Intervista

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Ron Gallo: " Mi sono trasferito a Nashville due anni e mezzo fa ed era proprio il momento giusto per lasciare Philadelphia"

Ieri sera, al Fans Out Festival di Nizza Monferrato, è iniziato il primo tour italiano di Ron Gallo, che proseguirà poi durante la prossima settimana con altre cinque date (25 Lughe - Lugo (RA), 26 Circolo Magnolia - Segrate (MI), 28 The Alibi - Foggia, 29 Indie Rocket Festival - Pescara, 30 Beat Festival - Salsomaggiore Terme (PR)). Il musicista residente a Nashville, ma di chiare origini italiane, dopo l’esperienza nei Toy Soldiers, ha iniziato da poco una nuova carriera solista e lo scorso anno ha realizzato, via New West Records, un nuovo album, “Heavy Meta”, seguito, all’inizio del 2018, dall’EP “Really Nice Guys”. Noi di Troublezine.it abbiamo approfittato di questo tour per contattare Ron via e-mail e parlare, oltre che delle sue date nel nostro paese, del suo LP più recente, delle sue esperienze passate, delle sue influenze e della sua etichetta. Ecco cosa ci ha raccontato:

Ciao Ron, come stai? Benvenuto sulle pagine di Troublezine.it. Nei prossimi giorni suonerai in Italia: è la prima volta che suoni nel paese da cui proviene la tua famiglia? Che cosa ti aspetti dal tuo tour italiano? Sì, è la mia prima volta da voi in Italia. Cerco di non aspettarmi nulla, se non immaginarmi un paradiso del cibo e uno splendido paesaggio.

Hai suonato per qualche anno nei Toy Soldiers, una band di Philadelphia: per favore puoi raccontare ai nostri lettori qualcosa riguardo a questa tua esperienza? E’ semplicemente qualcosa che è successo. Ora non è una cosa particolarmente rilevante. Ho scritto musica insieme ad alcuni cari amici per qualche anno ed è stata una buona lezione per capire come essere una band.

Ho letto che ora abiti a Nashville: quando ti sei trasferito lì da Philadelphia? C’era qualche motivo in particolare o avevi semplicemente bisogno di trovare un nuovo posto in cui poter lavorare sulla tua musica? Mi sono trasferito a Nashville due anni e mezzo fa. Era proprio il momento giusto per lasciare Philadelphia.

Il tuo album più recente, “Heavy Meta”, racconta soprattutto della difficile relazione con la tua ragazza. So che ora queste canzoni hanno già qualche anno: che cosa ti ricordi di questo periodo della tua vita? Quanto ha influenzato il tuo songwriting? Non parla esattamente della nostra relazione, piuttosto della vita durante quel periodo. Credo che fossi una persona molto frustrata e persa a quel punto della mia vita e ho scelto di mostrarlo all’esterno e di confrontare le cose del mondo che vedevo come negative, invece che guardare al vero problema – me stesso.

Ci puoi spiegare il titolo del tuo album, “Heavy Meta”? Ha un particolare significato per te? L’album è pesante ed è anche meta e poi era anche un gioco di parole su “heavy metal”.

Quali sono state le tua maggiori influenze per “Heavy Meta” e, più in generale, per la tua carriera solista? Le mie influenze maggiori sono state il punk di fine anni ’70 e la commedia.

A supporto della pubblicazione di “Heavy Meta” hai aperto una campagna Pledgemusic: hai potuto sentire l’affetto dei tuoi fan? Sono stati più vicini a te e alla tua musica grazie a Pledgemusic? A dire il vero la campagna è stata condotta dalla mia etichetta. Mi sembra che sia andata piuttosto bene.

All’inizio di quest’anno hai realizzato un nuovo EP, “Really Nice Guys”: secondo la tua opinione, quali sono stati i maggiori cambiamenti rispetto ai lavori precedenti? Mentre “Heavy Meta” arriva da questo luogo oscuro e arrabbiato, “Really Nice Guys” viene esattamente dalla parte opposta di me. Il bambino che è dentro di me, il non serio, quello che vuole scherzare.

Hai pubblicato la tua musica attraverso la New West Records, un’etichetta famosa soprattutto per l’Americana e per la musica country e folk (nel loro roster mi vengono in mente The Devil Makes Three, Anthony D’Amato e Robert Ellis): com’è stato lavorare con loro? Come sei entrato in contatto con loro? Sono entrato in contatto con loro quando mi sono trasferito a Nashville in maniera casuale, mentre suonavo a qualche concerto. All’inizio ho esitato un po’, perché ciò per cui loro sono famosi è molto differente dal genere di musica che faccio io, ma quando ho conosciuto le persone che lavorano lì e aver visto come l’etichetta si stava trasformando, tutto ha funzionato. Sono delle brave persone!

Ho visto che realizzi la tua musica sia in vinile che in cassetta: ti piacciono? Che cosa ne pensi di questi due formati, che sono ritornati popolari dopo tanti anni? Non sono molto esperto di audio, amo più le canzoni e la musica per se stesse, piuttosto del loro suono. Ascolto quasi solamente musica in formato digitale, ma capisco le persone che provano gioia ad avere un oggetto fisico.

[Si ringrazia Nina Selvini di Astarte Agency per la preziosa collaborazione nel realizzare questa intervista.]

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