Live Report

Immagine del live report.
09.07.2018 Mogwai @ Sexto'Nplugged, Sesto al Reghena

Se inizi un concerto con "Mogwai fear Satan" e lo concludi con "My Father My King" non puoi mai avere torto.

Mai.

Nel caso specifico i Mogwai di ragione evidentemente ne hanno da vendere.

Con commovente puntualità (per noi promotori dei concerti con inizio puntuale e soprattutto non a notte fonda), alle 21.30 spaccate si fa buio in Piazza Castello a Sesto al Reghena, e l'affollata platea accoglie con giusto entusiasmo i protagonisti del secondo appuntamento di Sexto'n'plugged, gli scozzesi Mogwai.

Inutile perdere tempo nel presentarli, se il nome non vi dice niente fate un solenne mea culpa e andate a recuperarvi pian piano la discografia di questa band imprescindibile. Se il nome Mogwai, come al sottoscritto, evoca i primi ascolti "alternativi", la folgorazione del post rock, quella sorta di rivelazione, di shock, quando appena maggiorenne Rock Action e Young Team era impossibile uscissero dalle rotazioni degli ascolti, l'attacco con le prime note di "Mogwai Fear Satan", anno del Signore 1997, rappresenta un colpo bassissimo. O un meraviglioso dono. Propendiamo per la seconda, data l'esecuzione sublime che ne viene data. Vent'anni di distanza eliminati, evaporati, disciolti in pochi istanti. Le tre chitarre davanti a sovrapporsi, avvolgersi, invilupparsi in mille rivoli di suono, aggiungendo effetti, distorsioni, sovrapponendo piani; il basso a tenere serrate le fila, ad evitare di sfilacciarsi, di perdere la coesione; la batteria galoppante, incessante, avanzante. Un'estasi noise, un'orgia di distorsioni sparateci in faccia a volumi, oggi sì, elevatissimi per non lasciarci via di scampo, per prenderci e scaraventarci a terra.

Ecco, provocatoriamente, per quanto mi riguarda, il concerto poteva anche finire qui, da quanto appagante e totalizzante era stata l’apertura del live. I Mogwai che ho conosciuto e per i quali ho perso la testa sono questi.

La grandezza di un band però si misura anche nel sapersi rinnovare, cambiare, senza snaturarsi o scendere a compromessi. Stuart Braitwhite e soci hanno svoltato spesso, praticamente ogni qualvolta avvertissero il rischio di diventare la cover band di loro stessi. Era stata una svolta "Happy songs...", "Mr Beast", l'ultimo "Every Country's Sun". Con gli anni erano giunte le voci, le tastiere, l'elettronica, e così pienamente consapevoli e fieri del percorso fatto, la scaletta tocca praticamente tutti gli album (eccetto il mio amato "Come On Die Young"...). "I'm Jim Morrison I'm Dead" e il suo incedere marziale è straordinaria, "Hunted By A Freak" è sontuosa; ascoltando la voce di Barry Burns modificata col vocoder ne rivivo fotogramma dopo fotogramma il videoclip animato (uno dei più bei video di sempre...). Poco dopo altro momento ad alto tasso di bellezza, con Auto Rock, addirittura più sporca dell'originale.

La chiusura è affidata ad uno dei migliori brani di Mr Beast, quella "We're No Here" che ci riporta in territori più puramente post rock.

Poco più di un'ora di live, non molto in realtà. Però ragionandoci questo significa quindi che il bis dovrà per forza essere "My Father My King". E così è infatti. Non era così scontato.

Brano che nella versione originale dura più di 20 minuti, è un concentrato (piuttosto diluito) di 20 anni di post rock. Torno a reimmergermi in quei suoni a me cari, è la seconda volta che la ascolto dal vivo mentre a casa gli ascoltati sono stati diverse decine, e ogni santissima volta mi affascina la pazienza che sta sotto alla costruzione di un brano del genere. Già perchè lungo questi 20 (stasera un po’ meno) minuti, c'è un paziente e ligio lavoro di aggiunte, si uniscono livelli a livelli, si procede stratificando, con certosina pazienza e meticolosità, per donarci un vero e proprio esemplare di perfezione.

I Mogwai lasciano il palco mentre lentamente si spengono gli echi degli ultimi feedback. Un live che mi ha donato due, tre momenti davvero memorabili e che mi ha ricordato dei motivi per i quali quando si parla di gruppi seminali non si possono omettere questi scozzesi dalla lista.

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