Recensione - The Lawrence Arms - We Are the Champions of the World

  • Tracklist :
    01 - On with the Show
    02 - Great Lakes / Great Escapes
    03 - Alert the Audience!
    04 - Resolutions
    05 - The Devil's Takin' Names
    06 - Beautiful Things
    07 - Quincentuple Your Money
    08 - The Slowest Drink at the Saddest Bar on the Nosiest Day in the Greatest City
    09 - Are You There Margaret? It's Me God
    10 - Right as Rain Part 2
    11 - Seventeener (17th and 37th)
    12 - Chapter 13: The Hero Appears
    13 - The Ramblin' Boys of Pleasure
    14 - Light Breathing (Me and Martha Plimpton in a Fancy Elevator)
    15 - Like a Record Player
    16 - You are Here
    17 - Boatless Booze Cruise Part 1
    18 - Brick Wall Views
    19 - Sixteen Hours
    20 - Turnstiles
    21 - An Evening of Extraordinary Circumstance
    22 - The Northside the L&L and Any Number of Crappy Apartments
    23 - Porno & Snuff Films
    24 - Demons
    25 - The Rabbit and the Rooster
    26 - Catalog
    27 - Black Snow
    28 - Laugh Out Loud
    29 - Warped Summer Extravaganza (Turbo Excellent)
  • Punteggio :
  • Artista :
    The Lawrence Arms
  • Stato/Regione :
    Stati Uniti
  • Data di pubblicazione :
    05 Agosto 2018
  • Prodotto da :
    Fat Wreck Chords
  • Social dell'artista :
  • Social dell'etichetta :

Recensione a cura di josie.

Avviso agli spettatori! I Lawrence Arms non sono la band migliore che si possa vedere dal vivo. I Lawrence Arms non hanno fatto tanto baccano come diverse meteore, né si sono crogiolati nel rivendicare l'influenza su tanti gruppi a venire, eppure lo sono stati e lo sono tuttora. I Lawrence Arms sono una di quelle band che ti entra dentro con le melodie beffarde e caustiche e il dolce disagio dei testi spiazzanti; due voci in contrapposizione tra loro, oppure sovrapposte e armoniosamente dissonanti. I loro brani parlano con lucida confusione di chi si fa sfuggire un'altra chance per vivere e non (pen)sa di essere all'altezza; sono una foto che guardi con nostalgia. Ti prendono quando ti prendono.
Per un lustro abbondante i Lawrence Arms hanno pubblicato quasi un disco all'anno, facendosi lanciare da Asian Man ed esplodendo con Fat, due tra le etichette più in vista del genere. A poco a poco, mentre la barba nera di Brendan Kelly si faceva bianca e nasceva il progetto The Falcon, Chris McCaughan si concentrava sul progetto solista Sundowner, che ospitava anche il batterista Neil Hennessy nei set elettrici; così il tempo tra un album e l'altro si è dilatato. I tre di Chicago hanno sempre avuto dentro un elemento di nostalgia che sposa un'abilità eccezionale con le parole e l'innato talento di tradurre le emozioni descritte in paranoie che stritolano ogni possibilità di fuga e redenzione. Si può piangere per quello che hai perso ma i bei tempi passati non tornano, direbbero loro. La frustrazione di voler comunicare e non riuscire mai a farlo come si deve si manifesta nella viscerale relazione con la città che li ha visti crescere e l'intricata faccenda mai risolta delle relazioni umane. Che poi, se pensi che domani magari ci proverai, sai già che domani sarà un giorno migliore di oggi, sempre per ripercorrere una delle loro tematiche.
E niente, da quando li ho sentiti per la prima volta nel che-ne-so 2001 mi fanno venire il mal di stomaco tutte le sacrosante volte che li ascolto (Chapter 13: The Hero Appears, 100 Resolutions, Are You There Margaret, It's Me, God, Right As Rain Part 2, Brick Wall Views e via andando). In ordine alcuno, nella raccolta si mescolano i pezzi più significativi della loro carriera quasi ventennale: si torna al '99, con capelli ossigenati e reminiscenze dei Jawbreaker (Northside), e si arriva alle vere chicche in chiusura di raccolta, ovvero i B-side e gli inediti registrati ai tempi di “Oh, Calcutta!”; sono questi inni alla sopravvivenza in linea con il disco (The Rabbit and the Rooster, Black Snow, Laugh Out Loud), o pezzi particolarmente veloci e infuriati - Catalog e Warped Summer Tour Extravaganza. Le cose cambiano così in fretta che tutto sembra restare uguale.
Eppure. Se anche tu non hai un disco preferito dei Lawrence Arms la storia è semplice: nessuna delle loro uscite ha platealmente abbassato il livello o è potuta sembrare inferiore sotto questo o quell'aspetto. Come sostiene un caro amico, “We Are the Champions of the World” si piazza in ogni caso “fuori classifica: sono tutte belle”, con improperio annesso. I due dischi della raccolta (“the best of”?; “a retrospectus”?) condensano l'identità del distinguibilissimo punk rock ruvido e melodico, intrigato e intrigante dei tre del quartiere. A ogni canzone che si sussegue, il pensiero è “certo, meravigliosa”. E allora serve convincersi che oggi è il nostro giorno, che sì staremo morendo, ma non siamo ancora morti.
In uno dei loro testi più emblematici i Lawrence Arms dicono di non infrangere troppi cuori, ma sta di fatto che ne hanno circuiti parecchi. Nella propria autobiografia Laura Jane Grace dichiara di aver cancellato di recente un tatuaggio che recitava “The Rambing Boys of Pleasure”. Dietro al suo gesto ci saranno ovvi e buoni motivi personali, ma è difficile pensare che, una volta conosciuti, i Lawrence Arms possano non restarti sotto la pelle.

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