sto attendendo con ansia il nuovo di disco di Sean Carey, della band di Bon Iver. Mi piace molto Post Malone. E poi vorrei anche consigliarti Miguel con il suo disco “War & Leisure”, che è molto bello. Sto ascoltando di tutto, trap, folk, ambient. Poi suggerisco sempre John Frusciante.

Un’ultima domanda: potresti scegliere una tua canzone da utilizzare come soundtrack di questa nostra intervista? Direi una lenta, Oh Lord.

Benissimo. Grazie mille Marco per il tempo che ci hai dedicato. Spero di vederti presto live. Grazie a te.

[Si ringrazia Marta Falcon di Parole E Dintorni per la preziosa collaborazione nel realizzare questa intervista.]

Embed



  • Contenuti multimediali

  • Galleria