Intervista

Immagine dell'intervista.
Superportua: "Siamo arrivati al limite dell'apocalisse, ma ci siamo fermati un attimo prima."

Ciao ragazzi. Iniziamo partendo dal clima generale del disco. Relativamente ai testi mi sono accorto che, ad esempio, in Corposcoglio, brano d'apertura del disco, i corpi sono fermi, pallidi, il vecchio è in disparte, l’amore è il terrore, il telo nero steso sopra il mare. In A-Mantide gli spettri nascondono la luce. In Credervi Santi “Trovo l'amore dentro ad un furgone ma è solo un pugno d'aria nel polmone”. Luce sembra dare un minimo di speranza, anche se il finale pare presagio di morte “Se non senti più niente, resta solo la luce.” “Vedo ombre molto più nere del buio”, “I capelli neri del mio amore, il suo corpo bello senza più calore.” Possiamo dire che si tratta di un disco di color nero? C'è un tema dominante che lo attraversa?

Michele: Allora, partirei dal dire che sicuramente è un disco oscuro, e certamente poco immaginativo, molto realista. Si tratta di fotografie di realtà. E' un disco vissuto, dove l'immaginazione trova poco spazio. Di fondo c'è un'idea post apocalittica, forse anche di morte, ma morte intesa proprio come momento della vita, come passaggio obbligatorio per accedere eventualmente ad uno stato di coscienza più alto e più luminoso - Luce è stato l'ultimo pezzo scritto del disco - Quindi non direi che è un disco nero, anzi direi che è molto colorato. D'altronde il nero assorbe tutti i colori, no?

Quando avete iniziato a comporre i brani? Sono tutti recenti o avete ripescato anche da vecchie idee?

Fabio: Abbiamo principalmente composto i brani ad hoc per il disco, recuperando però alcuni pezzi che ci avevano già convinto in passato, come Non Mi Svegliare e Secondo Amore, completamente riarrangiata e rivista.

Vi chiedo questo perchè ho notato, confrontando i brani di "Resterai Sempre Uno" con il vostro materiale più vecchio, una decisa maturità di scrittura e arrangiamento. Amantide, ad esempio, è una canzone che a mio avviso non avreste potuto scrivere cinque anni fa. Tutto questo è frutto di una nuova consapevolezza, di un nuovo amalgama, dove sta la chiave di volta?

Stefano: Direi che per certi aspetti la svolta, il cambio di passo, è dato proprio dagli arrangiamenti e dal lavoro fatto sui suoni. Per quanto riguarda la scrittura, alcuni brani, come Amantide, sono stati scritti da un'unica persona che ha portato il pezzo fatto e finito in sala prove. Altri invece sono nati da un'idea che assieme, limando ed elaborando, abbiamo sviluppato in un brano vero e proprio. Ci sentiamo senza dubbio più sicuri di un tempo, alcune soluzioni che abbiamo trovato sono figlie di una maggiore consapevolezza. Troppo spesso in passato, e di questo abbiamo spesso discusso tra noi, rimanevamo in attesa di un'ispirazione, di un'illuminazione, che non sempre arrivava.

Fabio: c'è sicuramente più consapevolezza rispetto al chi siamo, in cosa riusciamo a fare la differenza, come riusciamo ad esprimerci meglio, a far esprimere Michele. Un grosso lavoro è stato fatto sul disco dal punto di vista degli arrangiamenti e della composizione, per far accomodare Michele, che è sì voce, ma anche corpo.

Michele: è stato un processo impegnativo. Venivamo tutti da ascolti e sensibilità diverse, chi dal punk, chi dal cantautorato, chi dal pop, e riuscire a mettere assieme tutte queste cose... c'abbiamo messo 4 anni.

E' stato un disco difficile da fare?

Michele: è stato un disco molto sudato. Vissuto.

Fabio: è stato tortuoso a livello umano, di relazioni. Abbiamo avuto in mezzo varie vicissitudini, alcuni scontri...

Michele: ci siamo persi, ci siamo ritrovati...

Stefano: sicuramente ha tolto le energie a tutti. In un anno e mezzo abbiamo concentrato la registrazione di un brano, la composizione di tutti gli altri, la sostituzione di un componente, l'aggiunta di un nuovo componente, lo studio sull'uscita del disco, dalle grafiche alla masterizzazione...

Fabio: la cosa assurda è che in un anno e mezzo di deliri, scoramenti, esaltazioni, nel momento in cui abbiamo deciso "ok, si va in studio", abbiamo costruito due brani, tra i quali il singolo, in nemmeno quindici giorni.

In riferimento agli arrangiamenti, parlerei del lavoro fatto con Mantelli e di come abbia influito sul risultato finale.

Michele: diciamo che Tommaso ha mantenuto la rotta, e ha lavorato un pò di sottrazione, ci ha fatto un pò asciugare i brani.

Fabio: eravamo sovrabbondanti... durante la pre produzione ci è stato proprio richiesto di fare uno sforzo di sottrazione, in particolar modo per gli intrecci di chitarra e i passaggi di basso. Uno sforzo di semplificazione, perchè idee ce n'erano tante.

Stefano: per ricollegarsi anche alla tua domanda di prima, la differenza principale rispetto al passato è che questa volta siamo partiti con chiara l'idea di avere un suono pieno, corposo.

