Intervista

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We Are Scientists: " Abbiamo sempre pensato che i concerti dei We Are Scientists dovessero essere dei party"

I We Are Scientists pubblicheranno il loro settimo album, “Megaplex”, il prossimo 27 aprile e, nel successivo tour europeo si fermeranno anche in Italia per una data prevista per domenica 27 maggio al Circolo Ohibò di Milano. Noi di Troublezine.it abbiamo approfittato di questa occasione per scambiare due chiacchiere al telefono insieme al gentilissimo cantante e chitarrista Keith Murray e farci raccontare del nuovo LP, della loro campagna Pledgemusic, delle loro infuenze, delle loro date in Europa e anche di Donald Trump. Ecco cosa ci ha detto:

Ciao Keith, grazie mille per il tempo che ci stai dedicando e benvenuto sulle pagine di Troublezine.it. La prima volta che vi vidi live fu parecchio tempo fa, al Reading Festival 2005. Ricordo che quel pomeriggio suonaste in una piccola tenda insieme agli Arctic Monkeys e, sebbene entrambi foste ancora poco conosciuti, la gente era completamente impazzita per le vostre band. Se devo essere sincero, allora non conoscevo molto di queste due band e rimasi assolutamente impressionato per le performance di quel pomeriggio. Ho avuto sensazioni molto positive. Che cosa ti ricordi di questo festival? So che in seguito avete suonato spesso a Reading e Leeds (e anch’io sono andato di frequente), ma quella forse è stata la vostra prima presenza lì. Sì, esattamente, era il nostro primo Reading Festival. Credo che fosse anche il primo festival importante a cui abbiamo partecipato. Non sapevamo cosa aspettarci. Non c’erano molti festival così qui negli Stati Uniti, sono cominciati a nascere dopo. Abbiamo Coachella, Bonnaroo, ma in quel momento festival così erano molto rari. Non sapevamo cosa aspettarci, ci sono piaciute moltissime delle band che abbiamo visto quel giorno. Credo che fossimo contenti quasi quanto lo eri tu quel giorno!

C’erano tantissime ottime band quel giorno. Vidi i Cribs, gli Editors, tante band che sono poi diventate molto famose qualche anno dopo. Parlando dei We Are Scientists, secondo la tua opinione, quanto siete cresciuti rispetto ai primi giorni, sia come musicisti, ma anche come persone? Musicalmente, quando abbiamo iniziato, in quel periodo facevamo parte di una scena più grande con tante band che stavano uscendo e che avevano un sound dancey e punky. Dopo tutti questi anni credo che abbiamo più il senso di un nostro sound personale. A quel tempo eravamo interessati alle altre band e avevamo un suono che rientrava (in quella scena), ora abbiamo un sound che è molto We Are Scientists, è qualcosa di molto liberatorio. Non so, invece, quanto siamo cambiati come persone. Credo che il principale motivo per cui siamo ancora una band sia il fatto che sappiamo ancora ridere insieme. Ci piace moltissimo la letteratura. Non so quanto siamo cambiati come persone.

Una delle cose che più mi piace dei vostri live-show, oltre ovviamente alla musica, è l’intesa che c’è fra te e Chris e il vostro tentativo di far sempre ridere la gente: è qualcosa di bello e di divertente. Si sente che siete parte di tutto ciò. Ciò che hai detto è quello che pensiamo dei nostri show. Abbiamo sempre pensato che i concerti dei We Are Scientists dovessero essere dei party e tutte le persone che vi partecipano sono gli ospiti di questi party e noi, da padroni di casa, vogliamo che tutte loro si possano divertire. Loro hanno scelto di venire a vederci, così il nostro mestiere è di pensare a quelle persone.

