Intervista

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I Turin Brakes vogliono essere vostri amici: intervista con Olly Knights prima del tour italiano.

Certo, quando si arriva al traguardo dell’ottavo album è sempre forte la voglia di cambiare ricetta. Ci provano i Turin Brakes, con “Invisible Storm” (uscito il 26 gennaio per Cooking Vinyl), ma gli ingredienti a disposizione - a parte un’aggiunta di leggerezza e un suono decisamente più pop - in fondo sono quelli. E la cottura del disco non è proprio a puntino come invece quella del riuscitissimo “Lost Property” del 2015. Il sapore all’inizio è inaspettato poi, man mano che si procede, il disco ha i suoi momenti, soprattutto nella ben condita seconda parte, dove si ritrovano il carattere e le atmosfere più care ai fan dei TB.

È una fortuna che con il binomio formato dalla voce inconfondibile di Olly Knights e dalle chitarre riffanti di Gale Paridjanian sia ben difficile lasciare il palato insoddisfatto, persino quando manca un po’ di sale. Un binomio ancora più potente dal vivo, quando i nuovi piatti sono proposti insieme a quelli che ormai sono diventati i classici dei Turin Brakes, band iniziata quasi per gioco quando Olly, allora studente di cinema, chiese all’amico di infanzia Gale di scrivere con lui la colonna sonora di un progetto audiovisivo a cui stava lavorando (era il 1999 e così nacque il singolo The Door).

In attesa delle quattro date che porteranno la band di Londra sui palchi italiani, abbiamo fatto due chiacchiere con Olly Knights.

Ciao Olly, grazie per averci concesso questa intervista. “Invisible Storm” è da un po’ nelle mani e nelle orecchie degli ascoltatori e voi siete nel bel mezzo di un tour inglese/europeo, come ti senti?

Abbiamo appena finito il tour inglese, sono tornato tre giorni fa ma il mio cervello è ancora in valigia. Presto ricomincerò a funzionare come papà e marito ma per ora giro per casa come uno zombie ricordando i bellissimi concerti che abbiamo fatto e sentendomi come se dovessi già prepararmi a farne un altro che poi invece non c’è!

Avete quattro date in programma qui in Italia a maggio e sembra che vi divertiate sempre molto col pubblico italiano. C’è una connessione particolare con noi o avete un così bel rapporto con i vostri fan un po’ ovunque andiate?

Bè, il piano è sempre quello di creare una connessione con i fan e rendere unico ogni concerto, vogliamo veramente che significhi qualcosa sia per noi che per il pubblico, quindi facciamo sempre del nostro meglio per fare amicizia. Poi ovviamente amiamo tanto l’Italia e siamo sempre molto felici quando siamo da voi.

È bello vedere che il gruppo italiano Dog Byron tornerà a farvi da spalla non solo per le date italiane ma praticamente per tutta la tournée europea. Sembra che vi siate trovati bene insieme durante il tour del 2016!

Sono degli esseri umani fantastici e adoriamo la loro musica “sporca”. Ormai, dopo tanti anni gli amici sono come la polvere d’oro, abbiamo voglia di stare insieme, ridere e fare squadra!

Se ti capita di sentirti giù di morale mentre sei on the road, c’è una canzone nella scaletta che state proponendo che non vedi l’ora di suonare perché ti risolleva sempre?

Il primo pezzo, Would You Be Mine ci dà sempre una bella svegliata, è come se tendessimo subito la mano al pubblico e chiedessimo “vi va di essere amici stasera?”.

Parliamo del nuovo disco, “Invisible Storm”. Avete iniziato a scriverlo già con il tema di una “tempesta invisibile” in mente? Cosa significa per voi?

Il tema è partito dalla canzone omonima, ma dopo averla scritta abbiamo capito che rappresentava la coscienza dell’album, l’idea che ognuno di noi sta combattendo una specie di guerra privata, che un po’ tutti abbiamo un sistema climatico interiore e che dobbiamo cercare di essere gentili l’un l’altro.

Ho letto che volevate che le canzoni dell’album fossero non più lunghe di tre minuti. È per quel trucchetto che alcuni creativi chiamano “la libertà nei limiti” o più in generale miravate alla durata classica della canzone pop?