Michele: secondo me questo è un disco che ha un peso specifico elevatissimo. E' così concentrato e denso, sia a livello di testi che di musica.

Ci sono riferimenti extra musicali all'interno del disco?

Michele: ti direi di no. Nella stesura dei testi ho sempre cercato di evitare di percorrere strade già percorse, di non cadere in solchi già scavati, c'è stata una grandissima attenzione a mantenermi quanto più personale possibile, a cercare in tutti i modi non evocare, richiamare qualcos'altro.

Quanto i testi vengono influenzati dalla struttura e dalla forma musicale dei brani? O se viceversa sono liriche già esistenti che poi provi ad adagiare, a modellare sulle basi...

Michele: Direi che sono accadute entrambe le situazioni. In questi anni di crescita dei Superportua uno dei traguardi raggiunti è stato proprio quello di saper fondere musica e parole e far sì che ogni componente sia evocativa per l'altra reciprocamente.

Fabio: Se posso aggiungere, a livello musicale, strumentale, grosse influenze non ne vedo, non ne sento. Avendo tutti noi provenienze (di ascolti) molto diverse e disparate, qualunque rimando, qualunque "citazione" che l'ascoltatore potrà trovare nel disco, è puramente casuale, non c'è nulla di deliberato o consapevole.

Michele: esclusi i plagi ovviamente (risate)

Sinceramente è un disco che non è facilmente collocabile. O meglio, non ricorda niente, non assomiglia a qualcosa di già sentito. Ascoltandolo più volte non ho mai avvertito la necessità di accostarlo ad altri dischi, non mi si è mai accesa la lampadina del "ah, qua mi ricordano un sacco i...". E credo che sia un grande pregio. Credo inoltre che non sia un disco immediato, anzi. Probabilmente il peso specifico di cui si parlava prima non lo rende facile all'ascolto. La prima volta che l'ho ascoltato mi aveva colpito principalmente Luce...

Stefano: Luce ha degli arrangiamenti che sono di Lorenzo dal Pan (componente degli Heathens) per la parte elettronica, per cui l'idea di base che avevamo, riprendendo il discorso di prima, era quella di riempire il suono e farlo possibilmente con elementi esterni, infatti "ghe ne ze na sopa" (trad. ci sono un sacco di) di ospiti.

Qual è a vostro avviso il punto di forza del disco e, se c'è, un punto debole, uno meno convincente.

Stefano: Credo che il disco rispetti praticamente in toto le nostre aspettative. Un aspetto di cui abbiamo parlato spesso in sala prove era la nostra volontà forte di far suonare il disco in maniera quanto più diversa dal passato, uno stacco netto con quello che facevamo prima, proprio per dare un'idea di discontinuità al suono.

Michele: io credo sia il miglior disco possibile che potevamo fare, nel senso che abbiamo spremuto tutto lo spremibile. Sinceramente non riesco ad immaginare un disco migliore di questo, ovviamente non nell'accezione presuntuosa del termine, proprio a livello mentale, probabilmente saremmo scoppiati se avessimo fatto qualcosa in più. Siamo arrivati al limite dell'apocalisse, ma ci siamo fermati un attimo prima.

Qual è stato il vostro primo pensiero una volta terminata la registrazione del disco? Una sorta di liberazione? Il desiderio di registrare subito altro?

Michele: l'urgenza, per quando mi riguarda, adesso, è quella di far vivere il disco sul palco. I concerti sono un momento decompressivo, il disco nasce nel momento in cui viene suonato sul palco, per me.

Fabio: riguardo alle urgenze, c'è anche forte la voglia di far qualcosa con i componenti nuovi. L'impressione è che si possa alzare ancora di più l'asticella. I due nuovi componenti sono "freschi", sono entrati nei Superportua a disco finito praticamente

Domanda classicona. Perchè il titolo "Resterai Sempre Uno"?

Michele: sicuramente per il concetto di rimanere autentici, riconducendoci al discorso di prima dei testi e delle musiche, di non cadere in solchi già scavati.

Fabio: tra tutti i percorsi che possiamo avere, tra tutte le vicissitudini, rimaniamo soli, anche mentre ascoltiamo il disco. E quindi anche ad affliggerci. Quello che noi proviamo a trasmettere è provare a confrontarci con tematiche quali ad esempio la morte: perchè si ha paura della morte? Perchè sappiamo forse che la solitudine ci porterà lì. Prendere coscienza da subito di quello che sarà ci aiuta forse a vivere in maniera più serena e più consapevole, libera e leggera. Questo è probabilmente il concetto più rappresentativo di quell'aura del disco.

Michele: Abbiamo cercato soltanto di capire, di metterci a sedere e cercare un senso. E non vorrei che passasse il messaggio che è un disco depressivo.

Fabio: Al contrario! Si tratta di contrastare, di schernire quella che molto spesso viene fatta passare per depressione. Alcune tematiche, anche più delicate, non vengono trattare in maniera pesante, con un senso di afflizione, ma abbiamo cercato proprio di togliere la pesantezza.

Michele: alla fine questo disco non è altro che una commedia. Termina con Luce. Non è un tragedia...

Ed uscimmo fuori a riveder le stelle...

Embed



  • Contenuti multimediali

  • Galleria

Nessuna immagine disponibile.