Live Report

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31.03.2018 - ELEM @ Leoncavallo, Milano

Mezzanotte passata, e i vicoli underground che formano il Leoncavallo a Milano si popolano di begli individui dagli sguardi vaghi, fumo e chiacchiere. E poi chi si riconosce al buio del capannone esterno comincia a parlare dei dischi che sono già usciti quest’anno, quelli che non ha ascoltato nessuno se non quel limitato a stravagante pubblico del Leoncavallo. Distanti dall’indie, dal Mi Ami e da tutti gli affini. Si ha come l’impressione di partecipare a una sorta di evento-sospeso, dove non ci sono riferimenti culturali esterni, e fuori non sta uscendo il disco di Motta e Cosmo non si ha la minima idea di chi sia. Marco Messina, quello dei 99 Posse e ora forza motrice degli ELEM, si aggira a stringere mani, a raccontare di quanto sia incompatibile con il servizio postale italiano. Sono storie, che riempiono il vociare di una serata techno milanese che continua ad apparire così strana e diversa, lontana dal saltare massacrante dei locali del centro, della movida liceale e dei tormentoni estivi. Stasera c’è l’elettronica e l’ondeggiare ipnotico e sinuoso degli ELEM, con il loro nuovo album “Godere Operaio” (2018, Mahana Bay Label), un inno alla sporcizia di un genere che può essere passionale, ma che ora riempie locali artificiali, soprattutto in questa Milano post Expo che si nutre di dj-set e albe dal sapore finto-industrial.

Collettivo elettro-visual formato da Marco Messina, Fabrizio Elvetico e dalla stravagante e visionaria video-maker Loredana Antonelli, gli ELEM hanno ipnotizzato con musica e visual, e sto parlando di un’ipnosi collettiva di chi non era più abituato alla musica elettronica suonata dal vivo, di chi è abituato ai volumi da locale e non a quelli da rave (tipici del Leoncavallo e simili). Sporco, sentito, vissuto, ben lontano dall’artificiosità e dalla distanza dei live estivi di Terraforma, e dei circuiti simili. Un live/capolavoro che non andava perso. L’ipnosi collettiva continua anche il proiettore si spegne, d’improvviso, e i visual si interrompono. Qualcuno sembra addirittura non accorgersene, continuando a perdersi nella musica che invece avanza, inarrestabile, al ritmo di una catena di montaggio. Non eravamo abituati, e ci è piaciuto.

thanks to Valentina Bracchi

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