Sono state entrambe le cose, abbiamo trovato davvero stimolante l’idea di darci un limite, perché di solito facciamo il contrario, quindi ci sembrava un terreno nuovo da esplorare. Poi ci piace molto l’idea del gancio del pop classico, quella sensazione di voler riascoltare subito un brano perché è durato troppo poco. Siamo riusciti a mantenerci all’interno di questa struttura per la maggior parte delle canzoni, ma un paio ci sembravano troppo belle per farle finire così in fretta.

Siete ragazzi di città ma i vostri ultimi tre album sono stati registrati nei leggendari (e isolatissimi) Rockfield Studios in Galles. Come si trasformano le canzoni, se lo fanno, cambiandogli radicalmente lo sfondo da quando vengono scritte a quando sono registrate?

Forse è un po’ come per i direttori della fotografia nel cinema, spesso provengono da altri paesi perché se vengono strappati dalla loro comfort zone vedono le cose con più lucidità.

Qua e là, in “Invisible Storm”, sbucano dei cenni all’attuale situazione sociopolitica. Come bilanciate l’inevitabile influenza dell’attualità con l’ideale di scrivere qualcosa che sia senza tempo?

Non è facile. Viviamo nel presente e vogliamo comunicare il nostro pensiero su certe cose ma cerchiamo di evitare nomi o di andare nel particolare. A volte ci piace ridurre le cose alla loro essenza, e stiamo attenti ad evitare qualsiasi cosa che potrebbe invecchiare male, ma è un po’ una scommessa che non paga sempre, ahah!

Anche quando le vostre canzoni si fanno più cupe, c’è sempre questa bellissima e gioiosa leggerezza nel modo in cui vi approcciate alla vita e alla musica. Sapete anche come divertirvi senza prendervi sul serio: per esempio nel nuovo video per Life Forms, un pezzo di pop allegro che sfiora il nichilismo, andate in giro ballando con addosso delle tute da astronauti. Ed è stato interamente girato su un iPhone, puoi dirci qualcosa a riguardo?

Quella canzone e quel video sono molto rappresentativi dello stile dei Turin Brakes. Volevamo fare qualcosa da soli, qualcosa che mettesse in mostra lo humour della band, spesso ridiamo in faccia alla disperazione, nella musica come anche nella vita di tutti i giorni. Un iPhone ti permette di fare cose in pubblico senza attirare troppo l’attenzione e ora come ora filma in 4k con una frequenza di fotogrammi professionale, è pazzesco. Una volta caricato su YouTube spesso non si riesce nemmeno a capire la differenza tra un iPhone e una Red Cam da 30.000 sterline..

Invisible Storm” era pronto già da un po’ prima della pubblicazione, e nel frattempo avete continuato a scrivere. Non ti mancano mai le b-side? Sicuramente erano un ottimo mezzo per far conoscere pezzi al di fuori degli album, come Lasso, una delle preferite dai vostri fan.

Sì, mi mancano. Le b-sides erano un modo meraviglioso per far vedere i pensieri e le idee dietro agli album, mi mancano veramente tanto. Immagino che l’idea di pubblicare dei mixtape potrebbe non essere male, mi piace l’idea di pubblicare qualcosa di molto home-made e con meno hype di un normale album, un qualcosa di accattivante ma umile, per il quale le aspettative siano diverse. Forse un giorno lo faremo!

Un’ultima domanda. I Turin Brakes esistono da quasi 20 anni, come ti relazioni con il materiale più vecchio? Ti sembra ancora rilevante, in quanto musicista e cantautore?

Mi sembra ancora senza tempo. Le canzoni hanno una loro vita nei concerti e sono maturate fino a diventare quasi dei piccoli inni, con la gente che le canta insieme a noi. È un sogno, non avrei mai immaginato che saremmo stati così fortunati.

Grazie ancora per aver risposto alle nostre domande, ci vediamo a maggio!

Le date del tour:

- 02/05/2018 Astoria, Torino (TO)

- 03/05 Locomotiv, Bologna (BO)

- 04/05 Auditorium Pacetti, Monteprandone (AP)

- 05/05 Largo, Roma (RM)


Info:

www.radarconcerti.com

www.turinbrakes.com

www.facebook.com/turinbrakes

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