Live Report

Immagine del live report.
3.11.2017 A Place To Bury Strangers @ Traffic, Roma

Tra le paure che vagano nella testa di un musicista affermato c’è sicuramente quella relativa alla difficoltà di mantenere il successo raggiunto dopo 3 o 4 album amati dai fan ed incensati dalla critica.

Il trio newyorkese, con la new entry Lia Simone Braswell alla batteria, arrivano nella capitale dopo un anno dall’ultimo live, sempre tenuto qui al Traffic, con i loro immancabili tappi per le orecchie in vendita allo stand del merchandising che lasciano immaginare i decibel ai quali si andrà incontro durante la serata.

Ad aprire il concerto ci sono le Baby in Vain, che con il loro rock a tinte grunge mescolate con un pizzico di blues riescono a scaldare il pubblico presente ma ancora scarseggiante. Arriva la band newyorkese e la musica cambia radicalmente, i fumatori troncano la pausa sigaretta, entrano in massa e si inizia ad assistere al live, partendo subito con la potente “We’ve Come So Far” tratta dall’ultimo album del 2015, Transfixiation. I tornado generati dalla chitarra e dall’effettistica del frontman Oliver Ackermann, durante il susseguirsi dei pezzi, alcuni tratti dai vecchi album, alcuni anteprima di quelli che saranno i nuovi lavori, vengono interrotti da un electro set in mezzo al pubblico con la batterista che trascina letteralmente la strumentazione e da il via alle danze con un mix ossessivo, rumoroso, di rottura confronto al sound tipico del trio.

La nebbiolina e le luci bianche sparate come una scarica di mitra, che caratterizzano da sempre i live degli APTBS, riescono a malapena a far scorgere i volti dei componenti, che si dimenano continuamente tra le proiezioni puntate sul soffitto. Ottima la performance della new entry, che riesce ad imporsi mostrando energia e regalando una rara melodia con un solo su “Harp song”. Si continua poi con il pezzo più famoso della band, “You Are The One”, che regala le solite emozioni al pubblico. Tutto però appare confuso, alienante, profondamente mutato rispetto alle vecchie performance, come se si fosse persa quella magia e quell’attenzione ai dettagli che facevano innamorare dei feedback e dei muri sonori sapientemente gestiti da Ackermann e facilmente riconoscibili ascoltando i loro lavori infilando le cuffie del lettore mp3 al posto dei tappi.

Il pubblico, di conseguenza, appare spento e contrariato. Il rumore, quando viene trasformato in tempeste di decibel inconfondibili, può far passare il successivo fischio nelle orecchie con una semplice birra e con un po’ di relax, cosa che ahimè, non è avvenuta stasera. Resta comunque la speranza che vi siano tempi migliori per gli APTBS e che decidano di non spegnersi ulteriormente, magari sfornando un grande album, come fecero nel 2009 con quel lavoro stupefacente chiamato “Exploding Head”.


Live report e foto di copertina a cura di Dan Latini

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