Sono d’accordo con te al 100%. Parlando, invece, del vostro nuovo album, “Megaplex”. L’altro giorno stavo riascoltando il singolo One In, One Out e ho trovato influenze synth-pop. Ci sono anche altre canzoni con questo tipo di influenza nel vostro nuovo disco? C’è molta diversità in questo disco. Ci sono alcune canzoni in cui abbiamo usato molti synth. Negli ultimi dischi abbiamo incominciato a integrarli nella nostra musica. Ascoltiamo parecchia musica elettronica, così è stata una cosa naturale che siano entrati all’interno del nostro sound. Ci sono anche canzoni più hard-rock e altre, invece, più acustiche. Credo che abbia un buon ritornello e per questo lo abbiamo utilizzato come primo singolo.

Ho letto da qualche parte in rete che avete scritto ben novanta canzoni per questo disco. Posso chiederti come avete fatto a scegliere le dieci che sono poi finite sul disco? Sì, abbiamo scritto novanta canzoni. Scriviamo canzoni in cicli. Le registriamo, le portiamo in tour e, quando il tour è finito, tutto ricomincia da capo. Ci ritroviamo meglio adesso a scrivere in maniera consistente. Alla fine delle registrazioni del nostro ultimo disco, “Helter Seltzer”, abbiamo iniziato a scrivere altre canzoni. Abbiamo scritto questo disco in maniera costante negli ultimi due anni ed è molto più divertente scrivere canzoni senza dover per forza avere delle preoccupazioni. Quando finisci un tour e devi fare un altro disco, l’unica cosa che vuoi, è essere sicuro di avere abbastanza buone canzoni pronte. (ridiamo) Se non aspetti così a lungo, puoi anche scrivere quanto vuoi per divertimento. Credo che questo si senta sul nostro disco.

Ti posso chiedere del titolo del nuovo album, “Megaplex”? Da dove proviene? Non so se la parola megaplex abbia una termine corrispondente in italiano. In inglese è una specie di complesso di unità insieme, puo’ descrivere un grande cinema che a sua volta contiene al suo interno molte sale che proiettano film differenti. Questa era una delle referenze che ci piacevano. Abbiamo pensato che l’album fosse una collezione di pezzi di divertimento che erano stati messi insieme per formare un essere grande e potente.

Parlando dei testi delle vostre canzoni, ti posso chiedere da dove avete preso l’ispirazione, mentre le stavate scrivendo? Abbiamo preso l’ispirazione da qualsiasi cosa. One In, One Out, per esempio, è una canzone che parla delle regole che ha fatto mia moglie per la nostra casa: se voglio prendere dei nuovi libri, devo liberarmi di altri. Abitiamo a NYC e, anche se il nostro appartamento è piuttosto grande, non abbiamo troppo spazio. Ci sono libri dappertutto nel nostro appartamento. E’ una cosa piuttosto frustrante, allora lei ha applicato questa regola che, se un nuovo libro entra, un altro deve uscire. Ho incominciato a pensarci e l’ho vista come una metafora del desiderio e del dover mettere un tetto al tuo desiderio. Se continui a seguire tutte le cose che vuoi, non ci sarà abbastanza spazio nella tua vita per mantenerle. L’ultima canzone del disco, Properties Of Perception, parla del desiderio dei newyorchesi di lasciare New York. Tutti parlano di lasciare New York per trasferirsi in una città più tranquilla, dove vivere una vita pacifica e pastorale, ma alla fine nessuno abbandona New York, perché New York é ancora fantastica, E’ da dieci anni che dico che me ne andrò da New York, ma alla fine non me ne andrò mai perché la amo troppo. Questa canzone parla del pensiero di volere qualcosa, ma non così tanto profondamente perché sai che lasceresti indietro troppo.

Avete aperto una campagna su Pledgemusic per finanziare il vostro nuovo disco. Quale è stata la risposta dei vostri fan? Che cosa ha significato per voi? Siete riusciti a sentire la vicinanza dei vostri fan? Sì. L’abbiamo fatto soprattutto perché ci piaceva l’idea di dare ai nostri fan qualcosa in più che solo il disco. Avevamo alcune idee strane che è difficile sviluppare, a meno che tu non sia in contatto diretto con i tuoi fan. E’ stato molto bello. Alcuni pacchetti contengono i nostri testi scritti a mano. Pensavo che i nostri fan ci chiedessero soprattutto quelle dei nostri singoli di maggiori successo, ma ci hanno domandato anche quelli di canzoni di cui non avrei mai pensato, canzoni che non suoniamo da tanto tempo e che adesso mi è venuto voglia di inserire all’interno delle nostre setlist perché ora so che ci sono persone che le sceglierebbero. E’ bello essere in contatto più diretto con i fan, credo che ti dia un maggiore senso di ciò che vogliono.

Sì, sono assolutamente d’accordo con te. Parlando del processo creativo, come funziona nella vostra band? Scrivete insieme oppure c’è una persona in particolare che scrive la musica o i testi? Scriviamo separatamente. Nel corso della nostra storia io ho scritto tutte le melodie e i testi per i nostri dischi. Di solito mi siedo e scrivo le parti basilari delle canzoni e poi le mostro a Chris e scegliamo quelle su cui crediamo sia meglio lavorare. Questa volta, però, anche lui è stato coinvolto nel songwriting e su questo nuovo disco ci sono le prime canzoni scritte da lui per un album dei We Are Scientists. Sono molto contento.

Siete contenti del vostro nuovo disco? Sì, mi piace molto. Credo che sia il nostro preferito di tutti i nostri dischi fino a oggi. Credo che sapessimo cosa volevamo dal nostro disco, abbiamo provato a migliorare e abbiamo cercato che le nostre canzoni fossero allegre ed esuberanti. Fare un disco è sempre un lavoro duro e parecchio stressante, così ovviamente è meglio che, quando devi affrontare questo processo, tu sia il più libero possibile, in modo da poterne godere il più possibile. Credo che nel corso degli anni siamo migliorati a rendere il processo creativo qualcosa di piacevole più che stressante.

Suonerete in Europa e anche in Italia tra poche settimane. Siete contenti di tornare nel vecchio continente? Che cosa vi aspettate dal vostro tour europeo? Siamo stati in Italia parecchie volte, così ci aspettiamo un bel pubblico molto passionale. Molto elegante, cool e caloroso. Siamo sempre molto contenti di suonare in Italia e sarebbe stato bello poter suonare in Italia più spesso. L’ultima volta che abbiamo suonato a Milano ci hanno cucinato della pasta e credo che sia stato il cibo migliore che abbia mai mangiato.

Parlando di politica, che cosa ne pensi di Donald Trump? Penso che sia un fottuto idiota e mi voglio scusare con il mondo per ciò che hanno fatto gli Stati Uniti e prometto di provare a correggerlo nelle prossime elezioni.

Lo spero proprio e spero anche che Bernie Sanders possa essere una delle vostre scelte. Oltre a tutte le cose che mi differenziano da Donald Trump, una delle cose su cui mi trovo in maggiore disaccordo con lui è la sua stupida vecchia idea di vedere gli Stati Uniti come la prima cosa di cui prendersi cura prima del resto del mondo. Non credo che questa sia l’idea a cui le persone vogliano pensare del loro paese, qualunque esso sia. Come touring band crediamo che una delle cose più importanti sia mettersi in comunicazione con il resto del mondo, pensando che ogni persona voglia lavorare insieme per cercare di rendere la vita di ogni individuo migliore. Credo che una delle parti più importanti di essere in una band è poter essere una sorta di ambasciatori degli Stati Uniti, andare in giro per tanti luoghi e vedere quanto simili possano essere le persone e come possa essere bello quando la gente di tante culture diverse si riunisce e vede cosa ha in comune. Credo che siamo in disaccordo con Donald Trump praticamente su tutto.

Grazie per le tue belle parole. Le ho veramente apprezzate. Un’ultima domanda: posso chiederti di scegliere una vostra canzone, vecchia o nuova, da usare come soundtrack di questa intervista? Cosa ne dici di Your Light Has Changed dal nuovo disco? Credo che dimostri dove siamo arrivati ora, ma è anche una specie di pezzo hard-rock.

Ok, grazie mille. Grazie a te.

[Si ringrazia Alice Degortes di Barley Arts Promotion per la preziosa collaborazione nel realizzare questa intervista.]

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